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 2026  ottobre 27 Martedì calendario

Giovanni Veronesi parla della sua carriera

Giovanni Veronesi, Dio ride, sicuro?
Se è vero che siamo fatti a sua immagine e somiglianza… perché dovrebbe negarsi proprio la parte più divertente e gioiosa?
Ma con le brutture del mondo qui e ora come la mettiamo?
Nel film i poveri disgraziati, gli ultimi che non hanno proprio niente da ridere vengono avvicinati a Dio con un po’ di allegria. Frate Leopoldo da Casamacchia, forte di una delle prove più belle di Favino, parla un linguaggio nuovo, e ogni volta che succede il mondo cambia.
Anche oggi?
Il problema, soprattutto per i giovani, è che il vocabolario è stantio: avere 18 anni oggi è un dramma, nessuno ti parla una lingua proiettata nel futuro, perché appare brutto – ma è l’unica possibilità per vivere meglio.
Nel frattempo, i giovani sono scesi in piazza, senza chiedere permesso.
Non ce ne siamo accorti, ed è grave: quando poi succede è tardi, e quindi ci sono le punizioni, le restrizioni. Pur violento che possa essere, un ragazzo appena maggiorenne non ha totalmente la colpa.
Veronesi, oltre a battere a tennis il produttore Domenico Procacci, di cosa ride?
Della satira, degli sberleffi al potere: lo diceva Eco ne Il nome della rosa, la risata è un’arma molto affilata se usata bene.
Dio ride, che giovedì porta in sala l’eterodossa evangelizzazione del seicentesco Leopoldo, è un dramma che ride o una commedia che piange?
Un dramma che ride. Me l’ha insegnato Monicelli, la commedia è la vita, non è soltanto comicità, come è stato equivocato negli ultimi quarant’anni in Italia: comprende tutti gli altri generi, per questo farla è molto difficile.
Favino è strepitoso, però non dimentichiamoci di Silvio Orlando, il cardinal Maculani.
Viaggia sul filo del rasoio, è forse l’unico personaggio che cambia capendo le proprie contraddizioni, e che il potere non può andare avanti in quel modo. Soprattutto, quello della Chiesa, che si deve occupare delle anime e non dei corpi.
Quarant’anni fa era sul set del suo debutto alla regia, Maramao: ricordi?
Francesco Nuti, che al primo giorno di riprese mi disse: ‘Giovanni, ma questo carrello è troppo lungo!’. Gli risposi: ‘Siamo diversi, io ho bisogno di metterlo così lungo’.
Nell’opera seconda Per amore solo per amore (1993) inquadra Giuseppe e Maria.
Con Dio ride ho chiuso il cerchio di una cosa molto interessante che è la religione: anche per chi come me non crede, non occuparsene significherebbe essere stupido. E poi gli evangeli sono le più belle sceneggiature mai scritte.
Da non credente, il comandamento che rispetta di meno?
Non fornicare.

E le bestemmie, confessi, quante gliene sono scappate su questo set?
Be’, le bestemmie sono delle compagne di vita. È come se a un prete togli la preghiera.
Ha conosciuto il successo, il più grande?
Per amore solo per amore andò molto bene. Sono stato veramente fortunato, Nuti mi ha fatto entrare dalla porta principale, evitandomi l’abituale gavetta.
Ha diretto De Niro, in Manuale d’amore 3: un trionfo anche questo?
Uno sfizio, come David Bowie. Me lo sono tolto imbrogliando un po’ le carte, forse anche i produttori: sì, ho detto loro tante menzogne nella mia carriera.
Ne Il mio West (1998) con Bowie c’erano Pieraccioni, Harvey Keitel e la Marcuzzi.

Alessia faceva una doccia memorabile, assai più di quelle della Fenech.

La sconfitta più gravosa?
Una persona che è stata insieme a me per vent’anni, e poi ho scoperto che mi rubava i soldi. Era il mio commercialista: a parte che mi ha lasciato quasi a secco, è stata una tragedia umana.
Le avrei chiesto qual è il più stronzo che ha conosciuto, ma temo mi abbia già risposto.
Poi ci sono degli attori stronzi, ma di quelli non si può fare il nome: li chiameremo Nana Nana.
Il più santo che ha incontrato, invece, una sorta di Fra’ Leopoldo?
Francamente, Leopoldo è un personaggio di totale invenzione. Non credo ci siano persone così, o almeno non le ho conosciute. Spero che esistano, ma alla mia tavola non s’è seduto nessun santo.