Corriere della Sera, 28 ottobre 2026
L’IA e il terrorismo biologico
Era il gennaio 2012, quasi quindici anni fa. Nel mondo della virologia, accadde una cosa più unica che rara. Con altri trentotto ricercatori annunciammo su Science e su Nature una pausa volontaria degli esperimenti che rendevano l’H5N1, il virus dell’influenza aviaria, potenzialmente più pericoloso perché trasmissibile da uomo a uomo. Erano i cosiddetti studi di «gain of function», cioè di acquisizione di funzione: si modifica un virus in laboratorio per capire come si innesca una pandemia per prepararsi meglio ad affrontarla. Allora ci facemmo una domanda: e se quella metodologia sperimentale finisse nelle mani sbagliate? La moratoria doveva inizialmente durare sessanta giorni ma durò un anno. Aprì un dibattito internazionale su che cosa sia lecito fare, che cosa sia lecito pubblicare e chi debba deciderlo.
Da allora i tempi sono molto cambiati. Ci sono guerre ostinate che ci sembrano senza limiti e a loro sostegno è arrivata l’intelligenza artificiale che ha stravolto gli scenari bellici e non solo. Lo dice forte e chiaro il recente rapporto della Commissione Lancet sulle minacce globali alla salute nel XXI secolo, che ha classificato e quantificato centinaia di rischi per la salute dell’umanità da qui al 2100. Il dato più allarmante del rapporto è che due di queste minacce hanno un potenziale di estinzione per l’umanità. Una è la guerra nucleare. L’altra l’uso malevolo dell’intelligenza artificiale che comprende lo sviluppo di armi biologiche. E, secondo le nostre stime, quest’ultimo è un danno in larga parte evitabile.
Ma perché, quando si parla di bioterrorismo, l’intelligenza artificiale è così pericolosa? Gli strumenti di progettazione biologica basati sull’IA sono usati per accelerare la ricerca di nuovi farmaci e di nuovi vaccini: e lo stanno facendo. Il punto è che la stessa capacità – disegnare a tavolino microrganismi mai visti prima, scegliendone le caratteristiche – può essere rivolta contro di noi, combinando due proprietà che in natura raramente coesistono nello stesso agente patogeno: l’alta letalità e l’alta contagiosità.
Un fattore di moltiplicazione del rischio è la caduta delle barriere della logistica e dell’abilità manuale. Le tecnologie sono sempre più accessibili e, grazie alla diffusione di procedure automatizzate e di servizi su commissione, chi progetta non deve più necessariamente saper eseguire: può ordinare le subunità da assemblare per il disegno criminale e vedersele recapitate per posta.
Il risultato è che i potenziali bioterroristi non sono più poche decine di persone identificabili, come nel 2012. Potrebbero essere molti di più, dislocati in chissà quale angolo del mondo e difficili da intercettare e da fermare. E poi lo sappiamo: la tecnologia corre più veloce di qualsiasi comitato etico, sempre ammesso che in quella parte del mondo un comitato etico ci sia.
Nel 2012 la comunità scientifica seppe fermarsi a riflettere e quella capacità di autoregolarsi fu una pietra miliare nel confronto fra scienza ed etica. Oggi il rapporto della Lancet Commission parla chiaro: senza regole, il rischio di estinzione legato a un agente patogeno creato in laboratorio non è fantascienza ma realtà. Per questo la Commissione chiede ai Governi di attivarsi per il governo delle tecnologie ad alto rischio: i sistemi di IA più avanzati – quelli cosiddetti di frontiera – e gli strumenti di IA per la progettazione biologica.
Oltre ad una necessaria autoregolamentazione almeno in questo campo, servono regole condivise a livello internazionale e limiti invalicabili di legge all’accesso agli strumenti di progettazione biologica. Non possiamo più esimerci dall’implementazione di controlli obbligatori su chi sintetizza materiale genetico su ordinazione e da una sorveglianza permanente delle minacce. Non possiamo aspettare domani, dobbiamo agire adesso.
La storia dell’umanità è piena di regole arrivate dopo il disastro. Questa volta possiamo arrivare prima e dobbiamo farlo. Altrimenti questa storia rischia di finire nel silenzio più spaventoso: quello di non avere nessuno che la racconti né esseri umani a cui raccontarla.