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 2026  ottobre 29 Giovedì calendario

Bolsonaro, fuga e rivolta

Flávio Bolsonaro si auto-proclama, dall’esilio nella «terra della libertà» americana, il «vero presidente del Brasile», paragonandosi nientemeno che a Charles De Gaulle «che guidò la Francia libera da Londra, dopo essere stato condannato a morte dal regime di Vichy». Poi corregge il tiro, e cambia la parola «presidente» con «leader». Per gli Stati Uniti, che gli hanno aperto le frontiere senza pompa magna, è un rifugiato «umanitario», al pari dei profughi ucraini. Non è fuggito da una guerra ma da un’inchiesta giudiziaria, che ha portato al divieto di espatrio appena 7 minuti dopo l’annuncio della sua sconfitta nella sfida elettorale contro Lula, domenica. Per i suoi avversari, in Brasile e sui social, è un semplice «codardo».
Washington ha concesso a Bolsonaro jr, alla moglie e alle due figlie adolescenti Luiza e Carolina, secondo i registri doganali consultati dal giornale Metropoles, un ingresso valido un anno, sotto la categoria «DT», riservato alle situazioni umanitarie urgenti. Trump approva: «Sono stati trattati ingiustamente», ha dichiarato, rifiutandosi però di commentare le dichiarazioni di Bolsonaro jr: «Non me ne occuperò. È stata un’elezione strana, questo è certo». Ai tempi del processo contro il padre, poi condannato a 27 anni per golpe, il tycoon era stato più duro, denunciando la «caccia alle streghe» contro Jair.
Di caccia alle streghe torna a parlare Flávio nella lettera divulgata qualche ora dopo il suo sbarco a Miami. Il Fuggitivo ringrazia Milei «per il coraggio» e Trump «per l’accoglienza». Nega di essere scappato dal Brasile: piuttosto è «uscito» perché in patria «non potrei esercitare la leadership» dell’opposizione, denuncia il «ripugnante broglio elettorale» e attacca il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes, già Grande inquisitore del padre, che gli aveva lanciato un ultimatum di 24 ore per la consegna del passaporto: «Ha messo in moto l’apparato di persecuzione politica del regime». Infine, dà fuoco alle polveri: «Nei prossimi giorni mi rivolgerò regolarmente al popolo brasiliano e presenteremo una strategia per mobilitare l’opposizione – insieme all’immenso sostegno popolare di cui godiamo – utilizzando tutti i mezzi pacifici e legittimi, per impedire a Lula di consolidare un regime dittatoriale in Brasile».
Resta da vedere se il suo Partito liberale di estrema destra, che alle elezioni legislative del 4 ottobre ha conquistato la maggioranza relativa al Congresso e che lunedì, a differenza di Flávio, ha riconosciuto la vittoria di Lula, accetterà di seguirlo. Il popolo bolsonarista, almeno sui social, sembra pronto alla rivolta. Duro il commento del presidente rieletto Lula, che affronta il rischio di una grave instabilità sociale, come quella che portò l’8 gennaio 2023, pochi giorni dopo il suo insediamento, all’assalto dei Palazzi istituzionali di Brasilia. «Vergognoso. La famiglia Bolsonaro è così: il Brasile è la loro seconda patria, la prima sono gli Stati Uniti, è leccare i piedi agli Usa», ha detto ieri.
Il senatore Flávio, che a febbraio perderà l’immunità parlamentare, è atterrato ieri mattina a Miami dopo una rocambolesca «evasione» dal Brasile, grazie anche al suo passaporto italiano. Nel 2023 aveva ottenuto la nostra cittadinanza, assieme al fratello Eduardo, da tempo auto-esiliato in Texas per evitare l’arresto in Brasile, con uno strascico di polemiche per la rapidità dell’iter e i dubbi sulla continuità dello ius sanguinis dai trisnonni italiani, originari di Anguillara Veneta. Quel passaporto rosso è stato il «salvacondotto» per partire dall’Argentina verso gli Usa.
Il giudice de Moraes aveva ordinato a Bolsonaro jr – indagato per riciclaggio e sospettato di aver ricevuto donazioni illecite dal Rockbridge Network, fondato dal vicepresidente Usa JD Vance – di consegnare il suo passaporto brasiliano entro martedì, paventando il rischio di fuga. Flávio aveva risposto via social: «Non ho mai pensato di lasciare il Paese». In realtà, la fuga era già stata architettata, secondo alcune fonti addirittura dal segretario di Stato Usa Marco Rubio. Un convoglio di quattro veicoli è partito dalla residenza di Flávio Bolsonaro a Lago Sul, a Brasilia, e ha depistato la stampa, dividendosi su strade diverse all’altezza del ponte JK, che porta al centro della capitale. Il fuggiasco è rimasto poi nascosto a circa 90 minuti di distanza dalla frontiera con l’Argentina, fino a martedì sera, quando intorno alle 22.50 locali l’ha attraversata via terra, passando per il ponte internazionale Tancredo Neves, che collega Foz do Iguaçu a Puerto Iguazú. Passato non si sa come indenne dai controlli brasiliani, al varco argentino avrebbe presentato semplicemente la sua carta d’identità.
Alle 23.30 tutta la famiglia si è imbarcata su jet privato della compagnia Baires Fly, la stessa usata da Milei per il suo primo viaggio internazionale. Per uscire dall’Argentina, Flávio ha usato il passaporto italiano e, dopo una sosta tecnica a Guayaquil, in Ecuador, ha infine proseguito per l’aeroporto di Opa-Locka di Miami.