repubblica.it, 27 ottobre 2026
La rabbia torna a far paura negli Stati Uniti
C’è un castoro che aggredisce un pescatore in un parco del Maryland. Ci sono alcune caprette infette in uno zoo didattico della Carolina del Nord. E ancora: pipistrelli positivi al virus in numeri insolitamente elevati, mentre in Texas la rabbia torna a circolare tra le volpi. Episodi che riaccendono l’attenzione su una delle malattie più antiche e temute. La rabbia sta davvero riguadagnando terreno negli Stati Uniti? Oppure i nuovi allarmi riflettono una maggiore capacità di individuare i casi? Una certezza esiste: la malattia non è mai stata sconfitta. Secondo l’Oms provoca ogni anno circa 59.000 morti nel mondo, soprattutto in Asia e Africa, dove la trasmissione attraverso i cani resta il principale problema. Una vittima ogni nove minuti.
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Negli Stati Uniti, dove i decessi umani sono ormai rarissimi, preoccupa soprattutto la circolazione del virus nella fauna selvatica. Diversi Stati hanno segnalato focolai insoliti, mentre in California è stato registrato un numero record di pipistrelli positivi. A settembre i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), l’agenzia federale per il controllo e la prevenzione delle malattie, hanno segnalato un aumento delle possibili esposizioni umane. Nel bimestre luglio-agosto le richieste di consulenza sulla rabbia sono cresciute del 17% rispetto al 2025, il ricorso ai vaccini antirabbici del 33% e quello alle immunoglobuline del 76%. Dati che non equivalgono però a un aumento dei contagi: al 21 ottobre non risultavano casi umani confermati negli Stati Uniti nel corso del 2026.
Una malattia antica, un pericolo mai scomparso
"Il problema della rabbia, che continua a circolare sul nostro pianeta, è proprio la presenza di diversi serbatoi animali”, spiega a Green&Blue Nicola Decaro, virologo dell’Università di Bari e presidente dell’European College of Veterinary Microbiology.”Negli Stati Uniti, per esempio, il virus trova nei procioni e nelle puzzole alcuni dei suoi principali ospiti naturali. Da queste specie può passare agli animali domestici e, occasionalmente, all’uomo. È una dinamica che rende particolarmente complesso il controllo della malattia: eliminare la trasmissione tra i cani, come è avvenuto negli Stati Uniti, non significa interrompere la circolazione del virus nell’ambiente”.
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La rabbia colpisce il sistema nervoso centrale e, una volta comparsi i sintomi, è quasi sempre mortale. Esiste però una possibilità decisiva di prevenzione:”Un trattamento tempestivo dopo l’esposizione, che comprende la pulizia accurata della ferita, la vaccinazione e, nei casi indicati, la somministrazione di immunoglobuline, può impedire al virus di provocare la malattia. Questo – aggiunge – perché il virus ha generalmente una progressione lenta nell’organismo. Dal momento del morso alla comparsa dei sintomi possono trascorrere settimane o persino mesi. Un intervallo che consente di intervenire dopo il possibile contagio, purché la profilassi venga iniziata tempestivamente, prima della manifestazione clinica della malattia”. Nel 2007 gli Stati Uniti hanno dichiarato eliminata la variante del virus mantenuta dalla trasmissione tra cani. Ma ogni anno vengono ancora identificati migliaia di animali infetti: tra il 2021 e il 2024, mediamente circa 4.000 su 100.000 sottoposti a test. Mancano però statistiche nazionali definitive per il biennio 2025-2026. ”Non c’è modo di sapere con certezza cosa stia causando questa nuova ondata episodi”, ha spiegato al New York Times Millicent Eidson, veterinaria e professoressa emerita dell’Università di Albany.
Quando il virus cambia territorio
In Texas una variante associata alle puzzole sta provocando un focolaio tra le volpi; nell’Idaho, già a settembre, erano stati individuati 24 pipistrelli positivi, più che in ciascuno dei tre anni precedenti. Ma un aumento delle segnalazioni non indica necessariamente una maggiore diffusione: in Ohio sono cresciuti anche gli animali sottoposti ai test, senza un incremento proporzionale della positività. Un rischio particolare riguarda i pipistrelli.”Questi animali possono essere portatori di altri virus appartenenti al genere Lyssavirus, alcuni dei quali molto divergenti, che possiamo definire esotici”, spiega Decaro.”La popolazione generale spesso non conosce il rischio legato ai pipistrelli”. Nel 2020, ad Arezzo, un gatto risultò infetto da West Caucasian Bat Lyssavirus, un virus identificato originariamente nell’area del Caucaso. Un caso eccezionale, che ha dimostrato la possibilità di trasmissione ad altre specie.
Il ruolo dell’ambiente e della prevenzione
Anche le trasformazioni ambientali potrebbero contribuire al fenomeno. Inverni più miti, siccità e incendi modificano gli habitat, avvicinando la fauna selvatica ai centri abitati.”La recrudescenza di queste infezioni può essere favorita dalla progressiva riduzione della distanza tra il mondo selvatico e quello degli animali domestici”, osserva Decaro.”Quando aumentano le occasioni di contatto tra specie differenti, cresce anche la possibilità che un agente patogeno passi da un animale all’altro. È il fenomeno dello spillover, particolarmente importante per comprendere la trasmissione degli agenti zoonotici, cioè quelli capaci di infettare anche l’uomo”. In Alabama le autorità hanno inoltre segnalato criticità legate alla mancata regolarità delle vaccinazioni di cani e gatti. A complicare il quadro c’è l’indebolimento della sorveglianza federale: secondo il New York Times, i CDC hanno perso circa il 30% del personale rispetto all’anno precedente e alcune attività diagnostiche sono state temporaneamente sospese nella primavera del 2026.”Negli Stati Uniti è importante rafforzare i protocolli vaccinali e mantenere elevato il livello della sorveglianza. – spiega Decaro – Il controllo della rabbia richiede un monitoraggio continuo degli animali selvatici e domestici, perché la presenza di serbatoi naturali rende impossibile considerare il rischio definitivamente eliminato”.
E in Italia?
”L’Italia è ufficialmente indenne dalla rabbia classica nei mammiferi terrestri dal 2013, grazie soprattutto alle campagne di vaccinazione condotte dopo l’epidemia che aveva interessato il Nord-Est. – prosegue il virologo – L’ultima epidemia ha interessato il Nord-Est del Paese, con un focolaio alimentato dalle volpi rosse provenienti dai territori confinanti con la Slovenia. Fu svolto un enorme lavoro di immunizzazione: oltre alle volpi furono coinvolti alcuni animali domestici, tra cui cani e gatti. Si intervenne con una campagna di vaccinazione massiva, distribuendo sul territorio esche contenenti vaccini orali destinati alle volpi e vaccinando gli animali domestici con preparati inattivati. Per la fauna selvatica, invece, si utilizzavano vaccini vivi attenuati. Così – prosegue Dacaro – al momento in Italia non esiste né la rabbia urbana, sostenuta dalla trasmissione tra animali domestici, né quella silvestre, mantenuta dalla fauna selvatica terrestre. I focolai più vicini storicamente interessano le aree dell’Europa orientale, dove la volpe rossa rappresenta uno dei principali serbatoi del virus”.
Restano da sorvegliare i pipistrelli e le importazioni di animali.”Sì, in Italia è importante mantenere elevata la sorveglianza sui pipistrelli, comprese le specie che possono spostarsi attraverso grandi distanze, ma anche controllare rigorosamente l’importazione dei cani”, sottolinea il virologo.”Qualche mese fa, per esempio, si è verificato il caso di un cane introdotto illegalmente dal Marocco, che ha reso necessari avviare profilassi su circa cinquemila cani e gatti e su 32 persone entrate in contatto con l’animale. Episodi di questo genere dimostrano quanto possa essere delicata la movimentazione degli animali da Paesi nei quali la rabbia continua a circolare. Non a caso la legislazione prevede che la movimentazione internazionale di cani e gatti sia subordinata al rispetto di precisi requisiti, tra cui la vaccinazione antirabbica. In Italia, dove la rabbia è assente, non esiste un obbligo vaccinale generalizzato per gli animali domestici, ma la vaccinazione diventa necessaria per viaggiare verso altri Paesi e per l’ingresso di animali dall’estero, secondo le condizioni previste dalla normativa. È una misura fondamentale per evitare che il virus possa essere reintrodotto”. L’allarme americano non annuncia necessariamente una nuova epidemia. Ricorda, piuttosto, che le malattie che abbiamo imparato a controllare non sono sempre quelle che abbiamo eliminato. E che sorveglianza e prevenzione restano essenziali per impedire che tornino a rappresentare una minaccia.