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 2026  ottobre 29 Giovedì calendario

Simone Verde parla di sé e del presente e futuro degli Uffizi

Andare in giro per gli Uffizi con il suo direttore è una maratona che toglie il fiato in tutti i sensi, soprattutto per la bellezza che ti assale. Simone Verde è arrivato alla guida della Pinacoteca più grande d’Italia, passando dal Louvre di Dubai, la Pilotta di Parma e con alle spalle una doppia laurea internazionale, un master, un dottorato. Difficile fare molte altre domande sulla sua vita privata, il direttore shifta sempre sulla vita del suo museo.
Simone Verde, lei è direttore degli Uffizi da due anni e mezzo, sotto la sua responsabilità anche Palazzo Pitti e i Giardini di Boboli. Un incarico mica da poco...
«Una sfida che sto affrontando come una vera e propria rivoluzione».
Anche per via delle tre tavole di Paolo Uccello?
«Eh già, finalmente siamo pronti. Il 3 dicembre esporremo per la prima volta dal 1816 tutte e tre i quadri che rappresentano la “Battaglia di San Romano”, una tavola proviene dal Louvre di Parigi, l’altra dalla National Gallery di Londra, la terza come si sa è la nostra. Sono legate alla collezione dei Medici ai tempi di Lorenzo il Magnifico cui dedichiamo questa grande mostra».
Più che una rivoluzione un colpaccio...
«Un bel colpo sì. Ma la rivoluzione la stiamo facendo nella Galleria sala dopo sala, giorno dopo giorno».
Cioè?
«Gli Uffizi rappresentano il riferimento naturale del sistema nazionale dei musei. Con il ministero vorremmo farne un modello di innovazione perché l’Italia abbia – come il Louvre per la Francia o il British Museum per la Gran Bretagna – un’icona di questo settore strategico che la rappresenti nel mondo».
E per fare questo?
«Stiamo investendo in nuovi allestimenti, nuove sezioni, raccontando, attraverso la storia delle nostre collezioni, la storia dell’arte e il ruolo dei musei nel contemporaneo. Il centro di questo lavoro sarà la sezione dedicata alla storia delle raccolte delle Gallerie, che verrà inaugurata nel 2027. Ma ci sono anche tanti riallestimenti e riaperture».
Ci dica...
«Lo scalone Lorenese, riaperto dopo cinque anni, gli Appartamenti reali di Pitti, dopo quattro anni e dopo nove mesi di restauri, il Gabinetto dei Marmi antichi, riproposto come era nell’Ottocento, le sale di Botticelli inaugurate da poco. Ora lavoriamo alla ricomposizione del Ciclo degli uomini e delle donne illustri di Andrea Castagno, che era stipato nei depositi».
Va bene, meriti tanti. Ma ora dobbiamo parlare anche di quella tela di Bacco di Caravaggio alluvionata a metà del settembre scorso.
«Non è stata alluvionata, grazie al cielo la tela non ha subito alcun danno. L’acqua è andata giù liscia sopra la teca di vetro».
La notizia di quella pioggia sul capolavoro degli Uffizi però ha fatto il giro di mezzo mondo.
«Eh, non ditelo a me che sono dovuto salire sul tetto per capire che cosa era successo».
Beh, proprio a lei dobbiamo dirlo invece.
«Allora mettiamola così: la mia colpa è stata di non accorgermi che nel 2018, inconsapevolmente, avevano posizionato quell’opera in un luogo non esattamente ideale».
Che vuol dire?
«Sopra il Bacco c’era un pluviale, un tubo di raccolta dell’acqua piovana. Ma non voglio alimentare polemiche. L’importante è che si sia salvata l’opera d’arte».
Ma per il futuro?
«Ora è stata messa al riparo anche dalle bombe d’acqua. Perché quella è stata a settembre: una bomba d’acqua. Il cambiamento climatico ci sorprende ormai troppo di frequente».
Parliamo di lei adesso. Simone Verde ha poco più di cinquant’anni, ha lavorato in giro per il mondo, studiato a Parigi ed è nato a Roma.
«A Borgo Pio».
Importante specificare in quale quartiere è nato?
«Fondamentale».
Perché?
«Fino a vent’anni ho vissuto in questo quartiere a ridosso del Vaticano e questa vicinanza ha segnato molto la mia vita, la mia professione».
In quali termini?
«Ho vissuto nel sacro e nella messa in scena del sacro. La sua teatralità. Anche un museo è un teatro della storia, no?».
Già, ed è proprio un teatro in mezzo alle rovine quello che vedeva lei da ragazzo.
«Da Borgo Pio si può scorgere da un lato Castel Sant’Angelo, dall’altro la Cupola di San Pietro. È così che ho imparato a ricercare lo spirituale, con gli strumenti della teologia».
Lei è laureato in Storia dell’Arte. E in Filosofia Teoretica. Quale interesse è venuto prima?
«La filosofia. Una passione viscerale. Ho fatto anche un master in Filosofia antica alla Scuola normale di Parigi».
E la Storia dell’Arte quando arriva?
«In parallelo. Perché il potere delle immagini condiziona il nostro modo di concepire il mondo. Ho anche un dottorato in Antropologia del Patrimonio culturale con Marc Abeles, un allievo di Claude Lévi-Strauss. E dalla somma di tutto è venuto fuori il lavoro che faccio oggi, costante invenzione e rigenerazione».
Anche Palazzo Pitti è oggi nella sue mani.
«Lo stiamo ristrutturando da cima a fondo, come Boboli, dove a novembre termineremo il restauro dell’anfiteatro. Grandi investimenti».
Di che cifre parliamo?
«L’anno scorso abbiamo stipulato contratti per lavori di oltre cinquanta milioni. Speriamo altrettanti quest’anno».
Sono tanti...
«Servono tutti e ne servono anche altri. Non dimentichiamo l’importanza di Palazzo Pitti, è qui che nasce la Moda nel 1956, nella Sala Bianca, con il museo cha abbiamo aperto nel 2024, i suoi Appartamenti reali, il Tesoro mediceo. Ora stiamo restaurando la Galleria Palatina e rifacendo l’illuminazione. Eccellenze italiane, tante quelle da raccontare».
Quali?
«A Palazzo Pitti, ad esempio, l’importante storia delle cosiddette arti minori».
Non era valorizzata questa storia?
«In Italia è stata sempre un po’ snobbata. Abbiamo restaurato e riaperto una delle sale più importanti del Palazzo con una sezione sulla Storia del Mobilio. Sempre per il mobilio stiamo per chiudere il progetto di un deposito aperto nell’edificio delle Pagliere di Boboli. Ma non ci siamo limitati ai riallestimenti».
Cos’altro ha fatto?
«Renderemo accessibile il terzo piano, chiuso da sempre».
Chiuso?
«Già, duemila metri quadrati inaccessibili al pubblico. Era chiuso anche il Teatro del Rondò di Bacco».
Quando riaprirà?
«Spero nel 2027».
Un cantiere continuo, praticamente.
«Era d’obbligo. Strutture così fragili richiedono continua manutenzione. Non solo le sale e le opere, ci siamo occupati anche del Corridoio Vasariano e della grande gru all’ingresso che copriva la vista di Palazzo Vecchio. A dicembre sgombereremo il Piazzale degli Uffizi dalle aree di cantiere. Rivedremo la grande prospettiva urbana del Vasari. Poi, per carità, c’è anche l’impianto di areazione, i fan coil...».
I fan coil, ovvero i convettori per l’aria calda e fredda?
«Vanno tolti, sono brutti. Stiamo sostituendo l’impianto agli Uffizi. A Pitti li stiamo mimetizzando in attesa di trovare i 7,5 milioni che servono per sostituirli».
Ci tolga una curiosità: lei dentro la Galleria degli Uffizi ci dorme anche?
«Lavoro molto, sì. Ma la passione fa passare la fatica».
Qual è l’opera della Galleria che le piace di più?
«È come chiedere: vuoi più bene a mamma o al papà».
E se invece le chiedessimo dove vorrebbe andare dopo gli Uffizi?
«Non ho neanche il tempo di farmi la domanda».