il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2026
La lupa e l’agnello
“Lo dico senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del Gip di non convalidare l’arresto di Youssef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram ‘Movimento 17 ottobre’ che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali”. Parola di Giorgia Meloni. Anche noi lo diciamo senza mezzi termini: o la Meloni è una bugiarda matricolata, o è un’ignorante sesquipedale. Tertium non datur. Siher ha creato la pagina “Movimento 17 ottobre” alle ore 19:59 di domenica 18 ottobre, cioè dopo i saccheggi di quel weekend a Milano. Quindi non può avere istigato nulla di ciò che è avvenuto prima. Lo capirebbe anche un bambino: possibile che non lo capisca la premier? Le suggeriamo una novella di Fedro, ispirata a una di Esopo. Un lupo, a monte del ruscello, accusa un agnello che sta a valle di sporcargli l’acqua. L’agnello ribatte che semmai è l’opposto e il lupo, “respinto dalla forza della verità”, cambia in corsa il capo d’imputazione: “Sei mesi fa hai parlato male di me!”. L’agnello obietta che sei mesi prima non era neppure nato. Allora il lupo se ne inventa un’altra: “È tuo padre che ha parlato male di me!”. E lo fa a pezzi. Morale di Fedro: “Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti”. Cioè anche per la Meloni e per tutti quelli che da una settimana sbattono il mostro Siher in prima pagina. Non per criticare i suoi post Pro Pal (critiche legittime come i post), ma per accusarlo di un delitto che non può avere commesso e che neppure la Procura di Milano, nel nulla cosmico della richiesta di arresto, gli contestava: avere organizzato le devastazioni con una pagina social aperta dopo che erano già avvenute.
Per fortuna, Siher ha trovato un giudice a Milano. Anzi una giudice, Tiziana Landoni, che ha saputo resistere a una settimana di pressing politico, mediatico, poliziesco e giudiziario e ha fatto né più né meno che la giudice: nella totale assenza di gravi indizi di reato, ha scarcerato il “mostro” che tutti avevano già condannato. È l’ennesima prova che non serve separare le carriere per trovare dei giudici che danno torto ai pm. E che le destre volevano separare le carriere non per avere dei pm e dei giudici più forti e autonomi, ma più deboli e condizionabili per scrivere le sentenze al posto loro. Ora la Meloni si domanda “come possa uno Stato normale difendere le persone perbene di fronte a queste decisioni di certa magistratura”. La risposta è semplice: evitando di scambiare le persone perbene per criminali e lasciando decidere la differenza ai giudici, non ai politici. Men che meno a quelli che, se applicassero a se stessi le regole che invocano per gli altri, sarebbero tutti al gabbio.