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 2026  ottobre 27 Martedì calendario

Israele alle urne: tornano in 70.000. Scontro Netanyahu-Zamir sull’Iran

Atterrati all’aeroporto di Tel Aviv proclamano di essere «la sorpresa che i sondaggi non hanno contato». Dei quasi 800 mila aventi diritto al voto che vivono all’estero, almeno 70 mila avrebbero comprato un biglietto per tornare entro oggi. Molti perché vogliono vedere un cambiamento nel Paese, tanti perché le mosse fanatiche della coalizione di estrema destra hanno cambiato il modo in cui vengono trattati nei Paesi dove si sono trasferiti. Il quotidiano Yedioth Ahronoth li chiama «i biglietti più cari per il seggio» – i viaggi sono costati migliaia di euro – e gli analisti si interrogano su quanto possano influire sui risultati: se tutti scegliessero lo stesso partito (improbabile) varrebbero un paio di seggi, potrebbero decidere la sorte delle piccole formazioni (a rischio di non superare la soglia di sbarramento) o l’equilibrio tra i blocchi.
Resta un movimento che Benjamin Netanyahu e il suo Likud hanno cercato di contrastare: sono consapevoli che la maggior parte di chi sta in Europa o in Thailandia si oppone al primo ministro, anche se il 19% sosterrebbe la destra: la rete che aveva supportato le manifestazioni contro il progetto antidemocratico sulla giustizia è la stessa che ha finanziato in parte i biglietti aerei. «Bibi ha distrutto questo Paese», commenta Florence Belaïs che per la prima volta ha deciso di prendere un aereo da Parigi e presentarsi alle urne. Sembra più un’eccezione: gli ebrei francesi sono considerati della destra e sono arrivati in questi giorni. Chaim Mark è uno dei numerosi emigrati hi-tech negli Stati Uniti che viene a Tel Aviv per le elezioni: «Ho lasciato il Paese dieci anni fa proprio per Netanyahu, adesso voglio che se ne vada lui così io posso tornare». La Silicon Valley degli espatriati con la doppia cittadinanza si è mobilitata per permettere una corsa avanti e indietro: stamattina ai seggi in Israele, la settimana prossima in quelli americani per il voto di midterm.
È lo stesso Donald Trump a rimarcare che in qualche modo le due elezioni sono collegate. Domenica notte ha espresso per la seconda volta il suo sostegno pubblico a Netanyahu: «Quando andate alle urne, ricordate che è stato un guerriero eccezionale», proclama dichiarando la «vittoria condivisa in Iran». Ed è per la ripresa dei raid contro il regime islamico che Bibi avrebbe fatto pressioni fino all’ultimo: la Casa Bianca – rivela la Cnn – si sarebbe rifiutata di lanciare un attacco congiunto prima del voto. Eyal Zamir, il capo di stato maggiore israeliano, avrebbe contattato Dan Caine, il generale alla guida le forze armate americane, per avvertirlo che il conflitto rischiava di rinviare il voto. Il Canale 12 locale ha ricostruito lo scontro «senza precedenti» tra Zamir e Netanyahu: il comandante avrebbe respinto le direttive del primo ministro sull’Iran chiedendo autorizzazioni legali prima di procedere. Il premier smentisce.
Avigdor Lieberman, che di Netanyahu è stato ministro della Difesa mentre ora è all’opposizione, ha inviato una lettera a Gali Baharav-Miara, la procuratrice generale dello Stato, perché apra un’inchiesta contro il premier per «tradimento».
Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che supera Bibi nei sondaggi, lo avverte: «L’esercito non può essere uno strumento per la sopravvivenza politica». La «coalizione del cambiamento» – che comprende Eisenkot, Lieberman, Naftali Bennett con Yair Lapid e la sinistra di Yair Golan – risulta davanti ma non avrebbe i numeri per la maggioranza senza il sostegno – anche solo esterno – dei partiti arabi. Offerta che Eisenkot ha respinto in campagna elettorale, ma potrebbe accettare pur di scalzare Netanyahu. Il primo ministro nelle ultime ore sta sfoderando la solita strategia della paura e ha dato indicazioni al capo della polizia di prepararsi ai «disordini provocati da bande di anarchici sinistrorsi».