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 2026  ottobre 27 Martedì calendario

I genetisti studiano il Dna della "medusa immortale"

Anche le scoperte più incredibili possono nascere da un errore. Così nel 1992, in un laboratorio di Genova, i biologi Christian Sommer e Giorgio Bavestrello si dimenticano di curare alcune meduse ospitate nei laboratori di Genova. Dopo due giorni, negli stessi acquari, trovano polipi, lo stadio del ciclo biologico da cui provengono le meduse. I polipi vivono attaccati al fondo marino e, per riprodursi, liberano meduse che maturano sessualmente e, dalla fecondazione, producono piccole larve che si fissano al fondo e danno origine a nuovi polipi. Ma quelle piccole meduse non erano ancora mature sessualmente e quindi non potevano ancora generare polipi. E poi erano isolate. Era successo qualcosa di rivoluzionario: come se una farfalla si fosse trasformata in bruco. Le ricerche e gli studi intorno alla «medusa immortale» sono nati più o meno così.
La Turritopsis dohrnii è grande pochi millimetri. Scoperta già verso la fine dell’Ottocento nel Golfo di Napoli, vive nel Mediterraneo, nel mare dei Caraibi e negli Oceani Atlantico e Pacifico. Perché viene definita immortale? Quando si trova in condizioni di forte stress, è ferita, malata o vecchia, la medusa non muore ma fa un balzo indietro. Le sue cellule adulte regrediscono e si trasformano di nuovo in cellule indifferenziate attraverso un processo chiamato transdifferenziamento. Ritorna al suo stato precedente, il polipo. Sommer e Bavestrello lavoravano nel laboratorio di Ferdinando Boero che, trasferitosi a Lecce, continua a promuovere questi studi con Stefano Piraino e le ricerche su Turritopsis continuano con una salentina, laureatasi con Boero, e trasferitasi negli Usa: Maria Pia Miglietta.
Dalla Texas A&M University di Galveston, Miglietta studia questa capacità apparentemente infinita di riportare indietro le lancette del tempo. Una rincorsa alla giovinezza che, chiaramente, una volta compresa, potrebbe portare in futuro a innescare processi analoghi anche nei mammiferi. E, perché no, anche nell’essere umano. «Non pensiamo di trasformare le persone anziane in neonati, sarebbe pura fantascienza – spiega la biologa -. La sfida è trovare il modo di indurre le cellule e i tessuti a ritrovare uno stato più giovane, favorendo la guarigione delle ferite e il trattamento delle patologie legate all’invecchiamento». Un esempio? La degenerazione tipica dell’Alzheimer.
Per arrivare alla ricerca di questo “interruttore molecolare” il lavoro è stato lungo. Stefano Piraino continuò all’Università del Salento gli studi di Sommer e Bavestrello, indagando sul segreto della Turritopsis dohrnii e sulle sue cellule, capaci di regredire anche dopo essersi “specializzate”, per poi trasformarsi in nuove forme cellulari. Adesso gli studi si stanno concentrando sul Dna della medusa, che presenta un numero insolitamente alto di copie di geni che producono proteine, vitali per il mantenimento dei “telomeri”, le strutture che proteggono il materiale genetico alle estremità dei filamenti di Dna. La chiave della longevità sarebbe racchiusa proprio qui, nella capacità di autoripararsi quando, con il passare del tempo, gli stessi filamenti tendono a ridursi.
Ferdinando Boero oggi ha 75 anni. Professore emerito dell’Università del Salento, già ordinario di Zoologia e Antropologia all’Università di Napoli Federico II, associato al Cnr, ha dedicato la vita allo studio della biodiversità marina. Una curiosità, nell’83 ha dedicato a Frank Zappa una nuova specie di medusa scoperta a Bodega Bay, in California: la Phialella zappai. Il musicista, per ringraziarlo, gli dedicò una canzone durante il suo ultimo concerto a Genova, nel giugno dell’88. “Lonesome Cowboy Burt” diventò “Lonesome Cowboy Nando”, dal diminutivo di Ferdinando.
«Polipi e meduse venivano studiati separatamente, ma si trattava di due espressioni della stessa specie: negli Anni 80, a Genova, ho deciso di incrociare le ricerche – racconta Boero -. Allevando polipi e meduse per chiudere il ciclo. Turritopsis fu una di quelle. Così abbiamo potuto documentare l’inversione del ciclo biologico attraverso il transdifferenziamento cellulare». Davvero questi studi potranno trasformarsi in un elisir per l’immortalità? «Direi proprio di no, anche se all’epoca la notizia di questa piccola medusa aveva acceso tante fantasie: erano gli anni in cui Berlusconi auspicava una società di centenari, e la Turritopsis dohrnii sembrava l’ingrediente perfetto». Una speranza, però c’è: «La strada è ancora lunga ma, un giorno, i risultati potrebbero dare risultati importanti in campo medico. Non garantiranno l’eternità, ma potrebbero diventare la base per nuove cure. Ma ricordiamoci che, senza la morte, non ci sarebbe posto per nuova vita».