la Repubblica, 1 novembre 2026
Storia della maratona di New York
All’inizio c’erano 127 persone, un dollaro a testa e quattro giri di Central Park. Era il 13 settembre 1970 e la città aveva altro a cui pensare: il Vietnam, i conti del Comune già in rosso, i parchi dove dopo il tramonto era meglio non entrare. Un adulto che correva in pantaloncini attorno al lago senza nessuno che lo inseguisse era un eccentrico o un sospetto. Ne arrivarono 55. Vinse un pompiere, Gary Muhrcke, in 2h31’38”. Premi: orologi da polso e vecchi trofei riciclati. L’unica donna al via, Nina Kuscsik, si ritirò con la febbre. Due anni dopo l’avrebbe vinta, dopo un sit-in di protesta perché il regolamento le voleva far partire dieci minuti prima degli uomini. Come si fa con i bambini. L’uomo dell’idea si chiamava Fred Lebow, all’anagrafe Fischel Lebowitz, ebreo nato in Romania, scampato alla guerra, approdato nel Garment District a vendere tessuti. Non era un campione, era un venditore. E aveva capito una cosa semplice: una corsa nel parco interessa ai corridori, una corsa nella città interessa a tutti.
Il cambio di percorso
Il salto arrivò nel 1976. L’America compiva duecento anni e New York era quasi in bancarotta. George Spitz, contabile con la fissa della corsa, propone di portare la maratona fuori dal recinto attraverso tutti e cinque i quartieri. Non più un giro dell’oca. Percy Sutton, presidente del borough di Manhattan, ci mise la faccia, Lebow il resto. Si partiva da Staten Island, si saliva sul ponte di Verrazzano, si attraversavano Brooklyn, Queens e il Bronx, si tornava a Manhattan e si finiva a Central Park. Partirono in duemila. Vinse Bill Rodgers, un maestro di Boston con i capelli lunghi e i guanti di lana, davanti al campione olimpico Frank Shorter, che arrivò con l’autostop. Quel giorno New York scoprì una cosa che aveva dimenticato: che si poteva attraversarla tutta a piedi senza paura. E anche fare il tifo per degli sconosciuti.
Tra cinema e letteratura
Da lì in poi il mondo comincia a correre. Non per scappare, non per arrivare da qualche parte, ma per il gusto di farlo e soprattutto per dirlo. Nel ’77 Jim Fixx pubblica The Complete Book of Running, bestseller che trasforma il jogging in una religione laica con i suoi santini e le sue penitenze. Le palestre si svuotano, i marciapiedi si riempiono, le aziende di scarpe scoprono una miniera. La maratona, che per due millenni è stata la corsa di un soldato morto all’arrivo, diventa una cosa da impiegati, dentisti, nonne, attori. E New York ne diventa il santuario: nel 2024 i 55.642 arrivati sono stati il numero più alto della storia, finché Londra non l’ha superato l’anno scorso. E per questa edizione dovrebbero essere quasi 60mila. Una volta i newyorkesi guardavano i corridori come si guarda un incidente. Adesso ai runners offrono banane, birre, abbracci. Il cinema ci è arrivato subito, anzi in anticipo. Proprio nel ’76 esce Il maratoneta di John Schlesinger: Dustin Hoffman era Babe, studente che gira attorno al bacino di Central Park sognando Abebe Bikila e finisce sotto il trapano del dentista nazista di Laurence Olivier. Quarant’anni dopo il film Brittany non si ferma più racconta una trentenne nuova Bridget Jones che comincia correndo per un isolato e finisce sul traguardo di Central Park: la maratona come terapia, la medaglia come certificato di esistenza. E lo scrittore Haruki Murakami, che New York l’ha disputata più volte, in L’arte di correre ha spiegato meglio di tanti allenatori che la fatica non si evita, si attraversa, come un ponte.
Le proteste del Bronx
Perché è questo l’immaginario che la maratona ha costruito: una geografia emotiva prima che sportiva. Qui non si viene per la fiaba, ma per farsi male con la vita. E infatti per la prima volta dal 2011 il percorso nel Bronx cambia e si accorcia: cinque curve invece di sette. E sapete perché? Gli abitanti del complesso di edilizia popolare di Patterson (1.800 unità) che si trova sul lato opposto di Morris Avenue, causa blocco delle auto, non potevano raggiungere il supermercato Western Beef e la lavanderia self-service su East 140th Street. Vuoi mettere la spesa domenicale con la famiglia? Così i residenti di Mott Haven, che non sono i ricchi di Park Avenue, hanno protestato e sono stati accontentati. Business first. E c’è anche chi come Molly Markhoff, 25 anni, ha offerto 120 dollari a testa per reclutare una claque personale di 20 persone che non la perda mai di vista. 2.400 dollari per assicurarsi il tifo.
I favoriti
In 50 anni la maratona ha cambiato pelle più volte. Nel ’76 Dick Traum è il primo a gareggiare con una protesi. Nel ’78 la norvegese Grete Waitz è prima con il record del mondo (ne vincerà nove). Nel ’79 la cubana-americana Rosie Ruiz arriva 11esima, peccato abbia frodato prendendo la metropolitana. Nell’81 Alberto Salazar firma un record mondiale che non lo è: il percorso risulterà più corto. Nel ’92 Lebow, malato di tumore al cervello, la corre per la prima e unica volta a fianco di Waitz in 5 ore e mezza. E commuove tutti. Nel 2012 l’uragano Sandy cancella la gara a due giorni dal via, tra molte polemiche. Nel 2020 il Covid la trasforma in una corsa virtuale, ognuno nel proprio quartiere del mondo. Nel 2023 l’etiope Tamirat Tola in 2h 04’ 58” fa il record del percorso. L’anno scorso la keniana Hellen Obiri è scesa per la prima volta sotto le 2 ore e 20, con tre donne sotto il vecchio record che resisteva dal 2003. Tra gli uomini, Benson Kipruto e Alexander Mutiso arrivano con lo stesso tempo (2h 08’ 09”) e decide uno sprint al fotofinish, come nei cento metri. Oggi si riparte, i primi tre posti valgono la qualificazione ai Giochi di Los Angeles 2028 e il successo 100mila dollari. L’azzurro Yeman Crippa, alla sua prima volta qui, promette: «Non sono venuto per partecipare e mi sono anche preparato con i gel energetici per allenare lo stomaco». Nel parco all’altezza della 90ª strada c’è la statua di Lebow che guarda il cronometro. Controlla i tempi di tutti, non ha fretta. Del resto lo aveva capito per primo: a New York la maratona non è una corsa, è il giorno in cui la città si ferma per guardare chi non si ferma. Tranne che nel Bronx.