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 2026  novembre 01 Domenica calendario

Intervista a Diego Abatantuono

«Ho avuto la più bella gioventù che si potesse desiderare. Perché ho riso tanto, anche quattro o cinque ore al giorno. E bisogna saper ridere di tutto, che la vita è già una tragedia». Di risate Diego Abatantuono ne ha regalate tante nei suoi oltre 100 tra film e spettacoli ma, a 71 anni più che mai, vede la comicità come un baluardo di salute mentale in un mondo difficile. È tornato a praticarla in “Un tranquillo funerale di famiglia” di Massimiliano Bruno, nelle sale con un cast corale (Claudia Pandolfi, Pietro Sermonti e Stefania Sandrelli, per citarne solo alcuni). Tratto dalla black comedy inglese “Funeral Party” di Frank Oz (2007), racconta una famiglia che si ritrova, nel lutto per il capostipite, tra rancori e segreti, rivelazioni ed equivoci (lui è uno zio in sedia a rotelle, che ha cattiverie per tutti). «Ha anche più ritmo dell’originale» racconta lui, volto di film comici (“Fantozzi contro tutti” di Paolo Villaggio, “Eccezzziunale… veramente” di Carlo Vanzina) e titoli d’autore, da “Regalo di Natale” di Pupi Avati a “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores, premiato con l’Oscar nel 1992.
In questa fase della vita preferisce girare film comici?
«Molti pensano che l’età renda più adatti al genere drammatico, per me è il contrario. Invecchiando cerco la leggerezza e non ci sono tanti i film che divertono il pubblico. Spero che “Un tranquillo funerale di famiglia” trasmetta l’allegria e la sintonia nate anche tra noi attori sul set».
Per pura coincidenza, lei stesso ha immaginato il suo funerale nel libro autobiografico “Si potrebbe andare tutti al mio funerale” scritto con Giorgio Terruzzi nel 2022 (ed. Einaudi). Un funerale immaginato come una festa.
«Il libro è nato molto prima del film e girava intorno a un’idea che ho sempre avuto: mi piacerebbe che si facesse una festa in mezzo agli alberi, per gli amici che ci lasciano, perché ci ricordano la continuità della vita».
Nel libro dice che la vecchiaia fa schifo. Non trova che la sua, invece, sia invidiabile?
«È che la paragono ai miei 40 anni, anche se è sicuramente meglio dei 40 anni di chi non si diverte. Appartengo a una generazione fortunata, viziata da un’epoca effervescente, creativa nella musica e nel cinema».
Non è da nostalgici pensare che i tempi migliori siano quelli della propria giovinezza?
«Mi pare un dato di fatto. Allora ci si trovava nei bar o nei locali, senza bisogno di mettersi d’accordo, ci andavi sapendo di trovare gli amici. Ora tutti sono amici di tutti sui social ma possono non incontrarsi mai, si comunica solo con il telefonino».
È vero che lei non lo usa?
«Ho WhatsApp per vedere le foto dei miei nipoti e mando messaggi vocali, più simili alla parlata. Non mi metto a scrivere: se non sei Hemingway, non porti a casa il risultato».
Nella sua famiglia si ride tanto?
«I miei figli e i loro amici sono molto divertenti, i miei nipotini uno spasso. Matilde ha 11 anni, Maria Carlotta ne ha 9, Michelangelo quasi 6 ed è un fenomeno. Sono figli della mia primogenita Marta e mio genero, un cardiochirurgo. Penso abbiano un po’ dell’intelligenza del padre, che è quella di chi studia, e un po’ della mia, che ero l’ultimo a scuola ma ho cercato di capire le cose ascoltando e osservando».
Anche i suoi figli hanno una verve comica? (Oltre a Marta, ci sono Matteo e Marco di 31 e 29 anni, avuti dalla compagna Giulia Begnotti, ndr).
«Marta e Matteo sì. Marco che è l’ultimo è più timido. Sono tutti il mio fiore all’occhiello».
Non era timido anche lei, da ragazzino?
«Perché ero figlio unico, e poi negli anni 60 i bambini dovevano stare in riga, fare la comunione tutti lisciati e in giacca. Io non ci stavo molto, in riga, perciò la timidezza è durata poco. In prima media sono diventato brillante e infatti mi hanno bocciato! Sono cresciuto al Derby, il locale di cabaret che apparteneva a mio zio (Gianni Bongiovanni, ndr). La mia “università”».
E una scuola teatrale e comica. Era il suo sogno?
«Macché, da ragazzino non avevo sogni. Sono andato lì a 15 anni a fare il tecnico delle luci. Ero sveglio, ascoltavo parlare artisti come Paolo Villaggio o il boss Francis Turatello, che era un frequentatore. Finché mi sono accorto che anche gli altri ascoltavano me. Enzo Jannacci, Dario Fo, Teo Teocoli, i Gatti di Vicolo Miracoli… mi trattavano come uno di loro. Buttavo lì una battuta e, se piaceva, la usavano».
Con gli altri del Derby – Massimo Boldi, Teocoli o Renato Pozzetto – vi frequentate ancora?
«Meno di qualche anno fa. Festeggiamo il mio compleanno o il Natale ma purtroppo ogni anno c’è un amico in meno. Teo non viene più, ha un carattere difficile».
Fatica ad accettare gli anni che passano?
«Questo è difficile per tutti».
Ne sono passati 50 dal suo debutto al cinema in “Liberi armati pericolosi” di Romolo Guerrieri. Cosa ricorda?
Andai con i Gatti al provino. Avevo i capelli lunghi, un orecchino e un cappello, ero in forma. Guerrieri mi chiese se ero disponibile a fare il driver dei banditi in fuga ma poi usarono una controfigura perché non ero capace di sgommare. Ho avuto poche scene in quel film, di cui una in mutande, forse l’unica della mia carriera».
Com’è passato da tecnico a cabarettista?
«Mio zio che si incazzava perché, una volta lanciati, tutti lasciavano il Derby. Così mi propose di dirigere una compagnia stabile di comici: Giorgio Faletti, Paolo Villaggio, Cochi e Renato, Francesco Salvi e Paolo Di Francesco. Ad aprire lo spettacolo doveva essere un giovane ma nessuno voleva farlo e così li presentavo io. Mi veniva bene. Jannacci si trovava bene con me, mi volle nel gruppo dei “Repellenti” e nella commedia “La tappezzeria”. In poco tempo nei teatri di Milano si creava la fila fuori. E così ho pensato di andare anche a Roma. Un investimento».
Rischioso?
«Usai tutti i miei risparmi per affittare un teatrino in Piazza Navona. La prima sera c’erano gli amici e fu un successone, poi non venne più nessuno! Eppure fu la scelta più azzeccata che potessi fare. Venne il regista Steno. Tra il 1980 e il 1982 girai il “Pap’occhio” di Renzo Arbore, “I fichissimi” ed “Eccezzziunale... veramente” di Carlo Vanzina».
È vero che è stata Monica Vitti a volerla ne “Il tango della gelosia” di Steno?
«Proprio così. Poi è arrivato un periodo difficile. Il mio agente mi proponeva un film via l’altro e io stupidamente accettavo, forse perché venivo da una famiglia povera, e un paio di anni dopo scoprii che aveva rubato dei soldi. Mi fermai, anche perché volevo cambiare genere».
Poi è stato scelto da Pupi Avati in “Regalo di Natale”, suo primo film drammatico nel 1986. Una svolta?
«Sì, ma i cosiddetti “rilanci” valgono sia per l’attore sia per il regista. Me lo chiese dopo che Lino Banfi gli aveva detto di no, altrimenti sarebbe stata una storia diversa».
Anche con Gabriele Salvatores è stato sempre uno scambio?
«Il primo film, “Kamikazen – Ultima notte a Milano”, l’abbiamo prodotto insieme, io non recitavo. E quando il produttore Gianni Minervini mi propose “Marrakesh Express” fui io a volere Gabriele come regista. L’inizio di un bellissimo sodalizio».
Parlava di quello che la fa ridere. Cosa la commuove, invece?
«I film o le canzoni che mi ricordano i vent’anni. Una notte Enzo Jannacci mi fece sentire la canzone che aveva appena composto, “Vincenzina e la fabbrica”, la cantò al pianoforte: mi commosse allora e mi commuove oggi pensare agli amici che non ci sono più, come Enzo».
Con gli anni si piange più facilmente?
«Se sono da solo mi sciolgo, davanti ad altri provo a tenermi. Però piangevo anche da piccolo. La gente che non si commuove non ha tanto cuore, così come la gente che non ride non ha senso dell’umorismo».
È cresciuto nel Giambellino, figlio di pugliesi emigrati al Nord. Come vede la Milano di oggi?
«Ignorante, come tutta l’Italia. La gente fa tutto, perfino attraversare la strada, guardando lo smartphone. Penso ai ragazzini, la rete li illude di non avere più bisogno dei rapporti. Saranno più tecnologici, ma non mi pare che questo li unisca».
Prova nostalgia?
«Le dico solo che per decenni ho chiuso ogni serata cantando. Ci si trovava, si beveva, ci si prendeva per i fondelli, ci si provava con le ragazze, e poi qualcuno suonava la chitarra. A volte erano artisti veri, Sergio Endrigo, Fausto Leali, la PFM. Eravamo sani. E se hai vissuto così, pazienza se muori prima».