Corriere della Sera, 29 ottobre 2026
Netanyahu resta primo, ma è stallo. E tenta l’accusa di brogli agli arabi
Le ultime ore della campagna elettorale e le prime ore di negoziati dopo la chiusura dei seggi. In un ventennio al potere Benjamin Netanyahu ha dimostrato di essere il migliore a manovrare e trattare per mettere insieme una maggioranza. Pure quando sulla carta delle schede infilate nelle urne ancora non ce l’ha: con quasi tutti i voti conteggiati, la coalizione guidata dal primo ministro raggiunge i 53 deputati, di cui 26 appartengono al suo Likud. Il partito ne ha persi 6, ma non è il tracollo che l’opposizione agognava e Bibi, com’è soprannominato, è comunque riuscito a uscire in testa dallo scontro. Spera così che – dopo le consultazioni al via la settimana prossima – il presidente Isaac Herzog gli dia la prima opportunità per tentare di formare un governo, sarebbe il suo settimo.
Proclama di voler «impedire un esecutivo con i partiti arabi», mentre il Likud chiede un’indagine della polizia e dello Shin Bet, i servizi segreti interni, perché «le elezioni sono state rubate da formazioni che sostengono il terrorismo. Stiamo fornendo centinaia di prove e testimonianze di brogli in seggi arabi». Il primo ministro si aggrappa alle stesse accuse sfruttate dai leader populisti in difficoltà e attacca i partiti che potrebbero più di tutti contribuire a scalzarlo dal potere.
Perché con 19 seggi i rappresentanti degli arabi israeliani sono in grado di permettere a Gadi Eisenkot di diventare premier: il «blocco del cambiamento», guidato dall’ex capo di stato maggiore, ottiene 48 deputati, non sono abbastanza. L’ex generale aveva promesso durante la campagna di «voler creare un governo sionista» ovvero escludendo un accordo con gli arabi.
Gli analisti fanno notare che Eisenkot potrebbe trovare una soluzione di compromesso: Yoal Segalovitz ha scelto di unirsi a Mansour Abbas, a capo di Ra’am, proprio per dare un esempio della necessaria convivenza. Già a capo dell’unità Lahav 433 – investigatori di élite che hanno indagato su Netanyahu e un altro premier come Ehud Omert – sarebbe il candidato per sostituire Itamar Ben-Gvir alla guida della Sicurezza nazionale. Ministro ebreo – e sionista come si dichiara – con la responsabilità di risolvere la crisi che più ha spinto gli arabi a uscire di casa e andare ai seggi: la criminalità diffusa nei villaggi e nelle cittadine della Galilea, violenza che Ben–Gvir ha lasciato dilagare in questi tre anni e mezzo. A favore di un patto con gli arabi è Yair Golan, l’ex generale che ha fuso i laburisti con Meretz e rappresenta l’ala sinistra tra i leader anti–Bibi.
Ci sono da vagliare ancora quasi mezzo milione di schede depositate dai soldati di leva nelle caserme, dai pazienti negli ospedali e dai detenuti nelle carceri, ma chi è sicuro di quanto abbia pesato la sua preferenza è Donald Trump: «Avevo ricevuto notizie terrificanti, ora invece Netanyahu è messo piuttosto bene», ha commentato il presidente americano. Ha ricordato il sostegno che gli ha offerto per due volte a pochi giorni dal dopo: «Grazie a me è passato dal KO alla vittoria».
Dal quartier generale del Likud, nella notte tra martedì e mercoledì, Netanyahu ha promesso di portare a termine «la missione contro l’Iran»: gli Stati Uniti – rivela il quotidiano Wall Street Journal – avrebbero avvertito gli alleati arabi nel Golfo di «prepararsi a una ripresa dei raid dopo le elezioni di mid-term». In questo periodo di transizione, Bibi resta alla guida della nazione e potrebbe ordinare i nuovi bombardamenti assieme alla Casa Bianca. Eisenkot ha lanciato un appello ai generali esortandoli a «resistere ai tentativi del premier di usare la sicurezza nazionale per i propri fini politici».