Corriere della Sera, 29 ottobre 2026
«Ho costruito io Jio», la più grande Ipo della storia dell’India
Delhi «Jio maine banay», «ho costruito Jio». Lo slogan tappezza i cartelloni delle vie di Delhi, Mumbai e delle altre megalopoli indiane, accompagnato dai volti di contadini, medici, studenti. Da settimane la campagna pubblicitaria celebra il decimo anniversario di Jio, la compagnia telefonica che fornisce la connessione mobile a oltre 500 milioni di indiani.
A costruire Jio è stato Mukesh Ambani, che ieri si è commosso più volte durante la cerimonia per la quotazione della società alla Borsa di Mumbai, la più grande nella storia dell’India. Patron del conglomerato Reliance Industries, il 69enne Ambani è il secondo uomo più ricco del Paese e uno dei più intraprendenti. Il grattacielo di 27 piani e 173 metri di altezza che ha edificato come residenza personale a Mumbai è sintomo, secondo i detrattori, di un esibizionismo fuori luogo, per di più nella città che ospita una delle più grandi baraccopoli del mondo. Per gli estimatori, è un simbolo dell’ambizione che lo spinge a entrare in settori dominati da imprese potenti.
In questo spirito, forte dei profitti delle attività petrolchimiche di Reliance, nel 2016 Ambani ha deciso di sconquassare l’industria delle telecomunicazioni nazionale, cavalcando l’afflato di sviluppo del Paese. Jio è arrivata sul mercato un anno dopo il varo del piano Digital India da parte dell’allora neo-primo ministro indiano Narendra Modi, con cui Ambani vanta un solido e controverso allineamento di interessi.
A riprova della coincidenza di obiettivi politici e aziendali, sul manifesto di lancio di Jio nel 2016 campeggiava come insolito testimonial proprio Modi, accompagnato dalla frase: «Dedicato all’India e agli 1,2 miliardi di indiani». Dando seguito ai proclami, Jio è stato il primo operatore a cancellare le maggiorazioni per le chiamate fra i 28 Stati indiani, stabilendo un’unica tariffa per le comunicazioni all’interno del subcontinente. Soprattutto, è stato il primo a offrire i dati a costi ultraconvenienti, consentendo così a centinaia di milioni di indiani di accedere a servizi come Instagram e YouTube.
Meta e Google hanno ringraziato investendo nell’aumento di capitale da 20,5 miliardi chiuso da Jio in piena pandemia. Oggi dalla sua rete passa circa il 60% del traffico mobile generato dagli smartphone del Paese, ai cui schermi – vuoi per le lunghissime attese nel traffico, vuoi per la carenza di wi-fi domestici – gli indiani sono persino più attaccati dei consumatori occidentali. Il consumo medio pro-capite di dati degli utenti di Jio è di 43,7 gigabyte al mese (in Italia è di circa 33) e cresce costantemente.
Alla luce di questi numeri, Jio ha osato sfidare l’incertezza globale per chiedere alla Borsa circa 3,2 miliardi. Il mercato ha risposto subito. Tutte le azioni in vendita sono state «prenotate» nel giro di 95 minuti e, alla fine, la domanda ha superato di 22 volte l’offerta. Al debutto a Mumbai, ieri Jio ha chiuso in rialzo del 27% per una capitalizzazione di 137 miliardi, la seconda più elevata del listino dietro alla capogruppo Reliance Industries.
L’impero industriale degli Ambani ha così superato per valore quello della famiglia Tata e staccato il terzo grande conglomerato indiano che fa capo agli Adani. Mentre Tata ha appena comprato Iveco e Adani è in corsa per l’aeroporto di Catania, però, l’unica incursione di Ambani in Italia è stata per la mega-festa di matrimonio di uno dei figli a Portofino; non per affari. Almeno per ora.