repubblica.it, 27 ottobre 2026
Ebola, oltre diecimila casi. E ora i più colpiti sono i bambini
Diecimila sessanta casi confermati e 4.887 morti al 25 ottobre. Secondo l’ultimo bollettino dell’Institut National de Santé Publique (Insp), l’epidemia di Ebola da virus Bundibugyo nella Repubblica democratica del Congo, dichiarata a metà maggio, ha una letalità stimata al 48,6 per cento; i guariti sono 2.684 e il tracciamento dei contatti è all’81,6 per cento. È la più ampia, rapida e letale nella storia del Paese, la seconda al mondo per dimensioni. E non è più solo congolese: il 26 ottobre una paziente contagiata in Africa è stata ricoverata a Ginevra. Congo, Uganda, Francia, Kenya e Nigeria: per l’Africa CDC (Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie, agenzia sanitaria dell’Unione africana) è l’epidemia di Ebola più estesa geograficamente di sempre.
Il contagio si sposta verso il Nord Kivu
L’Ituri resta l’epicentro, con il 71,7 per cento dei casi totali, ma ormai pesa per un terzo dei nuovi. Dei 96 casi delle ultime 24 ore, 58 vengono dal Nord Kivu, 32 dall’Ituri, 6 da Tshopo. I morti sono 46, e 40 sono avvenuti in comunità, fuori dai centri di trattamento, sei dentro. Le zone sanitarie colpite restano 66 su 178, in otto province.
Una malattia travestita da malaria
Il virus circolava probabilmente da due mesi nella zona mineraria di Mongbwalu quando, il 15 maggio, è arrivata la dichiarazione ufficiale. L’Ituri aveva già affrontato l’Ebola nel 2018, ma i test dei laboratori periferici, compresa la piattaforma GeneXpert, erano tarati sulla specie Zaire e davano esito negativo. “La malattia imitava patologie endemiche come la malaria o la febbre tifoide”, ha spiegato al World Health Summit di Berlino Jean-Jacques Muyembe-Tamfum, il virologo congolese che nel 1976 ha scoperto il virus. Le sequenze genetiche pubblicate su The Lancet indicano che a circolare è una nuova variante. Poi la sfiducia: la voce di bare scambiate, il rifiuto dell’isolamento, le sepolture nascoste, in una provincia sotto amministrazione militare dal 2021.
I bambini, i più esposti
Secondo Epicentre, il centro di ricerca epidemiologica di Medici Senza Frontiere, nel Nord Kivu quasi un caso confermato su quattro riguarda bambini sotto i cinque anni, contro il 13 per cento dell’Ituri; i bambini sotto l’anno sono il 13 per cento, più del doppio che in Ituri. Nel centro di trattamento di Butembo, tra giugno e settembre, 24 dei 30 bambini ricoverati sono morti. Molti si sono contagiati proprio dove cercavano cure. “La maggior parte dei bambini ricoverati durante l’estate era già stata ricoverata per altre patologie in diverse strutture sanitarie nei giorni o nelle settimane precedenti”, spiega Stéphanie Hoffmann, coordinatrice di progetto di MSF a Butembo. “I loro familiari non avevano l’Ebola ed è molto probabile che questi bambini abbiano contratto la malattia proprio all’interno delle strutture sanitarie”. MSF chiede protezioni e formazione anche negli ospedali non specializzati.
Kenya, nove casi e due morti
In Kenya il primo caso è un cittadino keniano che viveva da sette anni in Congo. Malato da inizio settembre, ha attraversato l’Uganda via terra e ha preso un volo per Nairobi senza dichiarare i sintomi. È morto il 5 ottobre, in isolamento. I casi confermati sono nove, tutti tra i circa 135 contatti: quattro familiari e quattro operatori sanitari. Il 23 ottobre è morta una donna di 65 anni, sua parente stretta, già in quarantena. Il ministero esclude una trasmissione comunitaria; gli Stati Uniti hanno alzato il livello di allerta per i viaggi nel Paese.
Da Abuja a Ginevra
Il 20 ottobre la Nigeria ha confermato il primo caso da oltre dieci anni: una donna di 42 anni nata in Uganda, moglie di un diplomatico dell’ambasciata svizzera ad Abuja, rientrata il 3 ottobre da due settimane di vacanza in Uganda. Sintomi il 7, conferma solo il 20. Per Berna si è contagiata in Uganda, che però respinge l’ipotesi: il Paese, 20 casi e 2 morti in tutto, ha chiuso il proprio focolaio a fine agosto. Secondo l’Africa CDC lei e il paziente keniano sono passati entrambi dall’aeroporto di Entebbe il 3 ottobre, e le analisi genomiche indicano virus imparentati, senza prova di una trasmissione diretta.
Il 26 ottobre, una volta stabilizzata, la donna è stata trasferita con un volo sanitario all’Ospedale universitario di Ginevra; il marito, senza sintomi, è in isolamento a Zurigo. Berna esclude rischi per la salute pubblica. In Nigeria non restano casi attivi, ma 52 contatti sono sotto monitoraggio.
L’Europa e i casi importati
Non è il primo contatto con l’Europa. A giugno la Francia ha confermato il primo caso fuori dall’Africa, un medico rientrato da una missione umanitaria in Congo, guarito e dimesso il 4 luglio. Altri pazienti sono stati evacuati per le cure in Germania, tra cui un cittadino statunitense alla Charité di Berlino, e nei Paesi Bassi. In Italia nessun caso: a maggio i sospetti al Sacco di Milano si sono rivelati infezioni da Shigella, e una chirurga di Medici Senza Frontiere ha superato la quarantena allo Spallanzani. Il 23 ottobre l’Ecdc, nella sua valutazione della minaccia, ha confermato un rischio molto basso per la popolazione europea, senza restrizioni ai viaggi, ma ha osservato che il legame della paziente con la comunità diplomatica rende più probabile l’esposizione di cittadini Ue.
La corsa al vaccino
Contro Bundibugyo non ci sono vaccini né terapie approvate. Il 23 ottobre, a Bunia, è stato vaccinato il primo partecipante di Tumaini, parola che in swahili significa “speranza”. Lo studio è guidato dall’Institut National de Recherche Biomédicale congolese e dall’Università di Anversa, con il ministero della Salute, il sostegno dell’Oms e di Medici Senza Frontiere e il finanziamento della coalizione CEPI. Si parte da Ervebo, il vaccino autorizzato per la specie Zaire che il Congo usa da fine agosto, per verificare se protegga anche da Bundibugyo; in seguito si aggiungeranno due formulazioni sviluppate apposta contro questo virus. Nella sperimentazione rientrano anche le donne in gravidanza e i ragazzi dai 12 anni. “Chi, come me, ha conosciuto Ebola sulla propria pelle, da medico volontario e poi da paziente, sa quanto contino per i malati e per le loro famiglie la paura e l’attesa”, dice Fabrizio Pulvirenti, infettivologo, direttore delle Malattie infettive dell’ospedale di Gela, che si ammalò in Sierra Leone nel 2014. “Da sopravvissuto a Ebola e da infettivologo dico: fermiamo in ogni modo l’epidemia”.
Per i più piccoli resta un vuoto. MSF denuncia la scarsità di indicazioni sui dosaggi pediatrici e di formulazioni adatte ai bambini per i farmaci sperimentali. “Trattamenti, vaccini e altri strumenti di prevenzione dovrebbero essere studiati nei bambini fin dall’inizio delle ricerche cliniche”, afferma Guyguy Manangama, epidemiologo e vicedirettore delle operazioni di MSF. “I bambini non possono continuare ad aspettare che i dati vengano prodotti sugli adulti prima di beneficiare dei progressi nella cura e nella prevenzione dell’Ebola”.
La richiesta, firmata dal virologo con altri ricercatori in un commento su The Lancet, è precisa: test validati per tutti i filovirus e finanziamenti stabili, non legati alle sole emergenze. Nairobi, Abuja e ora Ginevra lo dimostrano: bastano un ritardo diagnostico in Ituri e un volo di linea perché l’epidemia di una provincia remota diventi un problema di mezzo mondo.