Corriere della Sera, 28 ottobre 2026
Siher, il fronte bipartisan del dubbio
Siher Youssef, nato il 29 gennaio del 1996 a Gavardo e residente a Mazzano, in via … numero 59, italiano di origini marocchine. Anche se nessuno direbbe statunitense, africano di seconda generazione, anche alla faccia del woke. Per trent’anni non abbiamo saputo un accidente di niente di lui, e ancora oggi sappiamo assai poco. Istigatore, non c’è dubbio. Ma non sappiamo di quale genere. Di quelli che organizzano il male e devono rispondere al nostro Codice penale? O l’istigatore di brechtiana memoria, quello che va sepolto nella cassa di zinco solo per le sue idee, assai spesso aberranti, c’è da dire, anche senza solide prove?
In Italia c’è chi se lo chiede, in un fronte trasversale non sospettabile di simpatie per il terrorismo, ma che apre il fronte del dubbio, in attesa, perlomeno, che si capisca un po’ di più. Luigi Manconi si interroga: «Questo Youssef Siher sarà pure affetto da narcisismo e da estremismo islamista, e le sue affermazioni sulla strage del 7 ottobre sono francamente orribili: ma al presente e al netto di quanto eventualmente potrà emergere da indagini successive, risulta bersaglio di un trattamento mediatico che offende tutti i principi e le regole di uno Stato di diritto, e tutti i principi e le regole di un garantismo penale». Insomma, di fronte a una minaccia la tentazione di tagliar corto, a prima vista, potrà anche avere le sue ragioni, ma ci sarà una ragione se sono proprio le democrazie quelle che più hanno mostrato di avere una corazza solida contro la ferocia che non conosce il diritto.
A Giuliano Ferrara non dispiace stupire, e buttare alle ortiche il conformismo, ma sul Foglio ha rivendicato qualcosa d’altro: «Alla fine non c’è da stare così sicuri che questo Youssef Siher sia la primula Pal o il super fratello musulmano, insomma lo stratega da sogno che sa come usare Telegram. Ce ne saranno un paio di milioni così esperti, sospetto, da farsi incastrare come ideatori e organizzatori social della rivoluzione delle Adidas e dei saccheggi. Siher ha una faccia da schiaffi, forse, ma non più di questo».
Sul garantismo a corrente alternata di Marco Travaglio il dibattito è aperto, ma, sostiene, pur nutrendo la più profonda antipatia per chi spacca le vetrine e per chi istiga a farlo, «leggendo le accuse a Youssef Siher, ex stagista del nostro sito e ricercatore dell’Ispi, ci sorge qualche interrogativo. Terrorismo è un concetto piuttosto elastico, già appioppato a Mazzini e ai partigiani». Fabrizio Cicchitto e Tiziana Maiolo sicuramente non hanno per Youssef la simpatia che Trump, dopo il voto, giura di avere per Lula, però si chiedono: «Siamo sicuri che sia bastato aprire quella chat, dopo la guerriglia di sabato, per avere la forza di produrre le devastazioni di domenica con il sicuro nesso di causalità, soprattutto sul piano giudiziario? … Stiamo attenti, dopo il fallimento della politica sui “cattivi maestri”, a non crearne di nuovi, anche se fossero solo cattivi maestrini». Dubbi anche nelle redazioni di alcuni giornali, anche perché la chat di Youssef Siher pare essere successiva agli scontri e alle devastazioni di piazza.
Ancora Giuliano Ferrara: «Non so se messo in gabbia un tipetto come Siher possiamo ottenere la garanzia che gli adolescenti inquieti del 17 ottobre, emuli dei liceali parigini e dei casseur di tutta la Francia, per i prossimi weekend se ne staranno tranquilli a casa in mancanza di Telegram». Luigi Manconi: «Una delle maggiori conquiste dei sistemi liberaldemocratici è stata proprio quella di sostituire al diritto penale delle intenzioni il diritto penale del fatto».
Alla fine: non pare che tra i difensori trasversali di Youssef Siher ci sia chi arda dalla voglia di farci una scampagnata o di invitarlo a cena. E non sfugge ai più che è nelle pieghe del diritto di una società liberale che chi vuole fare il male, o addirittura imboccare la via del terrorismo, possa trovare il terreno per infiltrarsi in disprezzo delle leggi e del vivere civile. E pure chi non si diletta di Giustiniano magari ha visto la fiction Lillehammer, dove un mafioso che gode di un sistema di protezione testimoni si avvale del regime democratico e garantista della Norvegia per continuare a delinquere. Ma non ci sono scorciatoie.