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 2026  ottobre 29 Giovedì calendario

Israele, “soldi del Qatar per aumentare affluenza arabi”: commissione elettorale chiede un’inchiesta

A spoglio ancora in corso, scoppia il caso che può far saltare l’ipotesi, già di per sé assai complicata, del sostegno esterno dei partiti arabi a un possibile governo di Gadi Eisenkot. Il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice della Corte suprema Noam Sohlberg, ha chiesto al capo dello Shin Bet, David Zini, di aprire un’indagine su “gravi sospetti di interferenze straniere ostili” nel voto del 27 ottobre. Tra le accuse da verificare, quella secondo cui Doha avrebbe finanziato iniziative per aumentare l’affluenza degli elettori arabo-israeliani. Accuse respinte dal Qatar che ribadisce “di non avere alcun coinvolgimento nella competizione politica o elettorale israeliana”.
Il risultato elettorale di Lista Comune, che raggruppa tre partiti, e di Ra’am, è storico: per la prima volta hanno conquistato 19 seggi alla Knesset. Con loro, lo schieramento anti-Netanyahu è maggioranza. L’affluenza nelle città arabe è stata molto alta, ma in linea con il resto del Paese: il Center for Israel Education la stima al 76,5, quando la media nazionale è il 77,7 per cento.
Lo Shin Bet, il servizio di intelligence interna, dopo la lettera di Sohlberg è tenuto ad aprire l’inchiesta. “Esiste l’obbligo di verificare”, scrive infatti il giudice. “Solo così possiamo garantire la fiducia dell’opinione pubblica nel sistema elettorale e l’integrità del processo democratico”.
Il direttore dello Shin Bet ha contattato sia Netanyahu sia Eisenkot, illustrandogli quali siano i sospetti e quali gli elementi finora acquisiti. Eisenkot chiede che venga fatta chiarezza, ma accusa il primo ministro uscente di voler sfruttare e manipolare “informazioni che devono ancora essere confermate” per posticipare l’ufficializzazione dei risultati elettorali. C’è però un giallo nel giallo.
Due fonti ufficiali a conoscenza dell’indagine sostengono che lo Shin Bet fosse in possesso di informazioni di intelligence sulla possibilità di trasferimenti illegali di fondi già prima delle elezioni e che, nonostante ciò, non sia mai stato eccepito niente di rilevante durante le riunioni con la Commissione elettorale centrale precedenti al 27 ottobre. La domanda, che lascia aperte molte ipotesi, è, quindi, perché. Perché, se davvero l’intelligence aveva sospetti fondati di interferenze esterne, non è intervenuta prima?
È una vicenda che si inserisce nel clima di tensione seguito a elezioni che non hanno prodotto una soluzione chiara (la coalizione di Netanyahu ha 53 seggi, il blocco di Eisenkot 43: ne servono 61 per avere la maggioranza alla Knesset) e nelle quali l’alta partecipazione degli arabi israeliani (palestinesi, beduini e drusi) è diventata un fattore decisivo.
"È un momento delicato, l’integrità delle nostre elezioni costituisce un valore democratico supremo”, interviene il Presidente Isaac Herzog. “Le prove e le accuse devono essere oggetto di un’indagine approfondita, i responsabili dovranno essere arrestati e chiamati a risponderne, nel pieno rispetto della legge”.
Immediata la reazione dell’estrema destra. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader del partito Sionismo Religioso, forte dei 6 seggi ottenuti, chiede su X che i capi dei partiti arabi vengano interrogati dallo Shin Bet. “Lo Stato di Israele non sarà venduto all’Islam radicale con i soldi del terrorismo”.
Gli risponde uno dei leader di Lista Comune, Sami Abu Shehadeh, presidente di Balad, partito laico nazionalista palestinese. “Netanyahu e i suoi alleati sono persone pericolose che stanno costruendo una narrativa per non accettare il risultato di una delle più decisive tornate elettorali in decenni”, dice. “In ongi democrazia funzionate, chi perde le elezioni si assume la responsabilità politica e va a casa. In Israele la parte sconfitta si inventa infamie razziste e convoca le agenzie di sicurezza per rovesciare l’esito della consultazione popolare”.
Il Likud di Netanyahu, confermatosi primo partito ma con 6 seggi in meno rispetto al 2022, da due giorni denuncia brogli nei seggi arabi, senza però portare le prove. Anzi, la polizia e i vertici amministrativi della Commissione elettorale sostengono che finora non sono emersi elementi a sostegno di una frode. Un alto funzionario di polizia, parlando con Haaretz, le ha definite “operazioni di propaganda prive finora di fondamento”, sottolineando che le segnalazioni di irregolarità sono meno numerose rispetto alle precedenti consultazioni. Anche Dean Livne, direttore generale facente funzioni della Commissione elettorale, ha respinto le accuse secondo cui gli elettori arabi avrebbero “rubato” il voto.