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 2026  novembre 01 Domenica calendario

Federico Rampini parla della terza età (sua e non solo)

Quella volta, Federico Rampini si è proprio scocciato. Avevano tentato di hackerargli il conto bancario on line (può capitare, l’editorialista del Corriere aveva subito bloccato le transazioni), ma questo è nulla: rientrato a casa, a New York, ha ricevuto la chiamata di un’assistente sociale. Il Comune della Grande Mela aveva attivato il servizio «protezione anziani», «dando per scontato che fossi un incapacitato». La signorina gli ha chiesto, gentile, se vivesse da solo, se avesse dimestichezza con internet, se sapesse usare le app. 
Ora, si dà il caso che il giornalista stesse lavorando a una conferenza sulla gara America-Cina nei microchip e il futuro dell’Ai. Ergo, si è piuttosto irritato: «Mi sono sentito rinchiuso in uno stereotipo». Così, armato di ironia, dati e aneddoti eccezionali, nel suo nuovo libro Argento vivo (Mondadori) ha deciso di chiarire un paio di cosette: sì, la popolazione invecchia, ma no, la longevità umana non è una iattura. Anzi.
I Beatles cantavano When I’m Sixty-Four come se i 64 anni fossero un traguardo.
«Paul McCartney aveva vent’anni quando cantava quella ballata in omaggio a suo padre. Benevola canzone, però dipingeva la caricatura di un sessantenne bisognoso di sostegno e di affetto. Oggi Sir Paul ha 84 anni e fa il sold-out nei concerti. Ha dovuto ricredersi sulle età umane…».
Che cosa è cambiato?
«In media l’umanità intera vive più a lungo, più sana, con livelli di benessere e istruzione e diritti (soprattutto in Occidente) senza precedenti nella storia umana. Ma l’industria del panico rovescia questo meraviglioso progresso in una sciagura, ne parla soprattutto per i costi delle pensioni e della sanità, o per l’Alzheimer. È aberrante e insensato».
È un fatto: i giovani ce l’hanno coi baby boomer.
«Il disagio reale dei giovani viene manipolato per trasformarlo in vittimismo, e ricerca di capri espiatori. Le rivolte generazionali ci sono sempre state. A sedici anni o a venti i ribelli eravamo noi baby-boomer, negli anni Sessanta e Settanta. Nulla di nuovo sotto il sole. Contestare genitori e nonni è un modo per costruirsi un’identità, rimproverando alle generazioni adulte tutti i mali dell’universo. La realtà è che oggi i giovani trovano nei genitori e nei nonni il Welfare più efficiente e generoso; domani erediteranno case e risparmi nel più gigantesco trasferimento di ricchezza della storia».
Poche storie, scrive lei: gli over 50 sono quelli che muovono l’economia.
«Dai cinquantenni inoltrati fino ai giovani ottantenni si concentra oltre un miliardo di consumatori, con un potere d’acquisto molto superiore a quello dei giovani. Il mondo delle imprese, del marketing e della pubblicità non ha ancora preso le misure di questo fenomeno, perché è prigioniero di stereotipi giovanilisti. Chi riesce a conquistare in anticipo quel mercato, avrà una lunghezza di vantaggio sui concorrenti. E non mi riferisco al business delle cliniche: c’è anche quello, ma non è il più importante. Parlo di turismo, fitness, risparmio gestito, mercato immobiliare».
Lei ha vissuto a lungo in Asia. Perché in Giappone o in Cina il rapporto con gli anziani è diverso?
«Distinguiamo: uno è una democrazia rispettosa dei diritti umani, l’altro un regime autoritario con un partito leninista. Però hanno in comune duemila anni di cultura confuciana. Nel pensiero di Confucio c’è il rispetto degli anziani e quello dei maestri, il valore delle regole e quello dell’istruzione, la coesione sociale e il senso della comunità. Insegnando in Cina l’ho visto di persona. Il Giappone è il pioniere della longevità e l’affronta in modo sereno, senza i catastrofismi occidentali. Ha una capacità rara di recuperare la saggezza e l’esperienza degli anziani in ogni angolo della società. La Cina è in decrescita demografica ma investe sulla robotica e le sue imprese progettano la Silver Economy, color dell’argento per l’appunto».
Il passare degli anni dà anche la libertà di cambiare idea. Lei, per esempio, lo ha fatto.
«Qualche volta ho l’impressione che sia la sinistra dei miei vent’anni e di Enrico Berlinguer a non esistere più, cancellata da una pseudo-sinistra radical chic. Su sicurezza e ordine pubblico, immigrazione, terzomondismo, lo choc dell’11 settembre 2001 (vivevo in America) fu uno dei momenti del mio ripensamento. Un altro furono i cinque anni della mia vita in Cina sotto un regime veramente comunista-leninista. I fatti cambiano, io adeguo le mie opinioni, e voi che fate? Questa è una citazione del grande economista Keynes...».
La pensione non è più un obiettivo?
«Guardi, durante un viaggio in Alaska ho incontrato Linda: a 66 anni, dopo aver fatto la camionista per una vita viaggiando da una parte all’altra dell’America, oggi guida bus turistici tra i fiordi e nel tempo libero fa pure l’autista di Uber. Americani, giapponesi, ma anche europei, si ribellano all’idea che la società non abbia più bisogno di noi, e continuano a lavorare in tanti modi: c’è chi diventa imprenditore, chi prolunga carriere artistiche o sportive, chi si dedica al volontariato e all’assistenza umanitaria».
Insomma, non siamo sull’orlo del baratro.
«Nel libro racconto la storia delle donne della mia famiglia: le mie nonne hanno vissuto sotto le bombe della Seconda guerra mondiale, allevando famiglie numerose in un’Italia poverissima. Chi descrive il mondo di oggi in termini apocalittici rende un pessimo servizio ai giovani, li illude che sia esistita un’Età dell’Oro».
Ci sono anziani soli e bisognosi. Per lei, però, l’assistenzialismo crea dipendenza. In che senso?
«Generalizzare non ha senso, le società del futuro dovranno abbracciare soluzioni flessibili. Ci sono centenari in splendida forma, nel libro ne racconto alcuni; e ci sono le malattie neurodegenerative per le quali non investiamo abbastanza. L’assistenzialismo è nefasto quando lo si propone alle persone sbagliate: per esempio ai giovani, allevandoli in una cultura del vittimismo. La Francia è un caso clinico: manda in pensione a 62 anni e poi non ha i soldi per le scuole».
Qual è la differenza tra aggiungere anni alla vita e aggiungere vita agli anni?
«L’obiettivo è allungare la vita sana. In molti già ci riescono. La scienza ci aiuta, interviene sui meccanismi dell’invecchiamento, ci dà consigli utili».
E lei cosa fa, per tenersi in forma?
«Per l’esercizio fisico ognuno sceglie la propria strada: io cominciai giovanissimo a praticare lo yoga, poi è arrivata la maratona. Quando sono a New York ho tre classi di yoga a settimana e corro ogni giorno a Central Park. In viaggio cerco solo alberghi con la sala fitness. E alleno la mente con i libri, il teatro, la musica classica e jazz».
È diventato nonno, la sua nipotina si chiama India. Cos’è cambiato in lei?
«È la cosa più bella che potesse capitare a mia figlia, a mia moglie e a me. È anche un nuovo sport, da quando cammina ci sfinisce in poche ore. Ci insegna a vedere il mondo con gli occhi di chi è appena atterrata su questo pianeta. Tutto è nuovo».