Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 27 Martedì calendario

Bicidi Fabio GenovesiLa LetturaStringo il manubrio, le gambe frullano al ritmo giusto, il mondo capisce come desidero che mi scorra intorno

Bici
di Fabio Genovesi
La Lettura
Stringo il manubrio, le gambe frullano al ritmo giusto, il mondo capisce come desidero che mi scorra intorno. Allora abbasso lo sguardo e ammiro questa meccanica essenziale, geniale e insieme così semplice che addirittura la capisco io. E sempre mi cresce dentro questa invincibile domanda:
Com’è possibile che ci abbiamo messo tanto, a inventare la bicicletta?
Perché c’è voluto proprio tanto, tantissimo tempo.
La ruota appare verso il 3500 avanti Cristo, nella solita sublime Mesopotamia. E subito il mondo cambia. Il tornio per il vasellame, i mulini, i carri che già i Sumeri costruivano magnifici, trainati dagli asini selvatici. Poi bighe, aurighi, carrozze sempre più veloci tra palazzi e templi, piramidi, ziggurat, abbazie e cattedrali gotiche, tra città fortificate e su ponti che in un volo di pietra scavalcavano i fiumi, lungo strade che si stendevano a collegare i continenti. Invenzioni preziose, sofisticate, complesse. Pure la birra, che a mandarne giù un sorso fresco nei pomeriggi d’estate non si direbbe, richiede procedimenti lunghi e complicati. Eppure anche lei c’era già in Mesopotamia, dove hanno inventato la birra e la ruota insieme, e quindi pure il problema di chi guidava ubriaco.
Innovazioni che hanno plasmato il pianeta e deciso il cammino dell’umanità, tra esplorazioni e guerre, cavalli di Troia e torri di Babele, polvere da sparo e fuochi d’artificio, macchine da costruzione, da assedio, da tortura. I gladiatori apparivano nell’arena del Colosseo da sottoterra, con un ingegnoso sistema di argani e montacarichi. Nei lunghi assedi alle città, le catapulte lanciavano oltre le mura grandi pietre ma anche i corpi dei morti di peste, contagiando così gli assediati e inventando la guerra batteriologica secoli prima che si scoprisse l’esistenza dei batteri.
E intanto alla bicicletta non c’era ancora arrivato nessuno.
Possibile? No, proprio no, infatti Leonardo da Vinci ne ha disegnata una. Sul Codice Atlantico, piccola ma precisa, con tanto di sellino e catena. Non c’è da sorprendersi, Leonardo ha progettato macchine volanti simili a elicotteri, mitragliatrici, carri che falciano il grano da soli, chiaro che è arrivato pure alla bici.
E invece no, quel disegno è un falso, aggiunto nel Novecento da un furfante, un matto, uno che aveva voglia di fare uno scherzo.
O forse un giustiziere. Uno che – come me – trovava impensabile, inaccettabile la realtà: dall’invenzione della ruota, per metterne una dietro l’altra e saltarci sopra ci abbiamo messo più di cinque millenni.
La prima bicicletta arriva infatti nell’Ottocento, che nel lungo cammino dell’Umanità è praticamente ieri mattina, quando il barone tedesco Karl Drais costruisce quella che in suo onore verrà chiamata Draisina.
A stimolare il barone, come spesso succede, pare sia la disperazione: l’orrido 1816, «l’anno senza estate», quando le ceneri sputate dal vulcano Tambora in Indonesia rubano la luce e il calore del sole, spargendo miseria e carestia e affamando alla morte buoi e cavalli. Si rende necessaria un’alternativa al trasporto animale, ed ecco la Draisina, presentata infatti come «il cavallo che non mangia».
Se davvero è andata così, si tratta della seconda meraviglia che dobbiamo a quell’estate infausta, in cui il maltempo inusuale spinse un gruppetto di giovani inglesi a trascorrere le loro vacanze chiusi in un castello svizzero. Per passare il tempo si sfidarono a scrivere storie terrorizzanti, così da quella gita infreddolita nacque Il vampiro di Polidori, e Mary Shelley si inventò Frankenstein.
Insieme a loro è nata appunto la bicicletta. O il velocipede, come lo chiamavano, visto che per farlo andare dovevi posare il piede a terra e spingerti, come su un monopattino. Sì, perché ci abbiamo messo cinquemila anni per inventare la bicicletta, ma ai pedali non c’eravamo ancora arrivati.
Anni dopo, in Francia, i Michaux aggiunsero i pedali e la sella, ed ecco la bici come grosso modo la conosciamo. È quasi il 1860, e nello stesso momento, a dieci minuti da casa mia, Barsanti e Matteucci inventano il motore a scoppio. Da lì le moto, le auto, e tutto quello che avrebbe potuto chiudere per sempre l’avventura appena cominciata della bici.
Ma a rendere la situazione ancor più surreale c’è il fatto che, quando finalmente la bici è arrivata, benché avessimo avuto cinquemila anni per prepararci, noi non eravamo ancora pronti. La sua velocità inedita e impressionante terrorizza i pedoni, la sua indipendenza rivoluzionaria inquieta il potere e le forze dell’ordine. Risultato, in tante città la bicicletta viene vietata. Londra, New York, Milano. Pure a Mannheim, dove il suo inventore von Drais vive, e dove morirà in solitudine e povertà.
In Emilia Romagna alcuni giornali tengono una rubrica fissa intitolata Disgrazie del ciclismo. Nell’estate del 1893 il Carlino titola: Imbecilli su due ruote. A Bologna nel 1897 le guardie daziarie all’ingresso della città smontano le selle per rendere le bici meno «offensive».
Ma a dedicare alla bici un’attenzione maniacale è Torino, tanto da renderla il riferimento per tutto il nord.
Nel 1868 la città stila un regolamento dettagliatissimo: i ciclisti devono mantenersi al centro della strada, almeno a un metro e mezzo dal marciapiede o – se questo non esiste – a due metri dalle case. In più, non possono spingersi «a corsa più veloce di quella di una persona a passo accelerato», fermandosi all’avvicinamento di un quadrupede e non circolando nelle ore di punta del passeggio.
Eppure proprio qua arriva nel 1876 la Milano-Torino, considerata la corsa più antica del mondo. La partenza milanese è da Porta Magenta alle 4 di notte. Si è deciso per un minimo di 10 corridori, se ne presentano solo 8 ma si parte lo stesso, anche perché all’uscita della città li attendono diecimila persone per applaudire il loro coraggio. Dopo 150 chilometri di strade sterrate arrivano in 4, degli altri non si saprà più niente. Il primo, Paolo Magretti, ciclista ma anche entomologo ed esploratore, raggiunge Torino dopo più di 10 ore, con una media di 13,3 chilometri all’ora.
Ma sempre a Torino un altro studioso, immensamente più noto e riverito del Magretti, tornerà a lanciarsi contro questo mezzo satanico.
Cesare Lombroso, il padre della frenologia, uno degli italiani più famosi del XIX secolo insieme a Verdi e Garibaldi. Vittorio Emanuele lo ritiene «l’onore d’Italia», Stoker lo cita in Dracula, Zola lo considera «un grande e potente ingegno» e il governo francese gli consegna la Legion d’onore. Con Tolstoj invece non c’è feeling: si incontrano, ma lo scrittore lo giudica un «vecchietto ingenuo e limitato», mentre Lombroso studiando i suoi tratti lo classifica come «di aspetto cretinoso o degenerato».
In ogni caso, dopo numerosi scritti tra cui: La donna delinquente, La prostituta e la donna normale e Perché i preti si vestono da donne, nel 1900 Lombroso pubblica il breve ma affilato Il ciclismo nel delitto.
Qua sostiene che la bicicletta, o meglio il biciclo, è un pericoloso strumento generatore di delinquenza, invenzione perversa che agevola i reati in più modi: la bramosia di denaro per acquistare nuove biciclette spingerebbe i furfanti a delinquere, e i nuovi mezzi permetterebbero loro di fuggire agevolmente dopo i misfatti.
«Nessuno dei nuovi congegni ha assunto la straordinaria importanza del biciclo sia come causa che come strumento del crimine... Se una volta si pretendeva di trovare nelle donne il movente di ogni delitto virile nel troppo celebrato Cherchez la femme, si potrebbe con minor forse esagerazione sentenziare ora: cercate il biciclo!».
A Milano la Curia ne vieta l’uso ai preti, perché sarebbe indecoroso «ammirare un sacerdote far capriole comiche per salire su di una bicicletta da laico», mentre un po’ ovunque la si sconsiglia alle donne.
In uno studio del 1895, la New York Obstetrical Society riporta le opinioni di diversi medici, secondo cui un esercizio eccessivo e un prolungato contatto degli organi genitali con la sella sembrano comportare danni al sistema riproduttivo femminile. Si sospetta inoltre un torbido appagamento sessuale provocato dal sellino. Soprattutto si teme che un tale esercizio fisico possa mascolinizzare il corpo femminile, portando a una inaudita uguaglianza tra i sessi.
Ma c’è poco da fare, nonostante le abbondanti forze dell’idiozia umana le siano contro, l’amore per la bici prevale: lo stesso Lombroso ammetterà un effetto terapeutico nel ciclismo moderato, la bici sarà «benedetta dalla Patria» alla costituzione dei reparti militari ciclistici nella Prima guerra mondiale, e diventerà compagna inseparabile di tanti curati di campagna, da don Camillo in poi.
Da strumento del Demonio a risorsa decorata e benedetta, da passatempo pericoloso di qualche dandy facoltoso a sostegno necessario nella quotidianità del popolo. La bici è prima una cosa e poi l’altra, nel giro di un attimo.
Basta prendere due film che hanno fatto la storia del cinema italiano: in Ladri di biciclette, nel 1948, tutto ruota intorno a lei. Senza una bici non si lavora, non si vive, la si ruba come si ruba il pane, per disperata necessità.
Poi, nel 1962, ecco Il sorpasso, dove Vittorio Gassman sulla sua Lancia Aurelia supera un ciclista impegnato nello sforzo, gridandogli: «Fatte la vespa!... Vòi ’na spinta? Eddàie, te vo’ attaccà?», poi se lo lascia alle spalle soffocandolo in una nuvola di polvere, e spiega a Jean-Louis Trintignant: «A me er ciclismo non m’è piaciuto mai. Per carità, è uno sport antiestetico, ingrossa le cosce. Meglio ’r biliardo».
Tra un film e l’altro sono passati 14 anni, la bicicletta in sé è quasi identica, l’enorme differenza ci mostra quanto siamo cambiati noi.
Perché la bici è anche questo, un doppio specchio circolare che vortica tra i decenni, e con la sua semplicità ci mostra quanto ci andiamo complicando noi.
Del resto, quando un ragionamento ci soddisfa e sembra funzionare fino in fondo, ce lo immaginiamo come un cerchio che si chiude. E dei cerchi la bicicletta è il trionfo: un cerchio è il colpo di pedale, che fa girare la catena sui cerchi della corona e del pignone, trasmettendo lo stesso movimento ai due cerchi che girano sulla strada, donandoci quel fruscio inconfondibile che è quasi l’unico suono preferibile al silenzio.
Ma non c’è da preoccuparsi, noi cambieremo in chissà quanti modi ancora, ma questa musica sublime non cambia e non cala, e andrà avanti a lungo come l’avventura della bici su questo grande cerchio chiamato Terra.
Lo so, qualcuno obietterà che la Terra non è un cerchio, semmai una sfera, ma si tratta di gente che pensa tanto e pedala troppo poco. Noi invece lasciamoci andare, lasciamoci scivolare su quest’invenzione favolosa, in equilibrio precario e senza una meta precisa ma andiamo, per il puro piacere di andare.
Come ogni pensiero emozionante, ogni canzone che meriti di essere ascoltata, ogni libro che meriti di essere letto, ogni vita che meriti di essere vissuta.
Ci abbiamo messo cinquemila anni per partire, non ci fermeremo mai.
Fabio Genovesi