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 2026  ottobre 25 Domenica calendario

Giandante, che scelse X per cognome

Spiace generalizzare, non va mai bene, lo so, ma se c’è un tipo umano incline alle stravaganze della vanità e allo stesso tempo votato all’affermazione tenace di sé e del proprio presunto valore questi è l’artista, quale che sia lo strumento espressivo scelto per mostrarsi al mondo. Misto di talento e ingenuità, di cieca ambizione e di furore esibizionistico, tentato dal silenzio del chiostro ma dedito al brusio della chiacchiera infinita, non di rado l’artista crede a quanto racconta a sé stesso, magari soltanto per farsi coraggio o darsi un tono, o per tenere a bada chissà che fantasmi; in breve, però, quelle stesse favole gli sembrano plausibili, poi persino veritiere e alla fine le sente come certissime. Tutto ciò evidentemente non ha alcun legame diretto con la reale consistenza della sua arte, né con l’importanza di ciò che va facendo. Insomma, a volte anche un genio può sembrare un idiota.
È ovvio che sto parlando del nostro tempo e di una società del tutto innervata dalle esigenze del mercato e dall’abitudine diffusa, ormai cronica, a imitare nei modi e nei riti il mondo dello spettacolo. Pittori, scultori, musicisti, scrittori, performer (ma ho il sospetto che valga anche per molti creativi dei social network), oggi pochi sfuggono al laccio di una delle Leggi di Nino sull’Umanità, quella che dice: «Va’ che la Gente non stanno bene». Forse sarebbe bene recuperare un po’ di rigore, di serietà, e tenere ancora presente la vecchia ma preziosa lezione di Gaston Bachelard, il filosofo e scienziato capace di indagare i limiti della ragione con gli strumenti formali dell’immaginazione, che consigliava all’artista di sperimentare la rêverie della meditazione profonda sulla natura delle cose, prima di mettere il proprio talento alla prova dei fatti.
Ma ciò che arriva ora come ovvio è partito ieri, o prima. E non tutti i creativi del recente passato sono della stessa pasta, a vederli da qui.
Se c’è un’artista che più di altri suoi celebrati colleghi ha saputo eludere le lusinghe del mercato dell’arte e allo stesso tempo ha vestito la propria inclinazione espressiva con il mantello del rigore, dall’inizio alla fine, tra l’età delle avanguardie storiche e la sua morte, avvenuta nel 1984, questi è Giandante X. È probabile che oggi il suo nome non dica molto al pubblico delle mostre, e forse poco anche ai cultori delle vicende artistiche novecentesche, ma la sua intransigenza esistenziale unita a una fede radicale e inscalfibile per l’arte totale come modalità esclusiva della creazione fanno di lui un raro esempio di intellettuale senza increspature e senza maschere.
Pittore, scultore, architetto, illustratore, poeta, nato Dante Pescò nell’ultimo anno dell’Ottocento a Milano in una facoltosa famiglia di industriali tessili, Giandante X, come si farà chiamare dopo avere abbandonato famiglia, fortune e identità naturale, era una persona fuori dal comune, «un artista visionario, ardimentoso e profetico», come lo definì Giovanni Titta Rosa (il quale forse non capì la poesia di Pier Paolo Pasolini, che lo dileggiò con un velenoso epigramma, ma vide invece bene il carattere speciale di Giandante). Ed era senz’altro un uomo inquieto, portato dalla sua febbrile creatività, insofferente alle convenzioni sociali e artistiche, in perenne e radicale contrasto con tutto ciò che gli suonava accomodante, ben pensato, corretto.
Gianda, come lo chiamavano i pochi amici, era un uomo inadatto a negoziare con la vita e di conseguenza era un artista incapace di concedere qualcosa di intimo e vitale per averne in cambio un purchessia vantaggio pratico e materiale. Il sistema dell’arte, come lo diremmo oggi, non poteva che tenerlo ai margini, con crescente diffidenza, fino alla fine. Dopo gli inizi sorprendenti come scultore sulla scia del grande Adolfo Wildt che nel 1920 lo dice «artista vergine d’ogni accademismo», destinato a rinnovare la scultura nel nostro Paese in virtù del suo talento incandescente; dopo la Biennale di Monza del 1927 quando, grazie alle sue folgoranti e innovative visioni architettoniche, fu accostato a Terragni, Figini e Pollini come artefice primario del nascente razionalismo italiano; dopo tanto vagabondare, sempre combattendo con sé e con il mondo (ma fu anche sulle barricate in Spagna nelle fila delle brigate antifranchiste e poi nel campo di internamento di Gurs); quando nel dopoguerra avrebbe potuto mettere a frutto la sua storia di strenuo oppositore ai regimi fascisti, Giandante non riuscì a mitigare la sua irriducibile vena anarchica e si dedicò alla pratica dell’accessibilità dell’arte, andando fatalmente contro le regole del commercio: un quadro in ogni casa, operaia o borghese, per compiere finalmente un’azione democratica di diffusione del bello e della verità.
Per lui l’arte —o meglio il vortice creativo nel quale era costantemente immerso e che gemmava sorprendenti intuizioni formali, illuminazioni visionarie, opere di rara intensità espressiva— non poteva essere sottoposta alla logica del controvalore, se non nella misura dello stretto necessario. In aggiunta, senza che questo suoni discorde, egli sentiva la propria condizione di artista singolare, solitario, barbaro e coltissimo allo stesso tempo, in accordo con un sentimento universale di fratellanza e di civiltà.
Negli artisti come Giandante X c’è un tratto del carattere che commuove. È un’inclinazione a dedicare tutta la vita a ciò che da subito, fin dalla prima gioventù, si percepisce come destino esclusivo: o questo o nient’altro. Per alcuni è così; a lui di certo non è mancato il coraggio di seguire il proprio talento fino alle estreme conseguenze, senza tentennamenti, con una postura che a volte assomiglia a quella dei mistici. Si potrebbe forse parlare di umanesimo mistico per il nostro Gianda oppure semplicemente inserirlo con il massimo del riguardo tra gli artisti degni di attenzione ma ormai invisibili, dimenticati e ‘strani’, come chi è strano nelle Leggi di Nino, con il fermo proposito di riportarlo in piena luce.