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 2026  ottobre 29 Giovedì calendario

Intervista a Beatrice Arnera

In Un tranquillo funerale di famiglia – che ha chiuso la Festa del cinema di Roma ed è in sala con 01 – s’arrampica sui tetti e guida un trattore, travolta da una droga presa per sbaglio. Nella vita Beatrice Arnera è cresciuta tra le quinte dei teatri d’opera, al seguito della madre cantante lirica, dalla quale ha ereditato l’autoironia. Sta per tornare in scena con Intanto ti calmi, sorta di diario autobiografico. Ed è reduce da un momento difficile, dopo la separazione da Andrea Pisani e la relazione con Raoul Bova: il racconto in lacrime dell’ex compagno in un podcast ha scatenato contro di lei una tempesta di insulti e minacce social.
Il suo personaggio nel film sembra uscito da una comica muta.
«Interpretare qualcuno sotto l’effetto di droghe rende tutto lecito. La cosa difficile è abbattere le barriere convenzionali, dimenticare il buon costume».
La comicità nella sua vita?
«Sono stata cresciuta da una mamma esilarante, cantante lirica: ho imparato che la risata è un modo di stare al mondo».
È cresciuta nei teatri d’opera?
«Prima della scuola dell’obbligo ho viaggiato con mamma in Italia e in Europa. Una bimba nomade. Assistevo alle prove d’orchestra, vedevo i costumi, gli allestimenti. A sette anni fischiettavo Il barbiere di Siviglia e cantavo Carmen. Ho iniziato il mestiere da piccolissima, per gioco, i miei non mi hanno spinta».
Che ha scoperto di sé portando in scena “Intanto ti calmi”?
«Un c..., per il momento. Ma ho capito che trasformare in forma artistica le esperienze, felici o dolorose, le esorcizza. Stare sul palco come me stessa, prendere le cose che mi accadono e farle diventare di tutti è una terapia. Tra un annetto ci aggiorniamo e le dico come sto».
È uno spazio di libertà artistica?
«È Disneyland. Scrivo, disegno la scenografia, lavoro con la regista Giulia Fiume. Non ho padroni. Scelgo e parodizzo i pezzi che canto. E improvviso. La forma di espressione più liberatoria».
Ha sempre detto che soffre della sindrome dell’impostora.
«Sempre. Il giorno del giudizio ne parlerò con San Pietro. Quando mi ha scelta Carlo Verdone continuavo a chiedermi se non si fossero sbagliati. Intorno a me ci sono persone più brave. Non faccio la finta umile, davvero».
Si considera coraggiosa?
«Libera. Sono in una fase della vita in cui, se qualcosa non mi paga il mutuo o non rende felice me o la mia famiglia, non ci dedico tempo. La vecchiaia fa perdere i freni inibitori. Non so se sono coraggiosa, di sicuro inizio a essere anziana. Libera e anziana».
Una serata difficile sul palco?
«Ho collezionato sold out. Non so se per merito mio o del fatto che ci sia poca comicità al femminile, meno concorrenza. Una cosa che ricordo con paura è il periodo della shitstorm che mi ha coinvolta. Avevo il terrore di salire sul palco perché mi aspettavo che qualcuno dal pubblico potesse alzarsi e darmi della troia, urlarmi qualche insulto. Non è successo. Anzi, a Milano, dopo una serata, una signora si è messa in fila per incontrarmi per le foto. Mi dice: “Ti devo chiedere scusa”. E rivela che era una di quelli che mi avevano scritto cattiverie, commenti violenti. Dopo lo show si è ricreduta».
 
Che effetto le ha fatto?
«Spaventoso. Davo un volto a quell’odio. Non era un mostro a tre teste con le zanne, ma una signora di Lodi di 60 anni, con la montatura degli occhiali di design e il caschetto biondo. Avrebbe potuto farsi gli affari suoi e invece si è esposta. Dopo quell’episodio ho pensato: da lontano puoi avere un’opinione su qualcuno, se ti avvicini rischi di cambiarla».
Quando ha capito che la tempesta stava passando?
«Smettendo di occuparmene. Uno scatto interiore che non aveva nulla a che fare con ciò che succedeva fuori. Sono stata circondata da una famiglia meravigliosa, da chi mi conosce davvero e sa che cosa è successo e come. Avevo intorno la mia verità, le cose solide della vita. Ho smesso di leggere, di voler sapere cosa stesse succedendo. Ho capito che la macchina infernale dei social è un micromondo. Tanti mi dicevano di non sapere nulla, fuori dalla bolla».

L’odio è rimasto sui social o è entrato nella vita quotidiana?
«A un certo punto è uscito dal telefono. Una signora mi ha fermata per strada, mi ha detto: “Ti prego, sii una brava madre”. Quindi sì, era diventato reale. C’è stato un lungo momento in cui ho avuto paura di uscire da sola. Poi viviamo in un Paese in cui le cose accadono e la gente se ne scorda. Che si sia data così tanta risonanza a una porzione dei cavoli miei mi fa anche ridere. Mi pare surreale».
Ha denunciato?
«Sì, c’è una battaglia legale in corso. Si dovrebbe accedere ai social con PEC o carta d’identità: s’identifica chi minaccia di morte».
Ora?
«Giro il film di TonyPitony: la mail del provino è stata la mia lettera da Hogwarts».