Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 28 Mercoledì calendario

Cateno, tra maschere e provocazioni: Il sindaco sceriffo entra nel centrodestra

Parla per un’ora e mezzo a braccio ripercorrendo compiaciuto la sua carriera – «mettimi il video» e «adesso vai con la prossima slide» – passeggia su e giù lungo il palco, ammicca alla platea a metà tra la televendita e il sermone di un predicatore. Sarebbe un panel e sarebbe intitolato ai sindaci sceriffi: ma in questa sala affollata perlopiù di teste canute maschili non si immagini una tavola rotonda, qui c’è posto per le gesta di un solo sindaco e di un solo sceriffo. Lui: Cateno De Luca.
Eccolo il primo cittadino di Taormina, Scateno, per orgogliosa autodefinizione che descrive il temperamento del personaggio, una certa somiglianza col conterraneo Totò Schillaci, accento da Montalbano ma delle parti di Messina, oltre vent’anni a navigare per i mari agitati della politica siciliana, tra cambi di partito e vicissitudini giudiziarie, per arrivare fino alla consacrazione di oggi. Dalle origini da ragazzo di provincia nella Dc al Ccd all’Udc fino alle Autonomie di Raffaele Lombardo per poi mettersi in proprio, con il partito Sud chiama Nord, nato per le elezioni del 2022 e diventato preziosissimo oggi, alla vigilia di quelle dell’anno prossimo, per un centrodestra a caccia di ogni percentuale in più che possa evitare di fare i conti con il fantasma del generale Vannacci. Tanto che in questa convention romana, convocata fino a domani per suggellare il matrimonio del partito di De Luca col neonato movimento dei Sindaci d’Italia, è atteso a rendergli omaggio uno stuolo lungo così di big e prime file della maggioranza. Dal presidente del Senato Ignazio La Russa, invitato ieri, che nell’entourage deluchiano definiscono facilitatore dell’alleanza – «Cateno, tu fai parte di questa squadra del centrodestra», la sua benedizione – ai ministri Piantedosi, Crosetto e Lollobrigida, fino al gran finale domani nientemeno che con la premier Giorgia Meloni in persona.
Lui, il padrone di casa di questa tre giorni, gongola mentre viene bersagliato dai flash dei fotografi spalla a spalla con la seconda carica dello Stato: accanto a loro, «l’inseparabile» presidente del partito, l’ex viceministra dei Cinque stelle Laura Castelli, che quando entrò alla Camera nel 2013 nella pattuglia dei primi grillini puri e duri a La Russa non avrebbe concesso nemmeno una stretta di mano, e invece oggi guarda qui. Altri amministratori – l’assessore capitolino Alessandro Onorato – stanno provando a costruire un partito dei sindaci nel centrosinistra? E Cateno risponde che più sindaco di lui non c’è nessuno: elenca il record di cinque fasce tricolori indossate negli ultimi 23 anni, dal paesello natìo di Fiumedinisi al comune di Santa Teresa di Riva a Messina che, sottolinea soddisfatto, vale doppio perché è stato sindaco anche della città metropolitana, fino a oggi, primo cittadino di Taormina. Oltre quattro lustri di amministrazione e «sceriffate», rivendicate con fierezza – dalla lite pubblica con il comico Angelo Duro per i graffiti osceni in giro per Messina alla battaglia vinta con la novantenne dalla pessima abitudine di gettare i rifiuti dalla finestra – condite da sberleffi e scenate, video social e provocazioni. Come quella volta che, neoeletto all’Assemblea regionale siciliana – sì, è riuscito pure a fare il deputato regionale, e a dirla tutta questa sua alleanza con il centrodestra ha per lui un obiettivo preciso: la presidenza della Regione Sicilia – venne escluso dalla Commissione Bilancio. Un altro al posto suo avrebbe protestato con una stentorea dichiarazione: lui si spogliò nudo, coperto solo dalla bandiera della Trinacria, la Bibbia in una mano e Pinocchio dall’altro, ad alludere alle menzogne istituzionali. O come quando l’allora governatore dell’isola Nello Musumeci, nel 2021, prese decisioni sulla gestione Covid che non condivideva: gli dedicò una lunga, rumorosa pernacchia social. O ancora, quando si presentò a sorpresa a verificare l’andamento di un cantiere messinese con la tuta rossa e la maschera di Dalì della Casa di carta: «Che c’è di male?», finse di stupirsi dello stupore altrui. Non l’hanno fermato né risultati talvolta modesti – nel 2012 si candidò a governatore con un’altra sua creatura, Sicilia vera, e racimolò appena l’1,2 per cento – né i 17 processi e due arresti collezionati in questi quattro lustri di politica, che rivendica con orgoglio oggi che dalle accuse più gravi è uscito con assoluzioni o prescrizioni, ma usava come strumento di propaganda persino nel pieno della bufera: quando, nel 2017, venne messo ai domiciliari appena tre giorni dopo essere stato eletto all’Assemblea regionale, diffuse sui social un video mentre beveva «il caffè del galeotto». Sicuro di sé ai limiti della megalomania: in ufficio, racconta, si porta la sua macchinetta del caffè, ché non si sa mai lo vogliano avvelenare per i suoi modi da sceriffo.
Domani lo aspetta la consacrazione: la foto e la stretta di mano di Giorgia Meloni. Un’alleanza a livello nazionale, ma mani libere sull’isola. Sempre giocando sul crinale del né di destra né di sinistra, «il sistema ti porta a fare un’alleanza, ma io resto post-ideologico». A oggi è quotato all’1-1,5 per cento. Ma l’incontenibile Scateno punta a stupire: in fondo, è quello che gli riesce meglio.