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 2026  ottobre 27 Martedì calendario

Salute mentale, i giovani stanno peggio dei nonni

C’è un’Italia in cui invecchiare fa meno paura che crescere. Lo dice l’Istat nel Rapporto sul Benessere equo e sostenibile 2026: gli anziani stanno meglio, i giovani peggio. E in nove anni il vantaggio delle nuove generazioni sugli over 65 si è quasi dimezzato. Non perché i ragazzi abbiano smesso di godere, in media, di un benessere psicologico più alto, ma perché le loro condizioni sono peggiorate mentre quelle dei loro nonni sono migliorate.
La media rassicura e nasconde. L’indice nazionale di salute mentale è a 68,7 punti nel 2025, pressoché fermo rispetto all’anno prima. Non sono diagnosi psichiatriche, ma una misura del benessere psicologico percepito. E così intorno ai ragazzi il rapporto disegna opportunità ancora diseguali, a cominciare dalla scuola.
In terza media il 43,1% degli studenti non raggiunge competenze sufficienti in italiano e il 45,5% in matematica: quasi uno su due, con valori peggiorati nell’ultimo anno e mai tornati ai livelli pre-pandemia, soprattutto nel Mezzogiorno e tra gli studenti stranieri. Scende però l’abbandono precoce, all’8,2%, sotto l’obiettivo europeo del 9% per il 2030. Insomma, si resta più a lungo a scuola, ma non sempre si impara abbastanza. Tra i 25-34enni, solo il 31,3% ha una laurea o un altro titolo di studio superiore al diploma.
Ma fuori dalle aule la strada non si spiana. Il 13,3% dei 15-29enni non studia e non lavora: molto meno del 23,7% del 2020, certo, ma più dell’11% della media europea, con le ragazze (14,9%) più esposte dei coetanei (11,8%). E un impiego non è sempre un approdo: solo il 12,3% dei lavoratori a termine ha trovato un posto stabile tra 2024 e 2025, contro il 16,6% del periodo precedente. Un dato che riguarda tutte le età, ma che pesa molto su chi comincia adesso. Tra i laureati occupati di 25-34 anni, quasi uno su quattro svolge un lavoro poco o mediamente qualificato. Studiare aiuta, ovviamente, ma non garantisce che il titolo sia valorizzato.
Poi c’è la geografia, che in Italia continua a pesare sulle possibilità di tutti: al Sud lavorano appena quattro donne su dieci tra i 20 e i 64 anni, e tra i 25-44enni con al massimo la licenza media il rischio di povertà arriva al 51,8%. Il divario non si ferma al lavoro: in quasi tutte le regioni meridionali la maggioranza degli indicatori di benessere resta sotto la media nazionale.
Il Bes registra progressi in 54 dei 132 indicatori confrontabili, ma anche oltre 5,4 milioni di persone in povertà assoluta: un Paese che avanza, ma non per tutti. E mentre cresce la soddisfazione per la vita tra gli anziani, tra i giovani con un’età compresa tra i 25 e i 34 anni diminuisce anche la fiducia negli altri: appena il 21,1% pensa che ci si possa fidare delle altre persone.

Naturalmente il rapporto Istat non dimostra che scuola e precarietà causino il disagio psicologico dei giovani. Ma di certo mette nero su bianco quanto sia accidentata, per tanti ragazzi, la strada verso l’autonomia.