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 2026  ottobre 28 Mercoledì calendario

La battaglia dell’ex ministra tedesca contro le fake news su Facebook

Ieri mattina la Corte federale di giustizia tedesca, il massimo tribunale civile della Germania, si è occupato di una causa che potrebbe cambiare i social media, ritenendoli responsabili per la disinformazione e le violazioni dei diritti delle persone che avvengono sulle loro piattaforme. È il procedimento che oppone Renate Künast, politica dei Verdi ed ex ministra dell’Agricoltura, a Facebook. Riguarda un meme che ha iniziato a circolare in diverse varianti sul social network a partire dal 2015, con la foto di Künast, il suo nome, il simbolo dei Verdi e una frase che le viene attribuita: «L’integrazione comincerà quando i tedeschi impareranno a parlare turco!».
Künast non l’ha mai pronunciata. La frase è un’invenzione, usata per attribuirle una posizione incendiaria sull’immigrazione e di conseguenza per danneggiarla politicamente. Il meme è stato condiviso migliaia di volte, ripubblicato con grafiche differenti e accompagnato in diversi casi da insulti nei suoi confronti. Künast ha segnalato a Facebook il contenuto falso, ottenendone la rimozione in sei casi. Ma ogni volta il meme è ricomparso, magari con un’immagine o un testo leggermente diversi, anche se la sostanza del messaggio non cambiava. 
Facebook per eliminare un contenuto fake chiede infatti di segnalare ogni singolo post e di fornirne l’indirizzo Internet. E questo rende di fatto impossibile eliminarli tutti, perché le persone calunniate come Künast non possono vedere tutti i post sui social che le riguardano, che oltretutto compaiono anche in gruppi ad accesso limitato nei quali non possono entrare. Nel 2021, sostenuta dall’organizzazione tedesca HateAid, la politica dei Verdi ha fatto causa a Meta, la società proprietaria di Facebook, chiedendole di eliminare attivamente tutti i meme con la citazione falsa, nelle loro diverse forme. Künast vuole che la piattaforma lo faccia senza pretendere una nuova segnalazione per ogni singolo indirizzo web (l’url di un post). Questo non significa eliminare tutti i post che riproducono l’immagine: un articolo giornalistico che mostra il meme per denunciarne la falsità, per esempio, dovrebbe poter rimanere. Anche la libertà di satira andrebbe garantita.
Meta sostiene che le piattaforme social non sono tenute a effettuare un controllo generalizzato dei contenuti pubblicati dagli utenti. Peraltro l’anno scorso ha anche eliminato il fact-checking che aveva precedentemente introdotto. 
Le direttive europee (e il Digital Services Act) stabiliscono che i provider internet non sono responsabili automaticamente dei contenuti illeciti caricati o trasmessi dagli utenti, a patto che non ne siano a conoscenza e che, appena lo scoprono o ricevono una richiesta in proposito, provvedano a rimuoverli o disabilitarli. Questa esenzione di responsabilità non si applica però quando il fornitore svolge un ruolo attivo tale da conferirgli conoscenza o controllo sui contenuti. 
Alla base della causa di Künast c’è l’idea che i social network non sono piattaforme passive e neutrali, ma attive, perché i loro algoritmi selezionano e danno rilevanza diversa ai contenuti postati dagli utenti. «Il modello di business dei social network favorisce contenuti chiassosi, stridenti ed estremi, tra cui anche post e meme illegali» nota la Süddeutsche Zeitung. 
Il Tribunale di Francoforte, ad aprile 2022, e la Corte d’appello regionale di Francoforte nel 2024 hanno dato ragione a Künast. Ma Meta ha fatto ricorso e il caso è finito davanti alla Corte federale di giustizia, che prima di pronunciarsi ha deciso di attendere una sentenza emessa a dicembre dalla Corte di giustizia dell’Unione europea su una questione connessa alla responsabilità delle piattaforme digitali. Riguarda una donna romena che ha scoperto un’inserzione sessuale falsa, pubblicata su un sito di annunci utilizzando senza consenso la sua fotografia, il numero di telefono e altri dati personali. L’annuncio era stato poi riprodotto su altri siti. La donna ha chiesto e ottenuto un risarcimento dalla società che gestiva la piattaforma e la Corte di giustizia Ue tra le altre cose ha stabilito che le piattaforme devono adottare misure per prevenire la riproduzione illegale dei dati sensibili su altri siti.
Ieri la Corte federale di giustizia tedesca ha tenuto una nuova udienza sul caso Künast. Il procedimento mette al centro una domanda che interessa tutti i social network: una volta che una piattaforma viene informata dell’illegalità di un contenuto, cosa deve fare per impedirne la continua circolazione?
Il Digital Services Act europeo (Dsa) vieta di imporre ai fornitori di servizi un obbligo generale di sorveglianza di tutti i contenuti. Ma questo non esclude necessariamente obblighi mirati di ricerca e rimozione dopo la segnalazione di una specifica violazione. È proprio il confine che i giudici devono chiarire.
«Questo procedimento offre di imporre ai social network una maggiore responsabilità nella rimozione di tali contenuti illegali. Quando circolano insulti e calunnie, quando le false affermazioni si diffondono a macchia d’olio – allora, e solo allora, essi devono contribuire attivamente alla loro rimozione. Non si tratta quindi di un obbligo di verifica onnicomprensivo. Devono cancellare solo quando la situazione è critica. Gli oneri per i social network e le piattaforme dovrebbero rimanere contenuti, poiché l’intelligenza artificiale facilita la ricerca» commenta ancora la Süddeutsche Zeitung.
I social network, in questo modo, non dovrebbero fare nessuna censura preventiva. Ma non sarebbero più un far west senza regole come sono adesso (soprattutto dopo che i giganti della Silicon Valley, sostenuti dall’amministrazione Trump, hanno eliminato quasi tutte le politiche contro i cosiddetti discorsi d’odio).
Le conseguenze potrebbero essere rilevanti. Künast sostiene che le false dichiarazioni attribuite ai politici rappresentino un problema per il funzionamento della democrazia, visto che la credibilità è essenziale per chi fa politica e attribuire a qualcuno dichiarazioni mai pronunciate può comprometterla. Ieri i giudici tedeschi hanno rinviato alcune questioni pregiudiziali alla Corte di giustizia dell’Ue, chiedendole tra l’altro se Meta sia «responsabile senza riserve ai sensi della normativa sulla protezione dei dati» del Gdpr e se goda delle esenzioni di responsabilità. Il loro responso avrà effetti in tutta Europa.