Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 27 Martedì calendario

Nuove indagini sulla mummia di Ostuni svelano dettagli suglle relazioni nel Paleolitico

Una madre e il figlio che portava in grembo, rimasti insieme per quasi 30mila anni sotto la terra di Ostuni. Da quella sepoltura, una delle testimonianze più straordinarie del Paleolitico europeo, emergono oggi nuove informazioni sulla vita e sulle relazioni tra le popolazioni che abitavano il continente prima dell’ultima grande glaciazione. Il Dna custodito nei resti della Donna di Ostuni, lo scheletro di una giovane incinta scoperto nel 1991 nella Grotta di Santa Maria di Agnano, a pochi chilometri dalla città pugliese, contribuisce a riscrivere la storia genetica degli antichi europei, rivelando una rete di contatti e spostamenti molto più articolata di quanto si ritenesse finora.
Le scoperte sono contenute in uno studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances, guidato da Pere Gelabert dell’Università di Vienna. Alla ricerca hanno partecipato anche la Sapienza Università di Roma, il Museo di Civiltà Preclassiche della Murgia Meridionale di Ostuni e la Soprintendenza per le province di Brindisi, Lecce e Taranto.
Il lavoro ha preso in esame il patrimonio genetico di tre individui vissuti durante il Paleolitico superiore, tra circa 30mila e 28mila anni fa, analizzando reperti provenienti da altrettanti siti archeologici europei: Isturitz, nella Francia sud-occidentale, Chufín, nella Spagna settentrionale, e Ostuni. L’obiettivo era ricostruire le relazioni tra le popolazioni del Gravettiano, una cultura preistorica diffusa in Europa tra circa 34mila e 25mila anni fa.
È proprio dalla sepoltura pugliese che arriva uno dei risultati più significativi della ricerca. Gli studiosi sono riusciti a confermare geneticamente il rapporto tra la Donna di Ostuni, conosciuta anche come Delia, e il feto ritrovato ancora nel suo grembo, identificato come «Ostuni 1b». Ma soprattutto, confrontando i due patrimoni genetici, hanno potuto ricostruire indirettamente anche le origini del padre del bambino, nonostante non siano disponibili i suoi resti.
Le analisi indicano che l’uomo apparteneva con ogni probabilità a una popolazione geneticamente simile a quella materna. Un dato accompagnato da un’altra informazione particolarmente rilevante: tra i due genitori non sono emerse evidenze di stretta parentela. Il padre, dunque, non era un consanguineo stretto della donna.

Una scoperta che apre una finestra sulle dinamiche familiari e sociali di quasi 30mila anni fa. Secondo l’interpretazione degli studiosi, l’assenza di una stretta parentela tra i genitori potrebbe riflettere comportamenti nella scelta del partner che contribuivano a evitare la consanguineità, anche all’interno di comunità preistoriche numericamente ridotte. Un elemento importante per comprendere come questi gruppi riuscissero a preservare la propria diversità genetica.
Non si tratta, naturalmente, dell’identificazione di un individuo preciso, ma di una ricostruzione della sua ascendenza genetica ottenuta attraverso il confronto tra il Dna materno e quello del figlio.
La ricerca restituisce però un quadro che va ben oltre la vicenda della donna pugliese. Attraverso l’analisi paleogenomica dei reperti umani e lo studio del Dna antico recuperato dai sedimenti delle grotte, gli scienziati hanno individuato tracce di contatti e mescolamenti tra gruppi dell’Europa occidentale e popolazioni geneticamente legate all’Europa centro-orientale.
A Isturitz, in Francia, il genoma di una donna vissuta circa 30mila anni fa rivela ascendenze riconducibili a spostamenti su lunghe distanze. Un risultato che rafforza l’ipotesi secondo cui il sito rappresentasse un luogo d’incontro tra comunità provenienti da regioni differenti del continente.
Dalla grotta di Chufín, nella Spagna settentrionale, arrivano invece indizi di una sorprendente continuità demografica. Il Dna conservato nei sedimenti suggerisce che una stessa popolazione, o gruppi a essa geneticamente collegati, possa aver frequentato e abitato quell’area per oltre 12mila anni, attraversando anche alcune delle fasi climatiche più rigide dell’ultima glaciazione.
Scoperte dalle quali si evince che l’Europa preistorica non era composta esclusivamente da piccole comunità isolate. Gli esseri umani si spostavano, entravano in contatto con altri gruppi e stabilivano relazioni capaci di lasciare tracce riconoscibili nel patrimonio genetico delle generazioni successive.