Corriere della Sera, 29 ottobre 2026
La strategia (europea) di Giorgetti
Giancarlo Giorgetti ha l’aria di essere arrivato al varo della legge di Bilancio di un umore migliore rispetto a quando era entrato in quel percorso. Ieri ha sottolineato quanto la manovra approvata dal governo fosse «seria»; e ciò ha un significato preciso in vista di una possibile uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo a Bruxelles in primavera e della campagna elettorale subito dopo. Eppure le premesse non erano state così rassicuranti. Il ministro dell’Economia resta convinto che la guerra in Iran comporti un costo maggiore di quanto appaia per l’Italia e la finanza pubblica. È sotto gli occhi di tutti che l’aumento del prezzo di petrolio e gas è costato al governo più dei 2,8 miliardi di euro impegnati nei tagli delle accise. È chiaro anche che ha innescato nuova inflazione, la quale a sua volta ha contribuito a un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato a dieci anni (dunque del costo del debito) da 3,2% di fine febbraio al 4,5% attuale.
Con i suoi collaboratori però Giorgetti sottolinea un’altra convinzione: senza la guerra del Golfo – dice il ministro – l’Italia avrebbe incassato nuovi miglioramenti del rating delle agenzie di notazione; ciò poi avrebbe innescato nuove riduzioni del costo in interessi per lo Stato, più spazio di bilancio e credito più accessibile anche per famiglie e imprese, dunque più crescita. Invece le tensioni internazionali hanno generato l’opposto: due miliardi di euro in più di interessi sul debito quest’anno – rispetto alle stime di aprile – e tre miliardi e mezzo in più sul prossimo. Per questo il ministro sapeva da prima della pausa estiva che la legge di bilancio per il 2027 sarebbe stata complicata. Lui stesso però condivide in privato anche un’osservazione di segno diverso: senza la prudenza di bilancio di questi anni, con la guerra in Iran e l’aumento dei rendimenti del debito americano, l’Italia ora sarebbe stata in seria difficoltà. Invece, per ora, non è così.
La tenuta del lento risanamento è anzi tale da rendere ancora percorribile il prossimo pezzo di strada. È quello di cui il ministro parla meno volentieri, dopo la sorpresa di un deficit al 3,1% del prodotto lordo (Pil) nel 2025 che ha costretto l’Italia a restare in procedura europea per deficit eccessivo. Però il sentiero resta aperto e Giorgetti lo ha in testa: un deficit previsto al 2,9%, se confermato dai dati da pubblicare in marzo, dovrebbe permettere alla Commissione europea di proporre in aprile l’uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo; il Consiglio dei ministri finanziari (Ecofin) a Bruxelles potrebbe ratificare quella decisione forse a maggio. Non sarebbe un passaggio solo formale. Essere fuori dalla procedura significa poter spendere nel 2027 circa 14 miliardi di euro in difesa e progetti per l’energia senza troppe remore, perché quegli investimenti sarebbero in deroga dai vincoli europei; significherebbe in teoria anche poter impostare una legge di bilancio un po’ più espansiva anche per il 2028, per andare al voto persino a dicembre 2027. In sostanza uscire dalla procedura europea tra pochi mesi darebbe comunque più margini al governo in un anno elettorale. E una legge di bilancio credibile per Bruxelles varata ora avvicina questo scenario.
Giorgetti non ne parla, non promette. Sa che gli inciampi sono sempre in agguato. Il blocco dei camion a Sud e le proteste a Nord dell’autunno potrebbero dare un colpo alla crescita in questi mesi, magari con un calo del turismo. Basta poco a far saltare gli equilibri, quando si viaggia sugli zero-virgola in più o in meno. Di crescita, e di deficit.