Corriere della Sera, 27 ottobre 2026
Siher, la Procura chiede il carcere
Anche se il 30enne bresciano Youssef Siher ha aperto il canale social «Movimento 17 ottobre» alle 19.58 di domenica 18 ottobre dopo gli scontri milanesi di sabato 17 ottobre e i saccheggi di domenica 18, senza che in precedenza risultino contatti coi devastatori, e anche se «nei messaggi» da lui poi postati «non vi sono diretti riferimenti alla commissione di atti di devastazione e saccheggio», per la Procura di Milano l’attivista Pro Pal di origine marocchina, «a fronte della piena consapevolezza degli intenti violenti dei facinorosi con cui interloquiva, ha offerto un supporto di concentrazione delle comunicazioni e gestione della rete dei vari gruppi riottosi»: una «dichiarazione di “guerra” continua, idonea a incutere un profondo timore nella popolazione e a destabilizzare l’ordinaria vita civile». È sul sottile filo di una istigazione «estrinsecata in una forza di suggestione e persuasione» che la Procura chiede per Siher alla gip Tiziana Landoni (che oggi lo interrogherà a San Vittore dove è detenuto in cella singola in Alta sicurezza 2) la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere per «istigazione a delinquere» (aggravata dalla «finalità di terrorismo») e per il nuovo reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche».
Tre i fatti la cui «ideologia rivoluzionaria» fa ritenere ai pm «deterrente insufficiente la sola pendenza dell’inchiesta». Il primo poggia sul post del 20 ottobre su Instagram: «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame». Di per sé un po’ poco per integrare un reato, ma la Procura ne propone al gip una lettura potenziata: «L’incitazione pubblica alla ripetizione di manifestazioni violente veicola al tempo stesso un messaggio dal contenuto fortemente simbolico, idoneo a destabilizzare» e «a incutere profondo timore nella popolazione». Una seconda accusa verte sul canale amministrato su Telegram da Siher e dalla moglie coindagata: un post del 18 ottobre, «dobbiamo fare come la Francia, lì sono ben organizzati e soprattutto attivi»; le convocazioni delle piazze del 24 ottobre e la sconvocazione alla vigilia, con annunci di messaggi temporizzati all’ultimo momento per eludere la polizia; e, in mezzo, il 22 ottobre un «vademecum di incitamento all’utilizzo di tecniche di guerriglia urbana ispirato alla Rivoluzione egiziana del 2011», che tuttavia sempre la Procura altrove definisce «una guida che spiega come organizzare una mobilitazione collettiva di disobbedienza civile contro il governo Meloni», con «una parte più pratica» che «presenta felpe con cappuccio, occhiali protettivi, kefiah, guanti, scudi e vernice come strumenti per proteggersi dagli scontri» e «contrastare le forze dell’ordine».
La terza inquadratura dei pm rilegge queste condotte alla luce dell’effetto innescato tra gli 11.000 iscritti al canale, ai quali Siher, conscio che «l’impermeabilità alla Digos è virtualmente impossibile», raccomandava «non lasciamo tracce dopo la piazza». In risposta, rimarca la pm Francesca Crupi, c’è chi scrisse «spaccare gli istituti di credito è giusto», chi rilanciò «bisognerebbe distruggere i ripetitori della Rai», chi rincarò «c’è bisogno di rimetterci la fedina penale? Qualcuno il c... deve metterlo». Non è Siher a scrivere. Ma per i pm, «lungi dal prendere le distanze, ha fornito precise istruzioni su strategie per eludere i presidi delle forze dell’ordine e modalità di raggruppamento». Con «l’istigazione pubblica alla reiterazione sine die di manifestazioni ugualmente violente – qui sta per i pm la finalità di terrorismo —, alla cittadinanza viene prospettata online una situazione di irrefrenabile scontro, suscettibile di incuterle il timore di trovarsi in un contesto di vera e propria belligeranza urbana».
I pm chiedono infine la custodia in carcere di Siher per il «suo saper sfruttare l’elevato background culturale»; «il rifiuto di dare il codice del cellulare», scelta adottata mesi fa pure dal braccio destro del sindaco di Milano nell’inchiesta sullo stadio; il «profilo di spicco nel “movimentismo” Pro Pal»; e i «contatti con ambienti antagonisti quali il movimento Bds, il Fronte della gioventù comunista, e varie realtà sindacali di Firenze e Brescia, oltre a centro sociali del Nord-Est».