Corriere della Sera, 1 novembre 2026
Rispunta Khamenei e minaccia
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump intende riprendere gli attacchi contro l’Iran dopo le elezioni di midterm e la sua amministrazione ha comunicato agli alleati mediorientali di prepararsi a una serie di attacchi brevi ma intensi già a partire dal 4 novembre, il giorno dopo il voto. La Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, ha affermato via Telegram: «A qualsiasi livello o tipo di minaccia occorre rispondere con una reazione immediata, incisiva e senza limiti geografici». Nella lista dei possibili obiettivi, secondo i media iraniani, ci sono otto Paesi: Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein, Oman e Giordania. Potrebbero essere colpiti porti, aeroporti, centrali elettriche, impianti di trattamento delle acque, cavi sottomarini, alberghi.
Gli alleati del Golfo spingono per la de-escalation, preoccupati per la possibile reazione dell’Iran. Un funzionario del Golfo ha affermato che «non sarebbe sorpreso» se alcuni Stati della regione si opponessero al fatto che gli Stati Uniti sferrino attacchi dalle basi situate nei loro territori.
Venerdì Trump ha affermato che la guerra con l’Iran «finirà molto presto»: è qualcosa che ripete da tempo. La situazione è complicata dal fatto che gli stessi sostenitori del presidente sono divisi sul conflitto. Il tentativo di evitare una nuova operazione «Furia Epica» è stato affidato al vicepresidente JD Vance che ha mandato una lettera al generale Mohsen Rezaei, ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, che è diventato segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale ad agosto, proponendo una ripresa dei negoziati. Trump ha minimizzato l’importanza della lettera, affermando di averla approvata solo per discutere la possibilità di consentire l’ingresso di ulteriori forniture mediche in Iran: «Ho detto che, se volete farlo, va bene. In sostanza, si tratta di far arrivare forniture per aiutare le persone che non stanno bene». I mediatori del Qatar hanno presentato a Teheran una proposta per un piano di sette giorni, in base al quale Stati Uniti e Iran potrebbero fare quotidianamente nuovi passi per rafforzare la fiducia in vista di negoziati di pace più ampi, ma la proposta non piace agli iraniani. Da settembre l’Iran propone un proprio piano di sette giorni, finora respinto da Trump, che prevede che Washington revochi il blocco dei porti iraniani, sblocchi i beni congelati e accetti la rotta sostenuta dall’Iran attraverso lo Stretto di Hormuz, dopodiché lo Stretto verrebbe riaperto.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato ieri che l’Iran sta esaminando la lettera di Vance, ma ha aggiunto che il piano iraniano è l’unica proposta sul tavolo per riaprire lo Stretto (anche nell’arco di due giorni). Mostafa Najafi, un analista vicino a Rezaei, ha scritto sui social: «Se nei prossimi due giorni (prima delle elezioni di midterm, ndr) non si raggiungerà un accordo, nella prima settimana dopo il voto il clima si sposterà probabilmente verso lo scontro». Najafi ha dichiarato al New York Times che le condizioni di Teheran includono tuttora, oltre alla revoca del blocco navale Usa, delle sanzioni sulla vendita del petrolio e del congelamento dei beni iraniani, anche la fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, dove Israele combatte contro Hezbollah, e l’accettazione della gestione dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran.