la Repubblica, 29 ottobre 2026
Intervista a Pedro Almodóvar
Libri che passano da un film all’altro, che ispirano trame, che vengono adattati. La filmografia di Pedro Almodóvar è costellata di riferimenti letterari. Nel corso dei decenni ha pubblicato numerosi racconti, ma ha aspettato fino all’età di 77 anni per pubblicare il primo romanzo,El hombre que solo escribía en los aviones (L’uomo che scriveva solo sugli aerei, da oggi in libreria in Spagna per Reservoir Books). Un libro frenetico e libero come il suo cinema, pervaso dalla passione per la lettura. Il protagonista è Flavio Guijarro, un coach di autori ossessionato dalla scrittura. Come tanti protagonisti del regista, Flavio ha molto di lui. Il regista ci accoglie nella sede madrilena di El Deseo, la sua casa di produzione, con le pareti ricoperte di ricordi e locandine dei suoi film. È sereno, gentile, a proprio agio in una conversazione lontana dalla promozione cinematografica. E lontano dall’ansia che, dice, è stata il motore del suo romanzo.
“Quello che avete tra le mani” lei scrive nella prefazione del libro “è un romanzo scritto con ansia». Da dove nasce questa ansia?
«Non lo so, fa parte del mio carattere. E non è sempre un male, perché l’ansia che mi ha spinto a scrivere è stata assolutamente positiva. In altri casi non fa bene; sono stato due volte in ospedale a causa dell’ansia. Credo che derivi dal carattere e dal fatto che nel cinema il tempo non basta mai. L’adrenalina mi fa molto bene perché mi risveglia, ma poi mi sento un po’ a terra e devo stare attento. Una volta ho avuto una crisi d’ansia acuta, sono dovuto andare da un neurologo, e devo stare attento perché mi capita senza che io me ne accorga».
La sua ansia è condivisa anche da Flavio, il protagonista del suo romanzo, e da Patty Diphusa, la star dei fotoromanzi porno, paradigma della Movida, di cui scriveva a puntate sulla rivista “La Luna”.
«Assolutamente sì. Per quanto riguarda Patty Diphusa, ammetto che quelli di La Luna mi chiamavano per dirmi che stavano già mandando il corriere a ritirare il testo, e io nella mezz’ora che mancava all’arrivo del corriere scrivevo il capitolo, dopo essermi fatto un paio di strisce di coca. Patty Diphusa era davvero drogata. Era l’effetto del fatto che la scrivevo sempre in uno stato alterato. Ma ora non è più così».
Prima era la cocaina, ora è l’adrenalina.
«Assolutamente. Ma è sempre un buon segno quando inizi a scrivere qualcosa e la sera stai leggendo un’altra cosa che non c’entra nulla e l’idea continua. Devo annotarla di corsa sul libro. I miei libri sono pieni di appunti».
“Tutto ciò che mi emoziona o mi interpella in un libro o in un film è mio”, dice Flavio, citando Borges. Potrebbe valere anche per lei?
«A Borges piaceva che gli raccontassero qualcosa, e poi quel ricordo diventava suo. A me succede lo stesso con i film».
Si vede in “Amarga Navidad”, dove utilizza esperienze di persone a lei vicine.
«L’autofiction e i suoi i limiti, se ce ne sono. L’autore si crede padrone di tutto ciò che ha vissuto, e ha vissuto molte cose che sono state collettive. Fino a che punto hai il diritto, da autore, di raccontarle o di farle tutte tue? È un problema morale che non so come risolvere. Credo che la chiave sia cercare di non fare del male a nessuno. Questo è ciò che mi guida».
Scrive fin da quando era molto piccolo. Si è sentito prima scrittore o regista?
«Mi sentivo come quelle attrici che iniziano come vedette in un musical e, all’improvviso, vengono chiamate per interpretare un ruolo drammatico e fanno il salto verso un genere più difficile. Avevo un po’ quel complesso o, più che un complesso, quella consapevolezza. Ho scritto per tutta la vita, dall’età di 11 anni, ma non credo di essere una persona dotata di una dote straordinaria per la scrittura. La mia vocazione era quella di diventare un grande romanziere. Ma col passare del tempo mi sono reso conto di non esserne in grado».
Perché?
«Beh, perché vedevo la rozzezza del materiale che scrivevo. Ma quello che ho sentito fin da piccolo è che avevo una grande immaginazione. Una straordinaria capacità di inventare storie. E questo, fortunatamente, non mi ha mai abbandonato. Ma col tempo scopri anche che non basta, che l’immaginazione è solo un elemento tra tanti. Che servono tantissime altre qualità per scrivere un romanzo. A 18 anni mi sono reso conto che quello che volevo era raccontare storie. E mi è sembrato di avere più facilità a raccontarle nel cinema, piuttosto che nella letteratura. Mi sono comprato una cinepresa Super 8 e ho iniziato a girare dei cortometraggi. Il cinema è una passione. Non è un lavoro, assomiglia molto a una dipendenza».
Dipendenza dal cinema?
«In questo momento, nella terza fase della mia vita, mi rendo conto in modo molto più chiaro di prima che la vivo in modo compulsivo. Non ho avuto il problema di trovarmi in un periodo di aridità narrativa, per fortuna, ma arriverà da un momento all’altro. Queste cose capitano, ma so che lo vivrei come un’agonia assoluta. Questo mi rende un regista. Invece, ho sempre avuto la vocazione di scrivere un romanzo e finora non l’ho scritto. Col tempo mi sono persino disposto a scriverne uno che non fosse un grande romanzo, che era ciò che volevo da adolescente, ma che fosse divertente, piacevole e che potesse accompagnare il lettore in un viaggio di due ore».
Quali sono state le sue prime letture?
«I cataloghi di Galerías Preciados delle mie sorelle. Per i feticisti era incredibile perché, ovviamente, c’era tutta la biancheria intima femminile. In quel periodo chiedevo loro anche libri».
Che tipo di libri?
«Beh, ad esempio Françoise Sagan. Ricordo non solo di averla letta, ma anche di essermi identificato molto con lei (risate). Parlava di intellettuali parigini. Io la capivo a modo mio e mi piaceva tantissimo. Poi c’era una collana, si chiamava Collezione Reno. C’erano Mika Waltari, Jack London, Jonathan Swift, Hermann Hesse».
E quando è scappato dall’Estremadura ed è arrivato a Madrid?
«Me ne sono andato quando ero ancora minorenne, minacciato da mio padre che mi diceva che avrebbe chiamato la Guardia Civil. Gli ho detto: “Chiamala pure, ma io me ne vado”. E me ne sono andato. Una volta a Madrid, man mano che crescevo, ho iniziato a scegliere gli autori in base a ciò che leggevo sui giornali».
Nel romanzo si percepisce di nuovo una certa nostalgia per la Madrid degli anni Ottanta.
«Ci credevamo delle star e stavamo imparando. Imparando partendo dal nulla. Credo che oggi per chi è giovane sia molto più difficile. Quello che hanno i giovani di oggi e che noi non avevamo, ed è un male per loro, è che fin dal primo momento fanno parte del mercato. Noi non facevamo parte del mercato, non facevamo parte di nulla se non del nostro stesso piacere. Non sapevamo ancora nulla, ma c’erano idee. Ad avere idee non si può imparare. Non voglio essere nostalgico ma mi manca molto la mia giovinezza».
«Mi sento superflua, smarrita e (come negli ultimi cinque anni) postuma», scrive Susan Sontag. Flavio la cita nel libro. Anche lei comincia a sentirsi postumo?
«A volte. Non è un sentimento costante, perché altrimenti sarebbe già una crisi».
Si dice che lei sia già a buon punto con un nuovo progetto.
«Molto, molto a buon punto. Sarà molto diverso dall’ultimo. Non potrei vivere se non avessi qualcosa di nuovo tra le mani. Ne sarei molto triste».