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 2026  ottobre 29 Giovedì calendario

Pete Doherty parla del suo presente e dei tormenti passati

«Ma com’è Giorgia Meloni?» ti chiede tranquillo in camerino, sorseggiando una birra. Tutto ci si immaginerebbe tranne che discutere di politica (e non solo di quello) con Pete Doherty. Già, l’ultimo dei maudit, il rocker che flirtava con l’eroina (e i camerini li distruggeva), oggi è un pacato signore sulla quarantina inoltrata, non senza qualche tormento interiore (come vedremo), ma non più su di giri. Lo si incontra prima del suo ultimo show all’Alcatraz di Milano (presto ne verranno altri in Italia) con una delle sue numerose incarnazioni, i Babyshambles in questo caso, la band successiva ai Libertines che lo spararono in orbita a inizio 2000: erano in pausa da 12 anni.
Perché da deciso di riunire i Babyshambles?
«L’anno scorso è morto il nostro ex chitarrista Patrick Walden. Ma anche il suo successore Mick Whitnall ha avuto problemi di eroina, come me. Allora ci siamo detti: ripartiamo, prima che muoia qualcun altro...».
Com’è stato ripartire?
«Alcuni show in Inghilterra sono stati potenti quanto quelli di anni fa, ma senza il lato più oscuro. Meno sangue, meno arresti, meno droghe».
La droga: com’è il suo rapporto con la dipendenza ora?
«Non se ne va mai davvero, si rimane dipendenti. È un terribile cliché, ma è così: affronti un giorno alla volta e poi vai avanti lentamente. Prendo un farmaco bloccante, per sicurezza, da anni. Così, anche se dovessi assumere eroina, non farebbe effetto».
Come riesce ad affrontare la vita da tour, non priva di tentazioni pericolose...
«Di solito, ho con me mia figlia che ha tre anni. Cerco di mantenere una routine: leggo, prendiamo la chitarra, scriviamo canzoni. Ma, alla fine, tutto ruota attorno al concerto. Se non sto bene, non scappo. Resto e lo faccio. Probabilmente sono più in sintonia con ciò che mi circonda».
E ora vive in Francia, in un paesino in Normandia... Non le manca Londra?
«No, sto bene quando sono in campagna coi miei cani».
Ha 47 anni. Per molti, avrebbe dovuto essere morto un ventennio fa, secondo un altro cliché del rock, quello del club dei 27, Hendrix, Morrison e gli altri. Si ritiene un sopravvissuto?
«Direi piuttosto “uno stramaledetto fortunato”».
Parlava di arresti. Una volta ha detto che il carcere era l’unico posto in cui riusciva a seguire delle regole.
«È un ambiente molto fisico, pericoloso. Devi stare sempre all’erta. E, anche lì, sono stato fortunato in alcuni momenti molto difficili: sono riuscito a fermarmi e a fare un passo indietro».
È uscito poco tempo fa un doc su di lei che si intitola «Estraneo nel mio stesso corpo»: si sentiva così ai tempi delle sue mattane?
«No, non credo di essere stato mai un altro. Sono sempre stato più o meno lo stesso da quando avevo dodici anni. Semplicemente all’epoca avevo un’idea stranamente romantica dell’intossicazione e di tutto quello che ci girava intorno, anche in contrasto con l’educazione molto rigida che avevo ricevuto».
Già, suo padre era un militare: era duro?
«No. Penso piuttosto che sarebbe stato più a suo agio con un figlio sportivo. Cercavo di esserlo, ma non ci riuscivo. Ero troppo emotivo».
E all’epoca fece molto discutere la sua storia con Kate Moss. Una volta l’ha definita una relazione grottesca. E così? La sente ancora?
«Preferirei non parlare delle mie ex. Comunque ho un buon rapporto con lei».

Parliamo di un’altra donna allora, la sua amica Amy Winehouse, un’altra del «Club 27»: se ne andava 15 anni fa...
«Era una piccola punk di campagna arrivata in città, una ragazza ebrea del nord dell’Inghilterra. Era una chitarrista bellissima e molto talentuosa, selvaggia. Ma la perseguitavano i tabloid: aveva trenta reporter che la disturbavano ovunque».
Perché non ci sono più maudit nel rock?
«I giovani non vogliono più essere coinvolti in quel tipo di vita. E bevono meno di noi».
Qual è il sogno di Pete?
«Vorrei aprire un negozietto nel mio paesino in Francia, per venderci un po’ di tutto. E sì, ci sarà anche il bar...».