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 2026  ottobre 29 Giovedì calendario

Il “pornobaffo” risorge, da Alcaraz al cinema

Pelo, partita, incontro. L’ultimo look di Carlos Alcaraz coi baffi ha riportato il simbolo eterno della virilità al centro del discorso, dopo tanti precedenti illustri nello sport, nel cinema, e nell’immaginario collettivo. Nel momento dell’esordio al torneo di Shanghai, a metà ottobre 2026, a scatenare la meme-culture attorno al tennista numero 3 del mondo, oltre ai capelli fluenti e la canotta di ispirazione basket su un campo da tennis, sono stati proprio gli inediti moustache. E pazienza se coi baffi Alcaraz non è andato oltre i sedicesimi di finale in Cina: avevano già segnato il trend, eredità di una promessa fatta al proprio team dopo la vittoria dell’open del Giappone la settimana precedente. Al grido di"¡Bigotes para todos!” (baffi per tutti), la scelta di stile del murciano ha rialzato ancora una volta le quotazioni dei baffi sui volti maschili. Intergenerazionali, va specificato, perché ogni gruppo anagrafico sembra avere un rappresentante preferito, anche a seconda di esigenze di copione (nel cinema) e di tendenze più o meno collettive che si ripropongono negli anni.
In controluce, sui baffi si può leggere l’evoluzione del concetto di virilità, ammorbidito nel tempo da altrettante svolte culturali che lo hanno impregnato di significati multipli. Nella storia i baffi restano legati a un ideale di maschio forte, tra sovrani che ne facevano ampio sfoggio e soldati che li copiavano per irrobustire la propria autorevolezza (per i militari britannici erano stati addirittura resi obbligatori da un ordine del 1912, riporta NPR in una lunga ricerca in materia).
Christopher Oldstone-Moore, autore del libro del 2015 Of Beards and Men: the Revealing History of Facial Hair, ha addirittura individuato quattro periodi storici in cui i peli sul viso, principalmente la barba, era una norma: il II secolo d.C., il Medioevo, il Rinascimento e il XIX secolo in Europa e in America, ovviamente considerando a parte gli uomini che portano barba e baffi per motivi religiosi. Nel Novecento i baffetti di Adolf Hitler sottolineavano il terrore del nazifascismo, sul versante italiano regnavano gli imponenti baffoni di Vittorio Emanuele III a contrasto con l’assenza di peli di Benito Mussolini. Nonostante gli esempi, i baffi si sono in realtà politicizzati un po’ più avanti, volgendo il paradigma verso sinistra già sul finire degli anni Sessanta per diventare simbolo di ribellione all’autorità di un potere conservatore, rappresentato dall’estetica dei college dell’Ivy League negli USA.
Nel frattempo, i baffi hanno accompagnato una rappresentazione ironica e molto erotica del fascino maschile, complice Hollywood: dalla comicità slapstick di Charlie Chaplin col suo Charlot, i baffi sono arrivati a identificare un certo tipo di allure irresistibile, da Clark Gable a David Niven, espandendosi poi nella fierezza di “Magnum P.I.” Tom Selleck, di Robert Redford e Paul Newman per esigenze di copione, e ancora di Burt Reynolds o Kris Kristofferson che ne ricostruivano in maniera pop l’appartenenza a un’ideale di forza maschile, vagamente stereotipata.
Eppure, folti e pieni, i baffi vestivano anche il labbro superiore di Freddie Mercury dei Queen, che li trasportava nell’immaginario delle rivendicazioni dei diritti civili per la comunità Lgbtqia+, e pure dell’attore di film hard John Holmes, che avrebbe – suo malgrado – fatto ribattezzare un certo tipo di taglio “pornobaffo”. Con l’installazione dell’estetica ultra-clean da yuppie, rampante di rasature quotidiane, i baffi e la barba sono stati archiviati, sopravvivendo su sparuti rappresentanti: solo negli anni Dieci del terzo millennio l’arrivo in massa degli hipster, con la loro ruvidità calcolata ed esibita, ha rimesso le barbe foltissime al centro del villaggio. Spunto perfetto per l’iniziativa Movember, inaugurata a partire dal 2014: tagliarsi la barba ogni novembre restando solo con i baffi, per sensibilizzare sulla salute maschile e il tumore alla prostata. Novembre dopo novembre, oltre la nobile causa, i baffi hanno cominciato a riconquistare sempre più volti, per la provata capacità di modificare il look senza dover stare troppi giorni a coltivare la lunghezza giusta del pelo sulle guance. Per la Gen Z sono diventati una felice abitudine, con nuovi protagonisti da cui prendere ispirazione come Jacob Elordi, Timothée Chalamet nella sua Marty Supreme era, Benson Boone ed Harry Styles, affiancati all’amatissimo veterano Pedro Pascal.
Il vero terreno fertile per il vigore simbolico dei baffi, però, è sempre stato lo sport. Negli anni Settanta, quando il mustacchio era prevalentemente moda a sé, tra i migliori rappresentanti dei “baffi per la vittoria” c’erano i nuotatori Mark Spitz e John Naber, assieme al mezzofondista dell’atletica Steve Prefontaine, al cestista Phil Jackson, al pilota Clay Regazzoni. Nel decennio successivo a tenere in alto la potenza del baffo scese in pista Nigel Mansell nella Formula 1, sui parquet NBA dominavano i baffetti di Larry Bird di Pat Ewing, e nel wrestling brillavano i lunghi mustacchioni a ferro di cavallo, indimenticabili, di Hulk Hogan.
Se per i calciatori i baffi sono stati prima un simbolo di estro e sregolatezza totale con George Best, poi vezzo tra moda e immagine – con Socrates, Rudi Völler, Beppe Bergomi da giovanissimo, Ruud Gullit oltre le treccine per nominarne alcuni –, nel corso degli ultimi trent’anni i baffi degli sportivi si sono progressivamente associati a pizzetti millimetrici, poi a barbe accennate, fino a scomparire quasi del tutto: oggi sopravvivono principalmente sotto il naso dello juventino Nick Woltemade, che non a caso ricorda vagamente Völler. A rilanciarli ci hanno pensato altri sportivi, di cui Carlos Alcaraz è l’ultimo in ordine di apparizione: tra i contemporanei hanno portato i baffi (e spesso li ri-sfoggiano, a seconda dei periodi) nuotatori olimpici come Adam Peaty, Thomas Ceccon e Nicolò Martinenghi, e negli USA fa notizia il baffo identificativo del ranista Van Mathias, che ha persino distribuito adesivi con i suoi baffi tra i tifosi per cementare la fanbase. La diplomazia pilifera del baffo trasformata in strumento di marketing.
Il periodico risorgimento del pornobaffo, in fondo, è un segnale. Il nuovo mutamento delle idee sulla mascolinità, che spesso arriva agli estremi incel, ha nella scelta dei baffi il più immediato e meno rischioso dei modi di presentarsi come uomo. Rivela il messaggio che si sa prendersi cura di sé, perché i baffi richiedono comunque una manutenzione attenta, e che si vuole aderire a un’estetica di mascolinità accessibile, non “perfettina” come Patrick Bateman di American Psycho, tantomeno sbracata e incolta. Il baffo che mette d’accordo tutti. Un’esemplare via di mezzo.