Corriere della Sera, 29 ottobre 2026
Di Pietro e la corsa al Csm. «È una scelta personale Non ho bisogno di essere raccomandato»
Fumata nera per i laici e virata a sinistra per la componente togata.
Entra nel vivo la battaglia per il primo Consiglio superiore della magistratura post-referendum. Con la politica che manda a vuoto la prima votazione per l’elezione dei dieci consiglieri laici (337 schede bianche, 34 nulle, 15 voti dispersi). Attende che il quorum scenda dai tre quinti dell’Assemblea ai tre quinti dei votanti. E intanto si azzuffa sui candidati: Forza Italia mette il veto al sostegno da parte di Fratelli d’Italia dell’autocandidatura di Antonio Di Pietro che al Corriere replica: «Non ho bisogno di raccomandazioni da nessuno».
«Incompatibile con il suo ruolo» lo avevano definito martedì i capigruppo azzurri, Enrico Costa e Stefania Craxi che, saputo di un pranzo dell’ex pm con Donzelli avevano lanciato un aut aut: «O Di Pietro fuori o non solo non votiamo lui, ma non chiudiamo alcun accordo».
«La mia è stata una candidatura personale e spontanea» rintuzza l’ex pm che chiese l’arresto di Bettino Craxi. «Ho presentato la domanda sul sito della Camera come previsto dalla legge, senza chiedere il permesso a nessuno. Non so se qualche gruppo parlamentare possa alla fine essere d’accordo o meno», aggiunge, sottolineando di avere i titoli professionali richiesti «e quindi non ho bisogno di essere raccomandato. Quelli che ritengono che io possa fare bene il mio lavoro possono votarmi». E l’ex magistrato, ora avvocato, testimonial della campagna per il Sì alla riforma Nordio, rimarca che «è la legge a prevedere che si può proporre la propria candidatura senza una bandiera politica alle spalle».
Ma la partita è complessa. E le trattative si intensificano. Non solo tra alleati. Nel centrodestra si fibrilla anche per altre nomine, in qualche modo collegate. Prima fra tutte quella del giudice costituzionale che prenderà il posto di Luca Antonini. La Lega considera la nomina di sua spettanza e non vuole rinunciarvi vista l’importanza che riveste la Consulta per le battaglie di Autonomia. Ma FdI ora non ci sta.
Non solo. A giocare la partita ci sono anche le opposizioni che rivendicano con forza il quarto consigliere laico, considerando l’attuale «sette a tre» uno «strappo della maggioranza» da non ripetere. Ma se oggi, a spoglio dei togati concluso, si arrivasse a veder confermato uno scenario mutato, cioè con una componente di sinistra più robusta all’interno del plenum, potrebbero vedere più vicino il sogno di un vicepresidente Csm progressista.
La prima sorpresa è arrivata ieri. Per la prima volta tra i magistrati di Cassazione ne sono stati eletti due di area progressista: Giovanni Nardecchia (indipendente in continuità con l’ex consigliere Roberto Fontana e l’esperienza della Rete autogoverno diffuso, sostenuta da Md) ed Egle Pilla di AreaDg. Fuori per sei voti Salvatore Casciaro di Mi che ha dovuto battersi con Luisa De Renzis, della stessa corrente scossa da forti tensioni interne. Si vira a sinistra anche tra i pm con tre votati dell’AreaDg: oltre a Stefano Buccini (Mi) e Giuliano Caputo (Unicost), passano per AreaDg l’ex presidente Anm, Eugenio Albamonte Gianluca De Leo ed Eletta Amadeo.
Ma al di là degli assetti in plenum, in ballo ci sono anche equilibri politici pre elettorali. A tavola con Donzelli e Di Pietro, lunedì, c’erano anche Alessandro Colucci di Noi moderati e Ignazio Messina di Italia dei valori. Colucci, a Un giorno da pecora, ha ripetuto che «è presto per scegliere. Anche noi abbiamo i nostri candidati. Valuteremo».
Ma in quel tavolo la discussione sull’autocandidatura di Di Pietro si è allargata anche al progetto di aggregazione delle sigle moderate e civiche nel centrodestra, su cui lavorano Nm e Iv e a cui si unirebbe anche Luigi Marattin del Partito liberaldemocratico.