Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 28 Mercoledì calendario

Danubio, l’opera-mondo di Magris

La scintilla scocca nell’estate del 1981, quando Claudio Magris ha un incontro con Alberto Cavallari, appena insediato alla guida del «Corriere della Sera». È un germanista autorevole, collaboratore del giornale già da tredici anni, che è poi la differenza d’età con il padrone di casa e storica firma di via Solferino. Sono intelligenze simpatetiche, provano reciproca ammirazione, diventano amici. Grazie a questo rapporto speciale lo studioso e accademico assume un ruolo diverso, perché gli viene chiesto sempre più spesso di commentare per la prima pagina temi di etica, politica, laicità, costume. Facendosi anche polemista, se gli pare che serva.
Chi lo legge è colpito dall’acume delle sue analisi, dallo stile evocativo, dall’erudizione luminosa, dalla sensibilità profetica. Lo stesso stupore provato dal primo maestro del quarantenne divenuto editorialista, il poeta Biagio Marin, che il 6 gennaio ’66 si era seduto a pranzo con Pasolini e Magris e aveva registrato quel confronto nel proprio diario. «Nella conversazione il giovane Magris lo subissava. Eppure è uno degli uomini più intelligenti d’Italia, Pier Paolo, ma Claudio lo ha sbalordito. E io, lì, ad ascoltarli, pieno di meraviglia…».
Insomma, l’affabulatore Magris ha un’autorità naturale che affascina e suscita rispetto ovunque. Anche al «Corriere» e anzitutto nel direttore, che ne discute con i colleghi più intimi: «Nei panni del saggista, per quanto smagliante, è sprecato. È molto di più, è uno scrittore, ma deve rendersene conto lui». Dopo un po’, gli fa una proposta. «Adesso vai a Vienna, gira per la città, guardati intorno e scrivi quello che hai visto. Niente di specifico, quel che vuoi tu. Prenditi un paio di settimane e quando sei pronto mi mandi un pezzo ampio come credi…».
Ecco la spinta dalla quale nel 1982 la missione nell’ex capitale asburgica lievita oltre un nobile elzeviro, concentrandosi su un maestoso simbolo mitteleuropeo: il Danubio. Una ricognizione i cui appunti d’esordio sono accolti con entusiasmo nella redazione Cultura di Giulio Nascimbeni, fine umanista anch’egli. Ma pochi sanno che Magris, avendo sviluppato l’ansia di esplorare la Babele del mondo, intende compiere un vagabondaggio a tappe. Un percorso dentro quella civiltà, che è la sua, senza schemi prefissati e che si trascina per quattro anni lungo i 2.858 chilometri del fiume. Dalle sorgenti nella Selva Nera, in Germania, spostandosi verso Oriente e penetrando o lambendo Austria, Ungheria, Croazia, Serbia, Bulgaria, Romania, Moldavia e Ucraina, sino alla foce sul Mar Nero.
I taccuini si riempiono di pagine che vanno al di là dei canoni di un reportage dal taglio letterario o di un’inchiesta sofisticata o del prologo di un’autobiografia intellettuale. Quell’ibrido sfugge alle classificazioni. Danubio è «l’opera-faro di un genere nuovo», come lo battezza con enfasi il comparatista francese Bertrand Westphal? No, è «un romanzo sommerso», preferisce lui. Vale a dire un’esperienza quasi orfica, poetica e magica ma, insieme, concreta e va ricompresa tra la narrativa non fiction perché parte da dati reali, secondo la formula di Truman Capote, setacciando dai fondali di quelle acque anche depositi storici e filosofici. Un testo amato, e lo dimostrano le traduzioni in 30 lingue, i premi internazionali, le riedizioni e gli studi pubblicati ancora oggi. A quarant’anni di distanza.
Durante la perlustrazione nel crogiolo di culture del bacino danubiano, Magris aggiorna quotidianamente le sue note senza sapere che cosa ne verrà fuori. Si muove con lo spirito – ha spiegato – di «uno che entra in un bosco e si fa largo aprendosi un sentiero per arrivare alla meta». Siccome procede quasi alla cieca, è sorretto dalla moglie Marisa Madieri, pure lei scrittrice (scomparsa nel 1996), che lo incita a «bighellonare come capita, fino al delta», e da alcuni amici che lo accompagnano per qualche tratto. Tra loro hanno una forte influenza lo psicologo Paolo Bozzi, il critico Stefano Jacomuzzi e Cavallari. Il quale è presente nelle ultime soste dell’inquieta, e talvolta picaresca, avventura. E ripete al «fratello minore» il suggerimento che gli aveva dato sin dall’inizio.
Una sfida a esprimersi senza porsi troppi problemi di metodo, con la libertà di un racconto orale. Cioè a scrivere magari per frammenti e divagazioni come quando parla – è il sottinteso – con impeto febbrile, ritmo, ironia. Così da ricavare la sua interpretazione delle interpretazioni infinite sulla Mitteleuropa. Tenendo tutto insieme. Grande storia e storie minime, imperi e rivoluzioni, ordine e caos, utopie e fanatismi, identità e idiomi, miti e leggende, sangue e frontiere, palazzi e taverne, migrazioni, bandiere e smanie di potenza e suoni, profumi, immagini e suggestioni. Chiamando in causa gente comune e senza nome, accanto a certe figure guida come Goethe, Wittgenstein, Kafka, Musil, Roth, Canetti, Freud, Lukacs, Grillparzer, Celan e Singer…
Il risultato è un’opera-mondo. Che getta lampi di luce sull’atlante interiore di Magris e sulla sua esperienza da ulisside, che non smette mai di cercare la conoscenza e l’ignoto. Un uomo in bilico tra passato e presente, in grado di raggiungere, quando si mette alla scrivania, uno stato di grazia che non lo abbandonerà nei successivi romanzi, saggi e lavori teatrali.
Un’idea, quella di Danubio, che gli è subito congeniale. E sa di aver fatto un buon lavoro quando consegna alla Garzanti il testo tre anni prima che cada il muro di Berlino, sia smantellata la cortina di ferro e siano ridefiniti i confini. Sono 480 pagine cariche di presentimenti che hanno anche il sigillo del «Corriere» di allora. Non per nulla, ha spiegato Magris, «senza quel mio direttore-mentore il romanzo non sarebbe nato. Gli sono debitore dell’intuizione che ne è all’origine e di avermi aiutato a trovare la mia strada». Vale, per Danubio, quel che disse Italo Calvino per definire un classico della letteratura: «È un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire e cui si può tornare e ritornare e ogni volta trovare qualcosa di nuovo».