Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 28 Mercoledì calendario

Italia, record di cementificazione nel 2025

“Si può fare!”. Si apre così il comunicato con cui Ispra ieri ha presentato il rapporto 2026 sul consumo di suolo, con l’entusiasmo di uno spot e una cifra: 2.100 chilometri quadrati di parcheggi, piazzali e lotti abbandonati che l’Italia potrebbe restituire al verde. Sarebbe una buona notizia, se fosse la notizia. Ma quella vera sta più in basso e racconta un Paese che nel 2025, nonostante alluvioni e ondate di calore, ha coperto di cemento più terra che in qualunque altro anno dal 2012, inizio di questo tipo di rilevazioni: 10.243 ettari di suolo consumato, +22% rispetto al 2024, quando gli ettari consumati furono comunque 8.370.
I record.
Quel che “si può fare” si vedrà, quel che si è fatto è che appena 746 ettari sono tornati alla natura, il 7,3% di quanto consumato: per ogni ettaro recuperato, quasi 14 sono finiti sotto asfalto, cantieri e pannelli. Il saldo netto è di 95 chilometri quadrati, i quattro quinti del Comune di Napoli. La Sicilia ha il nuovo consumo più alto d’Italia, 1.619 ettari, seguita da Lazio, Puglia e Lombardia. Più della metà di quei 1.619 ettari, però, è fotovoltaico a terra: 858 ettari, il 53%. Se si tolgono i pannelli la Sicilia scende al terzo posto e in testa passano la Puglia e la Lombardia, dove il consumo è quasi tutto cemento tradizionale: edilizia, logistica, cantieri.
Futuri fuorilegge.
Il regolamento Ue sul ripristino della natura obbliga gli Stati a rimettere in salute gli ecosistemi degradati, dai fiumi alle foreste fino al verde delle città, che entro il 2030 deve smettere di arretrare. Il governo Meloni gli votò contro nel giugno 2024, in nome degli agricoltori. È passato comunque e riguarda 2.761 comuni: di questi però al primo anno 2.183, quasi otto su dieci, hanno aumentato il consumo di suolo e lì si concentrano due terzi del cemento nazionale. Spariti 4.231 ettari di verde urbano e 320 di chiome, con Roma in testa (53 ettari), poi Bari, Venezia, Milano e Cagliari.
Piano svuotato.
Il Piano nazionale che doveva tradurre quegli obblighi andava inviato a Bruxelles entro il 1° settembre. È partito il 25 settembre ed è rimasto inaccessibile fino al 7 ottobre. Il ministro Lollobrigida ha rivendicato di aver lavorato contro le “follie del Green Deal”. Nella versione finale, delle 23 misure che Ispra aveva proposto per tutti i Comuni ne sono sparite 15, dal registro delle perdite di verde al limite al consumo di suolo, e la depavimentazione è diventata solo un consiglio. “Di obbligatorio non c’è più nulla”, ha riassunto l’urbanista Paolo Pileri.
Frane e alluvioni.
Nelle aree a pericolosità da frana il consumo accelera: 707 ettari, quasi cento più del 2024, 120 dei quali nelle classi di pericolo “elevato” e “molto elevato”. Tra gli esempi fotografati dal rapporto ci sono cantieri residenziali nel Cilento e il deposito dei materiali di scavo della Torino-Lione a Salbertrand, in zona a pericolo molto elevato. Nelle aree che si allagano altri 1.106 ettari, più della metà in Sicilia ed Emilia-Romagna, la regione delle alluvioni del 2023 e del 2024, dove già oltre il 60% delle aree edificate sta in zona allagabile.
Il conto.
La perdita di servizi ecosistemici costa tra 9,3 e 11,3 miliardi l’anno. Quasi tutto, tra 8,6 e 10 miliardi, è acqua: la pioggia che il suolo beveva e che ora corre verso tombini, cantine e sottopassi. Il solo 2025 aggiunge fino a 739 milioni l’anno e brucia un miliardo e mezzo di capitale naturale, in gran parte terra agricola, quella che il governo diceva di difendere votando contro l’Europa.
Il paradosso.
Nel 2025 sono state costruite circa 51mila abitazioni, mentre gli alloggi senza residenti, seconde case comprese, superano i 9,5 milioni: più di 180 per ogni casa nuova. La popolazione cala e il suolo consumato per abitante sale a 367 metri quadrati, con una crescita che dal 2016 è cinque volte più rapida del decennio precedente.
Costruire nei parchi.
Nelle aree protette il cemento s’è preso 107 ettari contro gli 81 dell’anno prima, per tre quarti dentro parchi nazionali e regionali. Quasi un terzo sta tra Puglia e Campania, e i due parchi nazionali più colpiti, Cilento e Gargano, valgono metà del consumo di tutti i parchi nazionali. Nei siti “Natura 2000” si sale a 285 ettari, quasi cento in più, nelle aree con vincolo paesaggistico a 1.760 (+16%).
Olimpiadi.
Nel conto entra anche la vetrina del governo. Per le 94 opere di Milano-Cortina, 3,4 miliardi, il consumo è salito da 22 ettari nel 2023 a 33 nel 2024 e a 41 nel 2025, quasi cento in tre anni, e la parte sigillata in modo permanente è passata da zero a 11 ettari. Circa metà degli interventi non ha una valutazione ambientale formale, le schede lasciano in bianco le superfici occupate e diverse opere “di eredità” finiranno dopo i Giochi, una nel 2033.
Recuperabili.
Resta la mappa celebrata dal comunicato: 212.327 ettari di piazzali, lotti incolti, ritagli verdi tra un capannone e una strada. Le aree pubbliche, le sole utilizzabili senza espropri, sono 35 mila ettari e 13mila sono edifici. In un anno 292 ettari di quelle superfici sono già finiti sotto il cemento, quasi il 40% di tutto ciò che l’Italia ha ripristinato. La media europea di suolo artificiale è del 4,4%, l’Italia è al 7,19%.