Corriere della Sera, 28 ottobre 2026
Israele, coalizioni testa a testa ma Likud primo partito
A guardare le file davanti alle scuole, agli aeroporti affollati di israeliani tornati dall’estero per votare, e a sentire la paura di Benjamin Netanyahu rimbalzare di post in post, sembra che quel 77,7 per cento di affluenza, un record, annunci qualcosa. Se non una rivoluzione, almeno un Paese in cerca di cambiamento.
Alle ventidue i seggi chiudono, le televisioni accendono i grafici degli exit poll, e sugli schermi riappare una mappa conosciuta, un Israele diviso in due metà che si fronteggiano senza riuscire a superarsi. Per mesi i sondaggi avevano dato in testa Yashar, il nuovo partito centrista di Gadi Eisenkot, leader dell’opposizione. Invece, per Canale 12 a guidare è il Likud, con 24 seggi, otto in meno di quattro anni fa, mentre Yashar si ferma a 22. Altri canali danno il Likud a 27 e Yashar a 21. Insieme, l’alleanza fra Naftali Bennett e Yair Lapid, ne prende 12, i Democratici di Yair Golan 10. La Lista unita dei partiti arabi raddoppia i suoi seggi e arriva a 11, Ra’am, gli islamisti di Mansour Abbas, passa da 5 a 7, e Yisrael Beytenu, la destra laica di Avigdor Liberman, da 6 a 8. All’estrema destra Otzma Yehudit di Ben-Gvir prende 6 seggi, come il Sionismo religioso di Smotrich. Il colpo più duro lo incassano gli ultraortodossi, con Shas che crolla da 11 a 8 e l’Ebraismo unito della Torah fermo a 6. Restano fuori i Riservisti di Yoaz Hendel e Amcha Yisrael di Ofer Winter.
Ma nella notte secondo Canale 12 il blocco di Netanyahu sale a 52 seggi, quello di Eisenkot scende a 49 mentre Canale 13 e 11 li danno 51 a 51: pareggio. Nessuno dei due arriva ai 61 seggi che servono per governare. In mezzo ci sono gli arabi israeliani, che questa volta fanno la differenza. Insieme, i partiti conquistano 18 seggi: senza di loro Eisenkot non ha i numeri. Yousef Jabareen, presidente della Lista unita, parla di «obiettivo raggiunto» e di una lista che ha saputo «non spezzarsi».
Eisenkot chiede a Netanyahu di «accettare il voto di sfiducia del popolo» e di lasciare la politica. «L’opinione pubblica ha votato per il cambiamento, la coalizione del fallimento ha perso la fiducia dei cittadini», e dice che con un’affluenza così alta tornare alle urne «sarebbe un errore». Dall’altra parte il ministro degli Esteri Gideon Saar avverte che «le celebrazioni dell’opposizione sono premature». Finché non nasce un nuovo esecutivo, Bibi è premier ad interim, e toccherà al presidente Isaac Herzog affidare l’incarico a chi ha più possibilità di formare un governo. Incarico che Netanyahu rivendica in caso il Likud fosse confermato primo partito. Per batterlo Eisenkot dovrà scegliere fra la promessa fatta agli elettori e un’alleanza con gli arabi. A meno che dalla frammentazione del voto non nasca una maggioranza trasversale, pescata da entrambi i blocchi. Se nessuno ce la farà, si torna alle urne, come nella crisi che fra il 2019 e il 2022 trascinò il Paese a cinque elezioni.
Per capire la notte appena passata bisogna tornare all’alba. La giornata comincia alle 6.29, l’ora in cui tre anni fa Hamas sfondò il confine, con un minuto di silenzio in piazza degli Ostaggi a Tel Aviv. Eisenkot passa dalla tomba del figlio Gal, ucciso a Gaza, e poi accompagna al seggio l’ex ostaggio Gadi Moses. Netanyahu sceglie la colonia di Peduel, in Cisgiordania, per ripetere lo slogan «O la destra o la Palestina». L’affluenza vola nelle città arabe e resta bassa nelle roccaforti del premier, che comincia a far suonare l’allarme: è «emergenza». Accusa la sinistra e gli arabi di voler «rubare le elezioni». Il Likud chiede di tenere aperti i seggi un’ora in più, e la Commissione elettorale non concede nemmeno un minuto. Nel Negev, c’è chi resta in fila cinque ore, e a Tel Aviv la tensione prende la forma di un coltello. Quello di un uomo che la scorta blocca mentre si avvicina al democratico Golan.