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 2026  ottobre 27 Martedì calendario

Perché i giovani sono in piazza

Questo mese sono scesi in strada oltre un milione di giovani, in gran parte studenti, in oltre una decina di Paesi europei. Lo hanno fatto in Italia e in Francia, ma anche in Germania, Austria, Spagna, Grecia, Belgio, Portogallo, Albania e Serbia. Nessuno sa dire se l’ondata sia destinata ad allargarsi, ma a questo punto non ci sarebbe niente di strano.
Non è la prima volta che accade, tutt’altro, in un’Europa che ha visto negli ultimi decenni l’ascesa e la notevole tenuta in ruoli di responsabilità della generazione temprata dalle proteste partite nel 1968. E non è la prima volta che questi fenomeni si presentano così: a ondate rese dirompenti dal coordinamento digitale, improvvise e attraverso canali difficili da intercettare da forze dell’ordine spesso indietro nella dimestichezza con le tecnologie. Quindici anni fa le primavere arabe riempirono le piazze in tutto il Maghreb e in Medio Oriente a partire da un piccolo gruppo di ragazzi su Facebook in una città di terza fascia nel deserto tunisino. Oggi fenomeni epidemici del genere si stanno ripetendo in Europa. E come quindici anni fa, si direbbe che nessuno li controlli davvero: né fra chi li alimenta, né fra chi li vorrebbe reprimere.
Certo, rispetto alle primavere arabe oggi tutto è diverso: questi giovani protestano all’interno di Paesi a democrazia compiuta (Serbia finora esclusa) e non puntano a un cambio di sistema (di nuovo, Serbia esclusa). E tutto, o molto, è diverso anche fra i Paesi nei quali le proteste stanno prendendo piede. Nel complesso la seconda ondata di inflazione innescata dalle guerre è stata la scintilla per tutti. Ma in Italia o in Francia il cuore delle rivendicazioni riguarda la condizione delle scuole e dell’università, la disponibilità di case a prezzi sostenibili nelle città studentesche, il costo della vita, l’accesso alle cure sanitarie. In Spagna, Portogallo o in Grecia al centro c’è più direttamente una crisi abitativa che colpisce soprattutto i più giovani. In Germania si è diffuso il timore del ritorno alla leva militare obbligatoria. A Belgrado centinaia di migliaia di giovani serbi non ne potevano più del presidente Aleksandar Vucic, tanto autocratico quanto aperto alle pretese della Russia e della Cina.
Anche i metodi, naturalmente, sono diversi: chi dà l’assalto alle vetrine di Milano o di Parigi, chi spacca tutto a Barcellona oppure chi dà alle fiamme la torre del municipio di Limoges – comportamenti inaccettabili – non va confuso con le centinaia di migliaia di persone che sfilano civilmente in Francia, in Italia o in Spagna, oppure con i ragazzi che in Portogallo si accampano con le tende nella Praça do Rossio a Lisbona o nella Praça de João I a Oporto.
Un filo rosso però si vede. Dietro l’ondata di manifestazioni del ’68 c’era una generazione dominante nei numeri della demografia e determinata a obbligare la generazione dei senior a condividere i frutti della crescita, economica e culturale. In questa ondata invece è vero l’opposto. Nelle strade c’è una generazione giovane, minoritaria da sempre a causa della recessione demografica; dunque, meno interessante per un sistema politico e un ecosistema di imprese che cercano i grandi numeri dove ci sono: fra gli anziani con molte teste, dunque molti voti, e un potere d’acquisto superiore. E se la generazione del ’68 chiedeva di condividere i frutti della crescita, questa chiede invece che i costi della stagnazione in Europa non siano scaricati tutti su di sé: sugli ultimi arrivati. Chiede che il sistema dell’istruzione restituisca ai più giovani dignità, nel momento in cui l’intelligenza artificiale minaccia di azzerare milioni di posti e il valore di anni di studio. Chiede contratti dignitosi, in un mercato del lavoro che resta spezzato in due fra iper-protetti (anche dai leader sindacali) e iper-precari sottopagati. Chiede che la globalizzazione del turismo di massa a caccia di affitti brevi non li espella dalle città. Chiede un’Europa credibile, che non si limiti a subire le politiche di potenza della Cina sull’industria, degli Stati Uniti su tecnologie ed energia e della Russia sulla guerra. Chiede che il cambio climatico non diventi il prossimo marcatore di classe, con l’aria condizionata e i quartieri verdeggianti a rendere tollerabili le estati solo per chi può. Chiede, come sempre in questi casi, molto. Forse troppo. Chiede anche cose sulle quali l’ultra-semplificazione può debordare in cecità. È possibile volere uno Stato palestinese, ma senza ambiguità verso Hamas? È possibile difendere la democrazia e un’economia aperta, senza gettare a mare secoli di progresso civile dell’Occidente? E perché tanta parte dell’antifascismo italiano di sinistra si volta dall’altra parte quando ha davanti a sé, in Vladimir Putin, l’incarnazione stessa del fascismo in questo secolo?
Non per nulla va sempre tenuta d’occhio la possibilità – quasi una certezza – che i soliti troll manovrati da Mosca cerchino ancora una volta di istigare e cavalcare per generare caos. Si può dunque discutere su molto, sentendo certi slogan nei cortei. Quel che non si può fare, è considerare un milione di ragazzi nelle piazze d’Europa semplicemente come un problema di ordine pubblico da gestire con fermi, idranti e decreti sicurezza. Non è così. Sono, nella stragrande maggioranza, persone civili. E chiedono di essere prese sul serio.