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 2026  ottobre 31 Sabato calendario

Intervista a John Malkovich

Nessuno sa usare le pause come John Malkovich. L’attore, regista, performer sembra appartenere sempre più convintamente a una specie aliena. L’impasto della voce, l’accento neutro del Midwest rafforzato da un’impostazione teatrale, il ritmo lento con cui mette una parola dietro l’altra soppesandole tutte. E quei silenzi che possono essere magnetici. Malkovich resta uno dei pochi capaci di essere riconoscibile in ogni personaggio che interpreta. Quasi un gioco di prestigio, che ripete ancora una volta in Wild Horse Nine di Martin McDonagh, al cinema dal 5 novembre, con cui ha vinto la Coppa Volpi all’ultima Mostra di Venezia. E con cui ha di fatto prenotato un possibile trionfo come miglior attore agli Oscar 2027.
McDonagh, sceneggiatore e regista di In Bruges, 7 psicopatici e Tre manifesti a Ebbing, Missouri, desiderava lavorare con lui da una quindicina di anni: “Malkovich riesce a rendere simpatico anche un personaggio che fa cose orribili”. Che è esattamente il caso di Chris in questo film ambientato nel 1973 a Rapa Nui (l’Isola di Pasqua): un agente della Cia con una lunga “carriera” alle spalle – golpe, omicidi, un probabile coinvolgimento nell’omicidio Kennedy – malato terminale di cancro e morfinomane, in vacanza con l’amico e collega Lee (Sam Rockwell, attore feticcio di McDonagh), in attesa del colpo di Stato in Cile che, insieme, hanno contribuito a preparare. “Sono come vecchi coniugi, quel genere di coppia che si conosce benissimo, sa alla perfezione gli aspetti irritanti dell’altro e anche che non c’è niente da fare. Chris considera normale ammazzare la gente, ma non mentre stai mangiando, quello che invece fa abitualmente il suo collega. Può essere molto infantile e non si fida di nessuno. Dice di non avere mai avuto un amico prima di Lee e credo che sia vero”, racconta Malkovich tratteggiando la sua ultima incarnazione. Nato 72 anni fa a Christopher, Illinois, in una cittadina che non arriva ai 3mila abitanti, è cresciuto “pensando di avere origini croate o giù di lì, slovene, bosniache. Fino a quando mi sono deciso a fare il test del Dna scoprendo di essere al 43% romeno”.
Nel tempo è passato con una flemma quasi inumana attraverso tempeste sentimentali e finanziarie. Al primo genere appartiene il rapporto clandestino con Michelle Pfeiffer durante le riprese del film Le relazioni pericolose, che portò alla rottura del suo matrimonio con l’attrice Glenne Headly. Dice: “Ho imparato una lezione: trovare una collega con cui sei così in sintonia è rarissimo ma, purtroppo, una volta oltrepassato il confine dell’amicizia non si torna indietro”. Al secondo, invece, fa capo l’aver perso tutti i risparmi incautamente affidati a Bernie Madoff: “Alla fine ti rendi conto di essere fortunato visto che la maggior parte delle persone ha solo qualche centinaio di dollari in banca da perdere”.
Oggi la sua vita privata è – appunto – privata. Dal 1989 è legato a Nicoletta Peyran, che lui chiama “mia moglie” anche se non si sono mai sposati, conosciuta in Marocco sul set de Il tè nel deserto di Bernardo Bertolucci. Ha due figli, Amandine, 36 anni, e Loewy, 34, e una nipotina di circa 3.
Per il resto lavora senza sosta. Una passione onnivora che lo ha portato a recitare anche in diverse serie tv, a dirigere spettacoli teatrali in giro per il mondo e a partecipare a progetti ibridi come Roll Over Beethoven con l’Orchestra dell’Accademia di Vienna, che sarà in tour il prossimo anno.
Partiamo da Rapa Nui: com’è stato lavorare lì e tornare agli anni Settanta?
“È un’isola fantastica, un ottimo posto per concentrarsi visto che, tartarughe a parte, non c’è praticamente altro. Gli anni Settanta li conosco bene, perché li ho vissuti e avevo già lavorato a progetti ambientati in quel periodo. Forse il miglior romanzo mai scritto sull’omicidio di Kennedy è Libra di Don DeLillo, che avevo adattato per il teatro circa 30 anni fa. Lui descriveva quell’assassinio come ‘i sette secondi che hanno spezzato la schiena del secolo americano’ e, nel film, mio fratello interpretato da Tom Waits, sostiene più o meno lo stesso. A Chris dice qualcosa tipo: ‘Da quel momento in America tutto è andato a puttane’. E lui gli risponde: ‘Era già una merda, solo che non lo sapevi’. È un pezzo di storia, come l’11 settembre ma del 1973, il giorno del colpo di Stato in Cile, che ha significato la perdita dell’innocenza”.
I suoi genitori erano entrambi giornalisti: ha mai avuto la tentazione di seguire la loro strada?
“No, proprio perché dentro quel mondo c’ero cresciuto. Non ho mai capito se abbiano approvato la mia scelta. Mio padre veniva ogni tanto a vedermi a teatro, ma non mi ha mai detto: bravo. Mi avrebbe fatto piacere? Forse sì. Ma non mi aspettavo mai i complimenti da parte sua”.
È vero che ha iniziato a recitare dopo essersi preso una cotta per una ragazza che faceva teatro all’università?
“Io studiavo Ecologia e lei si chiamava Joanne Kirkland, una tipa hippie come molte in quel periodo”.

E una volta iniziata la carriera, si è dato degli obiettivi specifici? Girare un certo film o vincere un certo premio?
“No, non ho mai fatto piani. A Chicago con Gary Sinise avevamo fondato una piccola compagnia di teatro. È successo che abbiamo portato uno spettacolo a New York e diversi produttori e registi sono venuti a vederci. Così sono arrivati i primi ruoli al cinema”.
Il primissimo è stato in Un matrimonio diretto da Robert Altman, nel 1978.
“A quei tempi per mantenermi lavoravo come autista di scuolabus. Ricordo che era estate, c’era un’afa terribile e appena potevo mi rintanavo in una stanza con l’aria condizionata. Ero abbastanza pigro, da giovane”.
Diremmo che da parecchio tempo non lo è più. Infatti ha lavorato in quasi un centinaio di film.
“Sa chi è stato a insegnarmi l’etica del lavoro? Dustin Hoffman. Ora so che continuerò a fare ciò che mi interessa, non sono il tipo che guarda indietro, penso piuttosto al domani. E non mi pongo il problema di quando smettere perché saranno gli altri a lasciarmi da parte al momento giusto”.
Ha raccontato di aver avuto esperienze difficili con alcuni registi. Quali?
“Sul set de Le relazioni pericolose, Stephen Frears un giorno mi disse a bruciapelo: ‘Visto quanto sei pagato, dovresti riuscire a girare questa scena’. Gli risposi che potevo imparare. A volte non sono le maniere dolci a farti andare avanti”.
Lei resta l’unico attore ad aver recitato in un film con il proprio nome nel titolo: Essere John Malkovich, diventato di fatto un cult movie.
“Non lo volevo fare.
Cioè, quando ho letto la sceneggiatura ho pensato che fosse molto divertente. Ricordo di averla finita mentre ero in volo per la Francia. Sono atterrato, ho telefonato in ufficio e ho detto: ‘Fissatemi un appuntamento con questo pazzo che l’ha scritta’. Quando ho incontrato Charlie Kaufman gli ho spiegato che avrei voluto produrre e dirigere il film, ma che doveva scegliere un altro protagonista. E lui: ‘Mi fa piacere che ti sia piaciuta, ma la risposta è no’. Anni dopo mi ha contattato Francis Ford Coppola chiedendomi se mi andava di incontrare Spike Jonze che voleva dirigere Essere John Malkovich. Mi ha convinto e ho accettato”.
Poi, però, siete entrati in conflitto…
“Ho visto il film il giorno stesso in cui veniva presentato per la selezione al Festival di Cannes. Non faceva ridere per niente, era proprio brutto. Ho chiamato Spike e gli ho detto: ‘Ti prego, cancella la proiezione, sennò rischi di non lavorare mai più’. Settimane dopo mi ha rimandato una versione tagliata, quella che è andata alla Mostra di Venezia”.
Un’altra passione è la moda: da dove arriva il suo amore per abiti e tessuti?
“La verità è che non lo so. Forse perché da ragazzino ero grassoccio e facevo fatica a trovare qualcosa che mi stesse bene. Sono sempre stato fissato con l’abbigliamento fin dalle elementari. Gli accostamenti per me sono fondamentali, un dettaglio sbagliato mi fa stare male fisicamente. Da ragazzo ero bravo a baseball, ma un giorno mio padre mi disse: ‘Se giocare ti interessasse quanto il tuo aspetto in campo potresti diventare un campione’. Ho anche perso una piccola fortuna lanciando le mie collezioni: forse sono un bravo attore, ma di sicuro sono un pessimo imprenditore”.
Eppure si è lanciato anche nella produzione di vini in Francia.
“Ecco: è solo un altro modo per buttare via dei soldi”.