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 2026  ottobre 29 Giovedì calendario

Stefano Baldini ripercorre la maratona vittoriosa di Atene 2004

Ci sono sere in cui la vita smette di essere beffardamente elusiva. Momenti in cui la luce scende di un semitono, si addolcisce, e ciò che abbiamo desiderato a lungo si lascia infine afferrare. Stefano Baldini alle Olimpiadi di Sydney del 2000 non era riuscito neppure a terminare la gara. Quattro anni dopo, il 29 agosto del 2004, alle Olimpiadi di Atene aveva trentatré anni. Era la sua ultima occasione. La maratona si correva proprio lì dov’era nato il mito fondativo di quella corsa. Dove il soldato Filippide corse dal campo di battaglia di Maratona fino ad Atene ad annunciare alla polis la vittoria sui Persiani. Era il 490 a.C. Quel pomeriggio di 2500 anni dopo, sulla Piana di Maratona, alle ore 18 Baldini era lì sulla linea di partenza.
Sentiva l’emozione per quel luogo simbolico?
«Sì, ma non la sentivo solo io. Tutti quelli che erano lì, vicini allo starter, provavano qualcosa di speciale. Anche Paul Tergat e Meb Keflezighi, tra i favoriti, erano emozionati».
Faceva molto caldo e la gara cominciò lenta. Il primo tratto era in pianura con una leggerissima discesa...
«Tutti avevano paura del clima. Siamo partiti che c’erano 30 gradi. E poi ognuno temeva il percorso, perché dal quindicesimo chilometro iniziava un tratto tormentato di salite e discese, non troppo ripide, ma molto lunghe. La gara all’inizio fu sonnecchiosa perché uno, correndo piano, pensa di risparmiare energia. È vero, ma devi sapere correre piano».
Lei usava passi brevi e molto frequenti invece di passi ampi e alti. È così che si risparmia tempo e energia?
«Con il mio team ci siamo preparati per anni per fare questa cosa e questi sono i guadagni marginali che alla fine fanno la differenza in una gara di corsa a piedi dove tutto il mondo esprime atleti di alto livello».
Dopo circa un’ora, all’inizio della parte più difficile, il brasiliano Vanderlei de Lima si staccò. Prese quindici secondi di margine sul gruppo. Se lo aspettava?
«Lo conoscevo, lo avevo messo nel mirino. Era nell’elenco degli outsider perché aveva una carriera di tutto rispetto. Ma a dire il vero ero molto più preoccupato di Tergat e di Keflezighi».
A un certo punto il brasiliano sparì dalla vostra visuale...
«Nonostante il lungo rettilineo che da Maratona porta ad Atene, era diventato solo un puntino piccolissimo davanti a noi. Era arrivato a cinquanta secondi di vantaggio, il che vuol dire trecento metri, tantissimi per una corsa a piedi. Allora ho cominciato a fare delle azioni a velocità sostenuta, di una decina di secondi, per mettere alla prova i miei avversari».
Poi avvenne qualcosa di clamoroso. A sei-sette chilometri dall’arrivo, Vanderlei de Lima venne aggredito da una persona del pubblico. Lei se ne accorse?
«No, perché c’era una semicurva a destra e ho saputo dell’incidente solo dopo il traguardo. Forse è stato anche meglio, perché mi avrebbe condizionato. Comunque avevamo rimontato trenta secondi in tre chilometri, lo stavamo riprendendo molto velocemente. Il problema per me a quel punto era Keflezighi che era più veloce di me nelle gare brevi ed ero preoccupato di dover gestire gli ultimi chilometri proprio con lui».
Poco dopo lei è passato in testa e ha staccato tutti. La sera ha cominciato a scendere tra i sobborghi di Atene. Cosa ha provato in quel momento?
«Allo scoccare delle due ore, al crepuscolo, sono rimasto da solo. Avevo davanti a me ancora quasi undici minuti da correre. Un tempo interminabile. Da una parte volevo tagliare il traguardo subito, perché c’è sempre un imprevisto dietro l’angolo, dall’altra volevo che quegli istanti non finissero mai».
Si ricorda le sensazioni di quella corsa al crepuscolo?
«Ricordo di aver passato gli uffici delle Nazioni Unite, le strade erano illuminate, dopo due ore di totale concentrazione sui tombini, sul cordolo di un marciapiede, sul prendere una borraccia, ricordo la vista di quel catino di luce meraviglioso nella sera: lo stadio Panathinaiko. Mi sono detto: “Voglio arrivare lì”».
In quel catino di luce di marmo bianco lei è riuscito ad entrare per primo...
«È stato bello, nel giorno più importante. Essere riusciti a sintetizzare, proprio in quelle due ore, tutto il lavoro che negli anni avevamo fatto con la mia equipe».
Poi andaste con un pulmino dal Panthinaiko allo Stadio Olimpico. «C’era la luna piena. Per la prima volta la premiazione era nel bel mezzo della cerimonia di chiusura. Erano le dieci di sera».
Cosa ricorda?
«Tra l’antidoping e il passaggio in pullman ho cominciato a capire cosa era successo. Poi fu tutta una festa e un caos. Sotto al tunnel c’erano le ragazze della pallanuoto femminile. Erano scatenate. Avevano vinto l’oro pure loro. A un certo punto abbiamo scoperto che l’organizzazione non trovava più il podio, perché lo stadio per la cerimonia era stato spogliato di tutte le attrezzature. Per fortuna l’hanno ritrovato».
E come ha passato la notte?
«Ho fuso un telefonino. Nel momento in cui l’ho riacceso sono apparse centinaia di messaggi. Ho pianto a vederli tutti insieme. Sono rimasto fino alle tre del mattino a leggere le parole dei miei amici».