la Repubblica, 1 novembre 2026
Bersani ricorda l’alluvione di Firenze del ’66
Pier Luigi Bersani raccontò per la prima volta di essere stato un angelo del fango per un’arrabbiatura. Era il 2010, fase post terremoto all’Aquila: «Mi permisi di fare un’osservazione sulla gestione dell’emergenza. Con un certo disprezzo l’allora capo della Protezione Civile Guido Bertolaso mi disse che aspettavano me per spalare. Volle ridicolizzarmi descrivendomi come il politico che non aveva mai visto un badile. E allora mi incazzai. Tirai fuori la mia foto sui lungarni di Firenze a spalare fango. Avevo anche un sacco di capelli. Gli dissi “caro Bertolaso, con me capita male: io ho spalato per davvero nella vita, e lei?”» ricorda Bersani. Mercoledì saranno 60 anni dall’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, alle celebrazioni parteciperà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La città si interroga sui problemi ancora aperti di messa in sicurezza e sull’eredità politica e culturale di quella tragedia e della grande storia degli angeli del fango. L’ex segretario del Pd fu uno di loro, aveva 15 anni e il suo impegno in politica sarebbe cominciato poco dopo. Alla road map delle primarie del campo largo Bersani, protagonista di quelle a doppio turno del 2012 che vinse contro Renzi, guarda con favore: «Bene così. Come ho sempre detto i leader decidano il percorso e io do una mano. Sono contento che si parta».
Chi era quel Bersani ragazzino?
«Era un adolescente di Bettola già orientato all’impegno sociale, politico, solidale. A 15 anni allora sul juke-box avevi già sentito i Rolling Stones, i Beatles e Bob Dylan. Anche in un paesino come il mio giravano cose nuove, per mille canali. C’era qualcosa di sotterraneo ed eccitante nell’aria e l’idea di mettersi all’avventura si andava diffondendo. Era un’esigenza di muoversi, essere protagonisti, stare insieme. In una scuola come la mia, in quinta ginnasio a Piacenza, partimmo in 15 per Firenze. Io due anni dopo andai a spalare anche a Valle Mosso».
Come arrivaste a Firenze?
«Con un pullmino. Fu l’insegnante di religione, don Niso, un prete formidabile, a spingerci. Noi scattammo subito. E allora don Niso si mise in moto e trovò un aggancio, io credo con un’associazione di volontari universitari cattolici. A Firenze trovammo l’organizzazione pronta: dormivamo in una palestra con i letti a castello, avevamo compiti e zone assegnate. Non fu come si vedeva in tv. Non pulivamo libri passandoceli di mano. Ci svegliavamo alle 7, stivali, carriola badile e via andare».
Che giornate erano?
«Pulivamo scantinati, seminterrati, pian terreni e pure primi piani delle case sui lungarni piene di fango. Per dirne una, ci trovammo a ripulire il laboratorio di un orefice, tirammo fuori una carriola di gioielli. Con questo gioielliere che non si faceva vedere per timore di sembrare uno che controllava. Quando finimmo ci diede una catenina d’argento con una croce per le nostre mamme. Mia mamma se l’è portata con sè tutta la vita. Arrivammo intorno al 14 novembre, rimanemmo 10 giorni. C’era il problema del pasto di mezzogiorno. Tornare fino alla mensa non c’era tempo, in zona c’era un bar aperto che riusciva a fare dei panini, ma andavi là con una fame blu, chiedevi qualcosa e non volevano farti pagare. E io allora non osai più andarci, ero abituato a pensare che le cose si pagano. Era un lavoro faticoso. Ma c’era un clima per cui eri pronto a qualsiasi cosa».
Gli angeli erano di sinistra?
«C’era un sentimento prepolitico. La sensibilità prevalente stava forse a sinistra, anche nella forte presenza cattolica. Per me e per tanti Firenze sembrava Los Angeles. Il giorno pulivamo, la sera ci si trovava in una mensa volante, qualcuno suonava Bob Dylan».
Cosa portò con sé di quel fango?
«Ricordo gente che leggeva solo di sport e al ritorno da Firenze ha cominciato a interessarsi del mondo. Fu un apprendistato di buona politica, un’esperienza che mi ha cambiato la vita. Io tornai con la conferma che c’era un respiro, un anelito, un’energia. Gli angeli del fango furono il primo vagito del ’68. Era una generazione che voleva cambiare e diceva basta con le incrostazioni di quella precedente».
Rottamatori si può dire?
«Ma tutte le generazioni mondiali lo erano allora. Quella prima aveva fatto la guerra e pensava alla casa, alla famiglia, a comprarsi la macchina. Noi volevamo qualcosa di più. La libertà, il protagonismo, i diritti, l’impegno. Quell’aria a Firenze si è materializzata in mezzo a migliaia di coetanei che percepivi avevano lo stesso sentimento. Con quanti di loro mi sarebbe piaciuto rivedermi, risentirmi. Ma allora non c’erano i telefonini. E sono tornato più convinto che ci sarebbe stato un cambiamento, che si sarebbe ripulita l’aria dalle cose vecchie».
Quella mobilitazione si rivede nelle piazze di oggi?
«Io le piazze le trovo belle, davvero. Al netto della violenza che distrugge ogni buona ragione, ribellarsi è giusto. E se stiamo sul tema della disponibilità a gesti di solidarietà e aiuto non è cambiato niente: anche oggi i giovani sono orientati perfettamente a questo. La differenza è che quella disponibilità allora era dentro un mondo che cambiava, era un valore aggiunto, si stava dentro un movimento. Nel fango si vedeva un orizzonte. Oggi i giovani hanno davanti niente. Non c’è una speranza credibile».
Non sarà colpa della politica?
«Sono anche fasi. Oggi viviamo il parossismo del salto tecnologico combinato a disuguaglianze, zero ascensori sociali. Uno scenario che disegna un orizzonte chiuso. Se ne verrà fuori se la politica saprà dare una mano a questi ragazzi che hanno idee chiare ma ancora poca speranza. Io sono fiducioso. Perché il troppo è troppo».