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 2026  ottobre 28 Mercoledì calendario

Virginia, la figlia segreta di Galileo

Il suo nome evoca la rivoluzione delle rivoluzioni, quella che riguarda il sole e i pianeti. E per difenderla Galileo fu processato e condannato dal Sant’Uffizio, costretto all’abiura e imprigionato nella propria villa. Ma se dalla sfera astronomica planiamo sulla quotidianità della vita famigliare, anche il più famoso tra gli eretici, il grande sovvertitore della filosofia aristotelica e delle Sacre scritture, sta dentro il più detestabile conformismo maschile. Lo stesso che lo spinse a chiudere in convento ben due figlie illegittime, frutto dell’amore mai ufficializzato con una signora veneziana assai devota. A dire il vero con la lagunare Marina di figli Galilei ne aveva fatto addirittura tre, ma per il maschio Vincenzio il futuro sarebbe stato ben diverso dalla clausura, forte del riconoscimento paterno negato alle femmine.
Una storia di ordinaria repressione, questa della famiglia Galilei, quando per le ragazze della buona società la scelta era tra marito e convento, e per le fanciulle «nate di fornicatione» – come recita l’atto del battesimo – c’era solo la monacazione forzata, anche perché la dote nei matrimoni non era cosa irrilevante, e le figlie spurie non promettevano granché. Ma a rovesciare il suo destino di creatura umbratile e nascosta al mondo provvede la primogenita di Galileo, la tenace Virginia, esercitando un ruolo tutt’altro che ordinario, a cominciare dal nome scelto appena sedicenne nella sua veste di clarissa nel convento di San Matteo: “Celeste”, proprio come la volta studiata dal suo geniale genitore.
D’altra parte era stata lei la prima bambina al mondo in grado di osservare il volto rugoso della Luna: grazie al cannocchiale paterno, il famoso perspicillum. E sarà suor Maria Celeste a governare dalla clausura la vita del padre, attenta ai bisogni dello spirito e ai desideri del palato, sapiente nel preparare i “peri cotti” e i “morselletti di cedro” di cui lui andava ghiotto, ma capace anche di trascrivere in bella copia le sue lettere destinate alle illustri personalità. E di trovargli casa a due passi da lei – la villa del Gioiello ad Arcetri, un piccolo borgo sulle colline sopra Firenze – quando Galileo cadde in disgrazia.
Perché si torna a parlare di Virginia e del rapporto complice con quel padre monumentale? A restituirle una luce tutta diversa sono due scrittrici veneziane, Alberta Basaglia e Giulietta Raccanelli, che nella veste di “cercastorie” di donne sepolte sotto la polvere della storia si sono messe sulle sue tracce consultando le centoventiquattro lettere scritte a Galileo tra il 1623 e il 1633 e ora conservate alla Biblioteca Nazionale di Firenze (raccolte nelle Opere di Galilei e più di recente riproposte dall’americana Dava Sobel). Missive che anche nella grafia mutevole assorbono gli umori cangianti di Virginia, altalenante tra devozione filiale, curiosità scientifica e preoccupazione per il padre sospettato di eresia, e del quale non abbiamo le lettere corrispondenti probabilmente distrutte dalla superiora per il timore di coinvolgere il convento nel processo intentato dall’Inquisizione.
Ma proprio quando le due autrici si accingevano a scrivere un libro su questa figlia amatissima ma mai riconosciuta è arrivata la peste del nuovo secolo, con un nuovo isolamento imposto non dalle convenzioni del Seicento ma dalla saggezza degli scienziati. E sebbene tempi, circostanze e personaggi siano sideralmente lontani nella storia, le due clausure hanno finito per sovrapporsi nel racconto Le sorelle della Luna (edizioni Cluster-A), dove la sorellanza evocata nel titolo non riguarda solo la luminosa libertà mentale di suor Celeste, esercitata a dispetto della sua condizione claustrale, ma anche la solidarietà nata tra le donne durante la pandemia del XXI secolo. Una parentesi oggi incredibilmente rimossa, per una ragione che andrebbe investigata: forse ci sognavamo più buoni e ne siamo usciti più feroci?
Le vicissitudini di Virginia si intrecciano così alla storia contemporanea di due amiche separate dal virus, ma unite dal filo quotidiano di un colloquio via WhatsApp che resiste a tutto, resiste alla lontananza e perfino all’assenza. E alla fine Le sorelle della Luna ci arriva come un racconto che parla di morte e separazione ma anche di amore e ricongiunzione. Perché il potere della scrittura è anche questo, tenere in vita chi non c’è più e abbattere muri di spazio e tempo tra solitudini irredimibili. Non era stato proprio Galileo a magnificare «quei venti caratteruzzi sopra la carta» che servono a «comunicare i più reconditi segreti a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo»?
La scrittura permette anche a padre e figlia di stare il più possibile vicini, lungo i dieci anni più difficili nella vita dello scienziato, nel corso dei quali Virginia non cessò mai di prodigarsi per lui, chiamato a Roma con urgenza nonostante la salute malferma e la vista debole, e poi rinchiuso nel Sant’Uffizio. È suor Maria Celeste a fargli compagnia con le cronache agresti dalla tenuta del Gioiello, la casa vicino al convento, un modo per tenerlo legato alle piccole cose concrete, mentre il padre la ripaga tacendole l’ansia o la tristezza, per manifestare solo buonumore e ottima salute. Finché Galileo non fece ritorno ad Arcetri, ergastolano a casa sua, con l’unica licenza di poter visitare quella figlia operosissima ma cagionevole di salute, da sempre dedita alle necessità delle consorelle e alla più fragile sorella minore Livia, mai arresa alle rigide regole conventuali.
Morirà giovane suor Maria Celeste, a soli trentaquattro anni, nel 1634. E otto anni dopo se ne sarebbe andato pure il padre, ma deve passare ancora un secolo prima del clamoroso colpo di scena. Perché il 12 marzo del 1737, alle sei di sera, nella basilica di Santa Croce a Firenze i picconatori addetti a smurare la bara di Galileo non lo trovarono da solo ma in compagnia – nel feretro vicino – dei resti di una giovane donna. Le autrici ci raccontano che gli studiosi non hanno mai avuto dubbi: «Quel corpo non può che appartenere a Maria Celeste, ma non vi è certezza perché finora, a quanto pare, la Chiesa non ha mai concesso l’esame del Dna». La figlia ombra, la figlia amata ma nascosta al mondo, si era presa la sua rivincita nell’inatteso abbraccio senza fine. Anche se neppure quel gesto di affetto estremo, il ricongiungimento famigliare in morte, è stato mai riconosciuto dall’ufficialità degli atti. Per sempre, Virginia e l’amore paterno, condannati alla clandestinità.