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 2026  ottobre 25 Domenica calendario

Come sgretolare il mito del genio precoce

Nell’estate del 1684 l’astronomo Edmond Halley si recò a Cambridge per porre a Isaac Newton una domanda sul moto dei pianeti. Voleva sapere quale traiettoria avrebbe descritto un corpo attratto verso il Sole da una forza inversamente proporzionale al quadrato della distanza. Newton rispose senza esitazione: un’ellisse. Quando però Halley gli chiese la dimostrazione, Newton non riuscì a trovarla. Promise allora di rifare i calcoli e di inviargliela. Da quella visita avrebbe preso avvio il processo che, tre anni più tardi, portò alla pubblicazione dei Philosophiae naturalis principia mathematica.
È una storia celebre, entrata quasi nella leggenda della scienza moderna, che sembra racchiudere in una folgorazione la genesi dei Principia: una domanda, una risposta, una dimostrazione da ricostruire e infine il capolavoro. Ma è precisamente questa apparente linearità che Jed Z. Buchwald e Mordechai Feingold mettono in discussione in The Winding Trail to Newton’s Principia Mathematica. Nelle loro pagine il cammino di Newton verso i Principia appare assai più accidentato: fatto di accelerazioni e soste, di problemi accantonati e poi ripresi, di soluzioni che acquistano significato soltanto molto tempo dopo.
Prima della visita di Halley, infatti, Newton si era occupato episodicamente di meccanica; ancora negli anni Settanta i suoi interessi erano rivolti soprattutto alla teologia e all’alchimia, mentre quella che sarebbe diventata la legge della gravitazione universale prese forma soltanto nelle fasi avanzate della gestazione dei Principia. Buchwald e Feingold si propongono dunque un esercizio storiograficamente difficile: seguire Newton senza sapere in anticipo dove arriverà, analizzando manoscritti, appunti e corrispondenze ed evitando, per quanto possibile, di proiettare su quei materiali il sistema compiuto del 1687. Il primo bersaglio è il mito del genio precoce. A fissarne i tratti contribuì soprattutto John Conduitt, marito della nipote di Newton, che dopo la morte dello scienziato raccolse testimonianze destinate a una biografia mai compiuta. In quelle pagine ogni gioco infantile finì per assumere il valore di un presagio: l’aquilone, il mulino in miniatura, gli orologi ad acqua, persino i salti compiuti controvento durante la tempesta del 1658 furono reinterpretati come anticipazioni del futuro filosofo della natura. Conduitt arrivò a sostenere che Newton avesse posto le fondamenta di tutte le sue grandi scoperte prima dei ventiquattro anni. Buchwald e Feingold riportano questi episodi alla loro dimensione storica: il giovane Newton fu uno studente certamente dotato, ma formatosi entro pratiche scolastiche, letture e relazioni ben riconoscibili, non un «filosofo naturale avant la lettre».
Uno dei risultati più significativi del volume consiste nel restituire Newton all’ambiente intellettuale della Cambridge del tempo e nel mostrare il ruolo che quell’ambiente ebbe nello sviluppo del suo pensiero scientifico. Newton legge, assimila, discute; soprattutto incontra Isaac Barrow, del quale farà propria ed estenderà una convinzione fondamentale: trattare la filosofia naturale «alla maniera dei matematici». La matematica diviene allora non soltanto uno strumento di calcolo, ma il mezzo per sottrarre la conoscenza della natura al dominio delle congetture e delle probabilità. Di qui la ricerca costante di procedure matematiche strettamente legate alla misura e capaci di conferire ai risultati quella certezza che Newton esigeva dall’indagine scientifica.
Per avere un’idea dell’efficacia di questa impostazione, è sufficiente ricordare come i due autori ricostruiscono i primi lavori di Newton sulla meccanica. Negli studi sulle collisioni, conservati nel cosiddetto Waste Book (Brogliaccio) e risalenti al 1664-1665, affiorano procedimenti che ritorneranno molto più tardi: scomporre il movimento, rappresentare geometricamente le variazioni di velocità e direzione, esaminare matematicamente il problema senza interrogarsi necessariamente sul meccanismo fisico che ne sta alla base. Newton non possiede ancora una teoria generale della forza: cerca piuttosto gli strumenti matematici adeguati al problema che ha davanti. È senz’altro uno dei meriti del libro far comprendere che alcuni sviluppi che confluiranno nei Principia non nascevano da un programma già definito, ma dalla necessità di affrontare problemi specifici, trovando solo in seguito applicazioni più ampie.
Decisivi sono anche gli interlocutori. Robert Hooke, spesso ridotto nella memoria storica al ruolo del rivale stizzoso e risentito, occupa qui un posto assai più complesso. Lo scambio epistolare del 1679 indusse Newton a riprendere problemi che aveva lasciato da parte e a generalizzare un procedimento per costruire la traiettoria di un corpo sottoposto a una forza. Fu però un interesse di breve durata. Soltanto la visita di Halley nell’estate del 1684 spinse Newton a tornare con continuità su quei problemi: ne scaturì un manoscritto di poche pagine intitolato De motu corporum in gyrum (Sul moto dei corpi in orbita) che, attraverso successive rielaborazioni, avrebbe costituito il nucleo originario dei Principia.
A complicare il quadro contribuì lo stesso Newton, che in vecchiaia ricostruì la cronologia delle proprie scoperte anche alla luce delle dispute di priorità con Leibniz e Hooke. Il riesame dei manoscritti consente a Buchwald e Feingold di rivederne in alcuni casi la datazione e, con essa, una tradizione biografica ormai consolidata. A uscirne ridimensionata non è dunque la grandezza di Newton, ma l’immagine di un genio solitario che avrebbe generato, quasi per partenogenesi, un nuovo sistema del mondo. Buchwald e Feingold ne propongono una lettura più articolata e convincente. È questo il senso di quel «sentiero tortuoso» evocato dal titolo: i Principia furono l’esito di un percorso complesso e per nulla scontato, il cui approdo può apparire inevitabile soltanto a posteriori.