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 2026  ottobre 27 Martedì calendario

Nico Acampora parla della storia di Pizzaut

Nico Acampora, dopo una vita votata a suo figlio Leo e in generale ai ragazzi autistici, arriva un libro dedicato a Giulia, l’altra sua figlia.
«È un risarcimento. Quando arrivò la diagnosi di autismo per Leo io e mia moglie Stefania ci siamo attivati per rendergli la vita il meno complicata possibile. Ma abbiamo anche un’altra figlia, oggi ventiduenne. E solo oggi capisco quanto questi anni siano stati difficili per lei».
Balzo indietro: nel 2010 arriva la diagnosi. «Disturbo pervasivo dello sviluppo con tratti accentuati di autismo».
«Aveva due anni. Io mi sono sempre occupato degli altri: progetti educativi, iniziative sociali. Ma dopo la diagnosi mi bloccai: per anni sono rimasto inerte, come se avessi voluto cancellare Leo. Fu un amico a risvegliarmi: “Che succede? Quel ragazzo ha bisogno di suo padre”. Un pugno nello stomaco».
E così cominciò la nuova vita di Nico Acampora.
«Prima i corsi per famiglie, quindi smisi di aver paura dei suoi silenzi e delle sue reazioni imprevedibili, anzi. Lo coinvolsi nella mia passione per Guerre Stellari, cercando simboli che per lui fossero come un linguaggio segreto».
Poi, nel 2021, la svolta.
«Volevo un progetto che coinvolgesse anche altri ragazzi e così, a Cassina de’ Pecchi, nel Milanese, aprimmo la prima pizzeria gestita da giovani autistici, Leo incluso. Ma arrivò anche il primo infarto per me».
Il primo?
«Il secondo coincise con l’apertura della seconda pizzeria, a Monza. Siccome stiamo per aprirne una terza, all’interno dell’Università Iulm, mia moglie è già in ansia».
Quasi dieci anni di successi nel nome dell’inclusione: la televisione, le visite di Mattarella, l’incontro con Papa Francesco, i food truck e oggi anche un contratto con il Gran Premio di Monza.
«Poi ad un certo punto ti fermi e ti chiedi: ma in fondo, sono stato un bravo padre?».
Che risposta si è dato?
«No, non sono stato un buon padre».
Troppo severo?
«No, sincero. Tutto preso dal mio attivismo, spesso ho lasciato che a prendersi cura di Leo fossero sua madre e sua sorella. E poi c’è lei, Giulia, la mia figlia maggiore».
È a Giulia che dedica «Mio fratello è un cavaliere Jedi», scritto con Elisabetta Soglio.
«Un romanzo nel quale abbiamo provato a ricostruire la situazione di tanti fratelli e sorelle di persone autistiche».
Intanto, la rabbia nel vedere un fratello tante volte deriso e umiliato.
«Le racconto l’ultima, avvenuta da poco: Leo vorrebbe fare teatro, ma l’ennesima compagnia amatoriale alla quale ci siamo rivolti ci ha detto no. Non chiediamo la Scala, chiediamo un gruppo di persone che accolgano un ragazzo autistico».
E poi i sensi di colpa: forse qualche volta Giulia ha rinunciato a un viaggio o a un altro impegno sapendo che in casa c’è bisogno del suo aiuto.
«Quando Giulia ci ha chiesto di poter andare via per un lungo periodo, si è sorpresa sentendoci rispondere di sì. Mi ha commosso: chissà quante volte avrebbe voluto più spazio solo per sé stessa».
E invece.
«E invece c’era Leo da accompagnare da qualche parte, c’era da tenerlo d’occhio in casa. Quella di Giulia – come quella di altri fratelli o sorelle di persone autistiche – è stata una vita di rinunce».
Perché l’allusione al Cavaliere Jedi?
«Leo si addormenta con un capitolo della saga di Guerre Stellari. Il libro comunque è un romanzo nato dalle storie di tanti fratelli e sorelle di persone autistiche».
Oggi Giulia è una ragazza laureata e già iscritta a una nuova facoltà.
«Ci siamo iscritti insieme a Sociologia. Gliel’ho proposto io, lei ne è stata felice. Un modo per stare di più insieme».
Anche lei è parte del progetto PizzAut?
«No, anzi, lei ad un certo punto si è staccata del tutto. E non dimenticherò mai quando mi disse: “Tu mi trascuri per questa cosa”».
E c’è il tema della coppia.
«Stefania fa l’infermiera in cardiorianimazione. Durante la pandemia arrivò a stare via anche diciotto ore. La cosa più complicata fu spiegare a Leo che la mamma non se n’era andata e che se non lo abbracciava più non era perché aveva smesso di amarlo. Mi ispirai ancora a Guerre Stellari: dissi che Stefania stava combattendo delle forze oscure».
E poi ci sono le pizzerie, l’attivismo per l’inclusione, gli ospiti illustri che arrivano quasi ogni giorno.
«Non dimenticherò mai quando venne il nostro Presidente della Repubblica. I ragazzi lo chiamano nonno Sergio e lui, vedendo una maglietta con l’immagine di Pikachu, disse: “Ma quello è uno dei Pokémon”. Fu un trionfo, lo abbracciarono in venti. Uno dei nostri ragazzi gli propose di candidarsi presidente al posto suo per farlo riposare, finalmente».
Avete incontrato anche Papa Francesco.
«Indossò il grembiule con la scritta “Vietato calpestare i sogni” e mi disse: “Voi siete la dimostrazione che un’altra economia è possibile”».
Elio delle Storie Tese è un fan della prima ora, insieme a suo figlio Dante.
«Una sera Elio venne a cena. Al tavolo accanto trovò Claudio Bisio, per caso. Cominciarono uno show tutto per noi, divertentissimo».
I politici vengono?
«Certo, per Giorgia Meloni preparammo una pizza tricolore, con rucola, pomodoro e mozzarella. Per Enrico Letta una squisitezza delicata».
Avete inventato una pizza speciale anche per Conte.
«La pizza Dpcm, ispirata a uno dei mille decreti ministeriali che lui emanava durante la pandemia. La assaggiò e disse che quello era il miglior decreto che avesse mai fatto».

Vannacci è mai venuto?
«Quando disse che avrebbe voluto reintrodurre le classi speciali per gli alunni con disabilità, preparammo un calzone a forma di basco militare e lo invitammo in pizzeria,
proprio per mostrargli quello che può fare l’inclusione. Lui promise che ci avrebbe fatto visita».
Si è fatto vedere?
«No, forse aveva di meglio da fare. E noi non abbiamo rinnovato l’invito».
Comprensibile.
«A onor del vero, nemmeno Elly Schlein è mai venuta».
E non parla molto di persone con disabilità.
«Pensare che queste persone in Italia sono più di quattro milioni. Che cosa fa la politica? C’è un ministero dedicato, certo, quindi un buon punto di partenza, ma i problemi sono più profondi».
Un esempio?
«Oggi si fanno diagnosi molto precoci, anche a due anni, ma poi ci sono liste d’attesa lunghissime per la presa in carico, anni in cui le famiglie sono lasciate sole. Poi c’è il tema della formazione del personale medico e sanitario, la penuria di medici specialisti, per non parlare del sostegno ai caregiver».
Un problema culturale, insomma.
«È così. Pensi che solo dopo anni di richieste sono riuscito a trovare una società di scherma che accogliesse Leo. Onore a Brianzascherma, dunque, perché nella maggior parte dei casi la risposta ci indirizza verso strutture a pagamento con la desinenza “terapia”: ippoterapia, cinematerapia, teatroterapia».
Marketing.
«PizzAut è la dimostrazione che le persone autistiche possono lavorare, stare a contatto con gli altri e adesso, se va in porto il prossimo progetto, avere una casa propria: stiamo pensando di acquistare – cosa che abbiamo fatto a Cassina de’ Pecchi – delle case nel Monzese per far sì che questi ragazzi possano sperimentare una dimensione più autonoma».
Un altro personaggio che avete conquistato è Kimi Antonelli.
«Per lui pizza con salsiccia e gorgonzola, ma abbiamo un progetto più ambizioso: volare con lui a Abu Dhabi per partecipare in prima persona all’esperienza della Formula Uno. Ci manca solo una compagnia aerea che ci paghi il biglietto. Avrebbe una risonanza internazionale ed è quello che voglio per il messaggio che anima da sempre PizzAut: i nostri ragazzi possono condurre una vita piena e dignitosa anche senza sostegni economici dello Stato, ma diventandone pienamente cittadini e contribuenti».
Vietato calpestare i sogni.
«Soprattutto quelli che abbiamo in mente di realizzare. E mi creda, sono tanti».