Corriere della Sera, 1 novembre 2026
Intervista a Bobby Solo
Bobby Solo, come sta?
«Bene, ma sono reduce da un tour di 40 concerti. E domani sarò al Teatro Parenti di Milano per la Milanesiana».
Quaranta concerti in un tour a 81 anni non è male.
«Ma lo sa che mi ricordo anche l’esordio nella pubblicità, quando ero giovane?»
Che pubblicità?
«Era uno yogurt. Vivevo a Milano all’epoca, tutto pareva possibile. Una lacrima sul viso la ideai guardando mia mamma Mariolina che faceva le patate bollite in cucina».
Poi un giorno le capitò di ascoltare Elvis Presley.
«Avevo quattordici anni e una fidanzatina americana, Betsy. Un giorno lei mise un disco, io ascoltai Love Letters e impazzii».
Lei non conosceva Elvis?
«No, spesi i miei risparmi per chiamare mia sorella che viveva in America e che mi confermò: “È una leggenda”».
Nel 1963 il primo disco: il suo nome all’anagrafe, Roberto, che diventa «Bobby» e un primo accenno di ciuffo.
«Alla Ricordi non piacevo, dicevano che la mia voce non funzionava, però il padre di Mogol, Mariano Rapetti, mi voleva bene».
E sua mamma che diceva?
«Si raccomandava: “Roberto, ricordati che non devi ingrassare, devi essere bello come Julio Iglesias”».
Lo ha conosciuto?
«Julio? Sì, in Francia, ero andato a incidere Una lacrima sul viso. Un signore gentile. In quello stesso studio vidi un uomo alto e molto bello, era Alain Delon. Girava con due pitbull, lo salutai con un inchino “Bonjour Alain”. Lui passò oltre senza guardarmi».
E lei si offese?
«Non mi sono offeso nemmeno quando nel 1977 mi dissero: “Bobby, la tua carriera è finita”».
Lei era in buona compagnia: Morandi, per esempio, attraversò una lunga crisi a causa dell’ascesa dei cantautori e dei gruppi impegnati.
«Sì, Gianni si mise a suonare il basso acustico, io aprii una sala di incisione».
Però «Una lacrima sul viso» continuava a vendere.
«Non ha mai smesso. Oggi calcolo che solo quel disco ha venduto dodici milioni di copie. So che Google ne riporta molti di più, ma se così è stato io francamente non so a chi siano andati i guadagni».
Immagino che circolino molte copie contraffatte.
«Una volta perquisirono un magazzino abbandonato vicino a Como. C’erano qualcosa come trecento copie illegali della Lacrima».
E poi ci sono gli impresari furbi.
«Non me ne parli. Ho calcolato che la mia buona fede mi è costata anni e anni di diritti d’autore mai incassati».
Nel 1964 quello che diventerà il suo maggior successo non vince Sanremo perché lei cantò in playback.
«Avevo avuto un calo di voce».
Bagordi con gli amici?
«Ma figuriamoci, con Adriano Celentano andavamo in giro di notte a caccia di farmacie, perché “ci facevamo” di vitamine e integratori».
Perché di notte?
«Perché tutti e due soffrivamo di insonnia. E così a Roma ci davamo appuntamento in centro e camminavamo fino a quando ci veniva sonno».
Il Paese in cui la «Lacrima» ha avuto maggior successo?
«Al di fuori dell’Italia? Il Giappone e l’Argentina».
Mi racconta una volta che lei ha pianto davvero?
«Gliene racconto tre. Una volta fu quando morì mia madre. Era la mia prima fan, una che si arrabbiava quando leggeva qualche critica. Mio padre, affezionato alla lirica, non capiva la nostra musica e diceva che i cantanti rock son tutti strazon, straccioni in triestino. Ma poi anche lui si innamorò delle mie canzoni».
La seconda?
«Quando ascoltai James Burton, il leggendario chitarrista di Elvis, attaccare Mystery Train. Piangevo come un bambino».
Lei era andato a sentirlo in America?
«Ma no, venne a suonare a Soave, provincia di Verona».
E la terza?
«Quindici anni fa. Un amico di Anversa, uomo potente, organizzava grandi eventi. Un giorno mi disse: “Hai voglia di aprire il concerto di Jerry Lee Lewis? Ma lo sa che per l’emozione riuscii a malapena a cantare sul palco?».
Le più grandi risate.
«Con Little Tony, uno dei miei amici più cari. Eravamo come fratelli, abbiamo condiviso le case, qualche volta le macchine, gli applausi».
Un ricordo di lui.
«Quando arrivai a Sanremo per la prima volta in tasca avevo solo diecimila lire. Tony mi guardò e mi portò a pranzo».
Ornella Vanoni.
«La incontrai per la prima volta in ascensore, io ero un ragazzo, lei bellissima con una scollatura che sbirciavo».
«Lacrima» a parte, qual è un’altra sua canzone alla quale lei deve molto?
«Non c’è più niente da fare, una canzone che, come spesso mi è successo, nessuno voleva fino a quando non si è rivelata un successo».
Racconti.
«Dunque, erano gli anni in cui Mogol era in crisi con la sua prima moglie, Serenella. Alla Ricordi cominciarono a dirmi “Dai Bobby, facciamo una canzone dedicata a lei, così fanno pace”. Uscì quindi il 45 giri che aveva sul lato A, quello principale, appunto la canzone Serenella, e sul lato B Non c’è più niente da fare».
Due titoli che, peraltro, potevano anche «parlarsi», con effetto comico.
«Infatti. Mogol è un grande artista, ma Serenella per me non è una canzone memorabile, mentre l’altra è molto bella. E infatti divenne un successo quando venne scelta come sigla di coda del programma Rai Tutto Totò, nel ‘67».
Lei ha sempre avuto la vista lunga anche in amore?
«No, perché in passato ho portato tante corna».
Ma ne ha anche messe.
«Lo ammetto, sì».
Un grande amore.
«Mia moglie Tracy, ha venticinque anni meno di me, abbiamo un figlio, stiamo insieme da trent’anni e non l’ho mai tradita, mai».
Come vi siete conosciuti?
«Lei faceva la hostess per una compagnia aerea. Io stavo andando negli Stati Uniti, l’ho vista, lei mi ha servito un caffè e io mi sono girato verso l’amico con cui volavo dicendogli: “Io la sposo”».
L’avrà presa per pazzo.
«Più o meno. Io avevo cinquant’anni, Tracy venticinque. Ma è stato per lei che ho smesso di fumare. Mia moglie non sopporta l’odore del fumo e io per amor suo ho accettato, anni fa, di ingrassare parecchi chili pur di smettere, perché compensavo con caramelle e cioccolato».
Poi li ha persi?
«Certo, perché faccio ginnastica tutti i giorni e sollevo pesi fino a dieci chili, se vuole le mando le foto dei manubri».
Ma ci credo. E oltre ai pesi che cosa fa?
«Non tutti sanno che io ho praticato yoga per anni, ero magrissimo. Poi sono passato ai pesi e a New York una volta con Peppino di Capri andammo a trovare Franco Columbu, un culturista che sollevava oltre trecento chili».
Bobby Solo che pratica yoga è comunque una notizia.
«Ma non solo yoga. Ho praticato anche il Chi Kung, o Qigong, una millenaria arte cinese che si basa su movimenti lentissimi e sulla connessione profonda con il respiro».
Bobby, ma lei sembra un guru delle pratiche orientali.
«E non le ho parlato dei cinque riti tibetani».
Confesso, non li conosco.
«Ce n’è uno micidiale: in piedi, braccia allargate, devi ruotare sempre più velocemente in senso orario. Se uno non è abituato cade, io ormai arrivo a farlo anche trenta volte».
Che cosa mangia abitualmente?
«Mangio due volte al giorno. Al mattino una banana, dello yogurt, poi tanta frutta secca come noci e pinoli. Alla sera tacchino arrosto e verdure bollite, qualche volta le patate bollite».
Come quelle che preparava sua madre e che le hanno ispirato «Una lacrima sul viso».
«La vita è un tornare sempre alle cose che contano».
Domani in occasione della Milanesiana lei si esibirà al «Parenti» con una serie di brani. Che cosa ascolteremo?
«Quello che mi sentirò di fare al momento, la scaletta è una cosa che mi annoia».
Prima di lei, una grande attrice come Laura Morante parlerà del suo romanzo.
«Un piacere incontrarla».
Dove ha imparato a suonare e a cantare?
«Da solo. Mettevo i dischi di Elvis e studiavo il suoi gesti. Senza aspettarmi molto dalla vita. Però ho avuto tanto».