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 2026  ottobre 28 Mercoledì calendario

Intervista a Francesco Baccini

Si è complicato la vita.
«Non ho avuto santi in paradiso e nemmeno in terra. La libertà si paga, ma va bene così. Però oggi non devo abbassare lo sguardo di fronte a nessuno. Avessi dato retta agli altri sarei certo più ricco. Ho rinunciato a tanti soldi per restare me stesso. Mio figlio mi ha chiesto: “Papà, ma sei matto?”. No, solo un idealista coglione».
Francesco Baccini ha scritto un libro,Nomi e Cognomi (Baldini e Castoldi): 24 ritratti di personaggi reali o immaginari (Terzani, Celentano, Califano, don Gallo, Nuti, Freak Antoni, Maradona, Venditti, Chagall ma pure Lupo de Lupis...) più il venticinquesimo, che lega ogni pagina, ovvero il suo. E a 34 anni dal primo omonimo album che fu un cult, ha inciso un secondo capitolo, 13 brani inediti dedicati ad alcuni dei protagonisti dei racconti: Nomi e Cognomi 2 (Azzurra Music). Libro e disco escono entrambi venerdì, il 30 ottobre. «Ai tempi volevo spaccare tutto, adesso la provocazione è ricostruire qualcosa, parlare di persone che mi piace fare esistere».
Era il 1992, aveva già vinto il Festivalbar con «Sotto questo sole», scandalizzato con «Le donne di Modena». Quell’ellepì fu un successo. Sul più bello si incrinò qualcosa.
«Cominciava ad alzarsi una barriera invisibile intorno a me. Il mio successo rompeva le scatole a qualcuno, chi è stato non lo so, in Italia il mandante non si scopre mai. Quel disco l’ho pagato caro. In Rai non mi invitavano più. Ospite indesiderato. Alla radio non mi passavano».
«Senza che te ne accorgi i riflettori poco a poco si spostano da un’altra parte». Altri premi, tour, dischi, Baccini canta Tenco, duetti, ma tutto più defilato. Per strada a volte le chiedevano: «Canti ancora?». Deprimente.
«Invece non mi sono depresso, manco un po’. Noi genovesi siamo famosi per essere avari, affaristi. A me importava fare quello che mi piaceva. Mollai la Warner perché volevano cambiarmi».
La prima a darle retta era stata Mara Maionchi.
«Uguale a adesso. “Uè, cacchio, Baccini, hai talento, ma ’ste canzoni sono strane”. I discografici mi dicevano: “Sei di Genova, devi essere triste, l’ironia non vende”».
Apre il libro con «Cantautore» di Edoardo Bennato.
«Spesso quando li conosci, i tuoi miti ti deludono; con lui non è stato così. Mi presentò pure sua madre che mi seguiva al Costanzo Show».
Ora le faccio io qualche nome e cognome, pure se non stanno nel libro. Geolier.
«Non sono mai riuscito ad ascoltare una sua canzone fino alla fine, mi annoio. Non capisco dove sta l’impegno».
Si è appena fatto un nuovo amico. Proseguiamo. Achille Lauro.
«Non ci trovo niente di artistico. Le sue canzoni sono prodotti da vendere. Mi ci vede con la tutina trasparente di Gucci a Sanremo?».
Fedez.
«Un personaggio, un influencer, non mi ricordo certo la sua musica. Quindici anni fa mi trovai un suo messaggio: “Sono cresciuto con i tuoi pezzi”. Mi invitò al suo primo concerto all’Alcatraz, andai con mio figlio. Ci sentivamo spesso. Poi di colpo non mi ha più risposto, è sparito».
Olly.
«È sampdoriano e già questo lo mette in una posizione difficile per me che sono genoano perso. Allora meglio Alfa, con cui ci becchiamo in tribuna allo stadio».
Lazza.
«Lo conosco per due cose: suona il piano benissimo e porta collane assurde. Io mai curato del look. Alla finale del Festivalbar misi una camicia da 5 dollari che un’amica aveva comprato nelle Filippine».
Giorgio Armani, destinatario pure lui di una canzone in quel ’92, provò a rivestirla.
«Fu molto carino, mi diede camicie, giacche e scarpe, le ho messe due volte e poi le ho restituite. Ho tenuto le giacche, davvero bellissime, mi sentivo come in American Gigolò. Ormai però sono importabili, con quelle spalline imbottite da Ufo Robot».

Ultimo.
«Un cantante pop, come Tiziano Ferro. Fa canzoni d’amore. Non so che altro dire, il pop mi annoia. Oggi è tutto immagine. Dietro c’è poco. Se fossi nato in questi anni forse sarei anche io così. Sferaebbasta? Mai capito. Che vuole dire? Che dovrebbe rappresentare? Quella di Renato Zero con Triangolo era una provocazione, non l’aveva mai fatto nessuno, oltre alla tutina di lamè c’era una gran canzone. Pure David Bowie la buttava sul look, ma cavolo quelli erano pezzi, era musica».
Lo ha conosciuto.
«Vivevo a New York, con una fidanzata broker di Wall Street. Una sera, ero solo, andai in un locale sotto casa, a Tribeca. Eravamo in quattro. Un tizio a un tavolo suonava la chitarra acustica. “Accidenti, sembra il sosia di Bowie”, pensai. Mi sentì parlare inglese col mio accento alla Alberto Sordi e si avvicinò. Mi si rivolse in italiano. “Sai, io passo cinque mesi all’anno in Italia, a Venezia”. Scoprimmo di avere amici in comune. Non osai chiedergli se era lui. Quando è salito sul palco ho capito».
Era proprio il Duca bianco.
«Qui nessuno va a suonare nei localetti, se la tirano. Bowie, De André o Jannacci, erano persone semplici, alla mano. Un giorno, in viaggio, mi fermai all’autogrill. Nella piazzola di sosta c’era Pat Metheny che suonava lì da solo, tranquillo. Il mio chitarrista è quasi svenuto».
Scrive: «Nessuno vuole fare il cantante di nicchia».
«A parte me. In tv appaio poco. Che ci vado a fare? Non vogliono il vero Baccini. Mi invitano a ballare, ma ho un piedone 46, ucciderei la ballerina. Non voglio nemmeno fare il giudice nei talent show. Mi sentirei come a Rebibbia. Uno come me dopo un po’ ti manda a cagare. Non sono quello visto a Music Farm, ci andai senza nemmeno capire cosa stessi facendo».
Nel libro compare un onorevole Piripozzi. A chi assomiglia?
«Un poco a tutti. Preferirei eleggere lui».
Chi vota di solito?
«Dipende dal momento. Spesso sulla scheda ho fatto dei disegnini».
Francesco Nuti.
«Ci eravamo conosciuti a Sanremo ’88, lui era in gara con Sarà per te, io cantavo la sigla di chiusura Mamma dammi i soldi. Era famosissimo. Mi chiese: “Ti piace la mia canzone?”. Mentre parlava, a un tratto si spegneva, gli scendeva un velo di tristezza nello sguardo».
I suoi attacchi di panico.
«Ne soffro anche ora, ci convivo. Lavoravo al porto, in un ufficio sotterraneo, con la luce al neon. Non uscivo più di casa, mia madre mi regalò un cane, così almeno ero costretto a fare il giro del palazzo. Otto secondi e risalivo. Mi sentivo morire. Quando suonavo il piano stavo bene».
Faceva il bello e dannato.
«Ora solo vecchio e dannato. Non ho provato nemmeno il botulino. Non mi sono mai sentito figo, da adolescente ero grasso. Mi vedevo brutto. Ero timido con le donne. Ho perso 30 chili di colpo. Nei locali le ragazze si avvicinavano ma io scappavo subito appena finito di cantare. Poi ho cominciato a fermarmi qualche minuto in più».
Un flirt celebre di cui non si è saputo nulla?
«Non parlo. Sono un pirata e un signore».

De André.
«Mi chiese: “Vieni con me a Sanremo che c’è Dori in gara e da solo mi rompo, pago io”. Una sera a cena il proprietario del ristorante chiese un autografo a Dori. Lei firmò e porse il foglietto a Fabrizio. “Anche lei canta?”, si informò il tizio. “Qualche volta”. Faber era timidissimo. Diventava rosso ai complimenti».
Dai vigili urbani di Genova.
«Una sera parcheggiai sotto casa loro la mia nuova Bmw. Dopo cena scesi e non la trovai più. Oddio. Credevo l’avessero rubata. Invece l’avevano portata via col carro attrezzi per sosta vietata. Fabrizio mi accompagnò al comando in centro, si mise giacca e cravatta, lui che girava sempre in camicia celeste e sotto una maglietta bianca. “Non è che andiamo a un matrimonio”. Erano le due e mezza di notte. I vigili fecero una faccia.“Belìn ma lei è mica De André?”».
Clemente Mastella.
«L’ho conosciuto a Lampedusa all’O’ Scià di Baglioni. Io che canto Questo piccolo grande amore fa ridere, però siamo amici, in due mondi paralleli. L’albergo aveva sei stanze, in una ci stavo io, nelle altre cinque Mastella e le sue guardie del corpo, all’epoca era ministro della Giustizia. Il mattino dopo a colazione ci mettemmo a parlare di calcio: Napoli e Genoa erano gemellati. Per anni ci siamo sentiti ogni domenica per commentare i risultati».
Un politico mancato.
«De André, che era una specie di Mago Merlino, grande appassionato di astrologia, mi aveva fatto la carta astrale su una pergamena. Secondo lui avrei avuto un grande avvenire in politica. Ogni tanto mi telefona Marco Rizzo per propormi di candidarmi con lui. “Sei matto, dopo 15 minuti mi fanno fuori”».


Alla fine una fidanzata di Modena l’ha mai avuta?
«Prima no, sennò non avrei scritto la canzone».
Dopo?
«Uh...».