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 2026  ottobre 27 Martedì calendario

Di Pietro e Cusani, la sfida trent’anni dopo è ancora uno show

A un certo punto è diventato qualcosa di simile a un gustoso siparietto, con “guardia” e “ladri” – sia detto per semplificare – che trent’anni dopo Mani Pulite se le sono suonate sul palco, tra sapide battute, rimproveri, invettive, un po’ di show. «L’imputato chiede di parlare!», provoca Cusani. Risposta fulminea di Di Pietro: «Era ora!». Oppure quando ancora Di Pietro, dopo avere ascoltato più o meno paziente le ricostruzioni non proprio distaccate di Sama e Cusani, la tocca così: «Le cose che raccontate stasera perché non me le avete raccontate 30 anni fa?!». Il pubblico – addetti ai lavori, tanti giovani avvocati in carriera, un po’ di nipoti della Milano da bere e ovviamente qualche chioma imbiancata – si gode lo “spettacolo” e applaude prima del buffet finale.
Protagonisti ieri sera a Milano del ping pong intitolato “La stagione che cambiò l’Italia” (sottotitolo: “impresa, politica e giustizia negli anni ’90, raccontate dai protagonisti”): Carlo Sama, Sergio Cusani e Antonio Di Pietro. I primi due sono stati, rispettivamente, ad del gruppo Ferruzzi-Montedison e braccio destro e cognato di Raul Gardini (Sama), e, Cusani, storico consulente di Ferruzzi, Gardini e dello stesso Sama. Di Pietro è il pm che li ha inquisiti e fatti arrestare. Sama ha fatto qualche mese di carcere e oggi vive tra Sudamerica e Montecarlo. Cusani 4 anni, e sta ancora a Milano. La vicenda è quella che di Tangentopoli fu il fulcro: le tangenti Enimont pagate dall’imprenditore Raul Gardini a numerosi esponenti politici in seguito alla vendita dell’azienda. La “madre di tutte le tangenti”, come fu ribattezzata: 150 miliardi di lire, dati da Montedison per favorire il burrascoso divorzio da Eni dopo il fallimento della joint venture.
L’idea di mettere a confronto Di Pietro, Cusani e Sama è venuta allo studio legale LCA; a moderare c’era Piero Colaprico, ex inviato di Repubblica che da cronista ha seguito e raccontato Tangentopoli. Non era la prima volta che i tre si confrontavano. È successo anche in tv. Nel frattempo hanno scritto libri, ovviamente intorno al tema e alle rispettive storie (Cusani è autore de “Il colpevole”, Sama de “La caduta di un impero”, Di Pietro de “La giustizia vista da vicino”).
Ieri sera però nel cortile affollato di LCA è venuto fuori un dibattito vivace, ora ironico, ora aspro, ora cupo. Il racconto dei suicidi di Gabriele Cagliari, Sergio Moroni e Raul Gardini che si tolsero la vita tra il 1992 e il 1993, in gran parte legati allo scandalo Enimont. Gli arresti, l’omertà, i silenzi e le accuse incrociate, i Palazzi, il mitico e super mediatico pool Mani pulite di Milano. «L’inchiesta avrebbe dovuto farla Roma ma lì c’è il porto delle nebbie – ha ricordato Di Pietro – Prima di noi ci aveva provato Palermo, ma li hanno uccisi». In modi diversi e uguali Cusani e Sama hanno rilanciato la palla di là: «Avete usato la vicenda come passerella per manifestare il vostro potere, Mani pulite è stata un’occasione perduta» (Cusani); «eravate più potenti del presidente della Repubblica, la mia opinione è che tutti – compresi i giornali – eravate guidati da Mediobanca…» (Sama).
Anche se il meccanismo scelto per la rilettura di una delle stagioni più complesse e drammatiche della storia giudiziaria e politica del Paese è quello leggero e pure gradevole del “gioco delle parti”, la materia pare ancora assai incandescente. In fondo tutto accadde qui, a Milano. L’epicentro del terremoto. Ancora Sergio Cusani a Di Pietro: «Vi siete lasciati scappare l’uomo più importante che avevate per le mani, Pino Berlini, il fiduciario estero dei Ferruzzi che oggi vive in Brasile e sorseggia spritz in spiaggia».
Di Pietro prima incassa e poi sbotta. Sfida i due interlocutori. «Ma insomma ‘ste mazzette le avete date o no? Questa tangente c’è stata o ce la siamo inventata?». Chiosa finale: «Dire che la colpa è stata di chi ha indagato e non di chi ha commesso il reato non rende giustizia alla verità». Applausi. In platea c’erano anche Vittorio Feltri e l’ex colonnello Giuseppe De Donno del Ros. Di Pietro snocciola un aneddoto. «Andavo a pranzo con Feltri e Montanelli. Finché ci sono stati Montanelli e Cossiga Mani pulite andò avanti, poi ci hanno fermati…».