Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 27 Martedì calendario

Mercati sorpresi da Lula: Borsa giù. Bolsonaro, via il passaporto

Il giorno dopo l’inaspettata e sorprendente vittoria di Lula, Flávio Bolsonaro si arrende. Dopo aver rifiutato domenica notte di riconoscere il risultato delle urne – «presenterò ricorso per annullare il voto» – ieri pomeriggio ha preso nota del muro di sbarramento del Tribunale elettorale, che ha negato irregolarità ai seggi. Rinuncia al ricorso e farà causa a Lula per abuso di potere. «Per resistere al caos, organizzerò l’opposizione», ha annunciato il candidato della destra sconfitto. Quasi in contemporanea, è arrivato l’ultimatum del giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes, che guidò il processo per golpe contro il padre Jair: Bolsonaro jr, indagato per riciclaggio, deve consegnare entro oggi il passaporto. Divieto d’espatrio.
È il nuovo capitolo della «telenovela politica» brasiliana. Tra i protagonisti c’è pure Donald Trump. Pur mettendo in dubbio la regolarità dello spoglio – «un’altra elezione truccata» —, il presidente Usa ha assicurato che Lula gli piace: «Vado d’accordo con lui».
Il russo Vladimir Putin e il cinese Xi Jinping sono stati, invece, tra i primi a congratularsi con Lula. Chi all’apparenza non va proprio d’accordo con il presidente, almeno per ora, sono gli agenti di Borsa. Ieri l’Ibovespa, il principale indice azionario del Brasile, ha registrato un crollo fino al 17,34% mentre il cambio del dollaro s’è impennato dell’8,78%. Gli investitori temono che il governo possa ulteriormente incrementare la spesa e quindi il debito pubblico, che è attualmente pari all’82,5% del Pil (era il 71,68% nel dicembre 2022).
È una delle tante sfide che aspettano al varco il presidente rieletto per un quarto mandato. Lula ha vinto mobilitando la sua base ma soprattutto raccogliendo i voti di chi ha votato contro un ritorno del «bolsonarismo». Nel suo discorso della vittoria, davanti a un fiume umano sull’Avenida Paulista a San Paolo, il leader del Partito dei lavoratori ha ringraziato «la generosità dei giovani brasiliani che sono scesi in piazza per difendere la democrazia» e attaccato le Big Tech, affermando che in «questa elezione abbiamo dovuto superare le interferenze provenienti dall’esterno verso l’interno attraverso le piattaforme digitali». Quindi, ha lanciato tra gli applausi una stoccata a Donald Trump: «Questo Paese non accetta di essere il cortile di nessuno».
Non tutti, però, aderiscono al «mito» di Lula, che contende allo spagnolo Pedro Sánchez il titolo di Araba Fenice della sinistra mondiale. Non a caso, nella notte della vittoria, Lula ha voluto sempre al suo fianco, oltre all’immancabile moglie Janja, anche il suo vice Geraldo Alckmin, un conservatore. Sarà lui il ponte con il mondo imprenditoriale e della finanza oltre che con i settori di centro e centro-destra del nuovo Congresso, eletto il 4 ottobre, dove il Partito liberale di Bolsonaro ha la maggioranza relativa (121 deputati su 513 e 28 senatori su 81).
Ad urne appena chiuse, intanto, si è già aperta la guerra fratricida in entrambi i fronti per trovare i successori dei due leader. Difficilmente infatti Lula (ma nel suo caso, «mai dire mai») si presenterà alle presidenziali del 2030. Al termine di questo nuovo mandato, avrà governato il Brasile per 16 anni: un periodo più lungo di quello di qualsiasi altro presidente, fatta eccezione per Getúlio Vargas, il dittatore. Ma in oltre quattro decenni al vertice, non è riuscito a far crescere un successore. Nel campo avversario, si affilano i coltelli fra le due anime dell’estrema destra: quella pragmatica che fa capo al governatore dello Stato di San Paolo, Tarcisio de Freitas, e quella «evangelicale» di Michelle Bolsonaro, moglie di Jair e matrigna di Flávio.
Per quest’ultimo si preannunciano momenti non facili. Il fratello Eduardo, condannato in Brasile per corruzione ed esiliato in Usa per sfuggire all’arresto, gli avrebbe consigliato tempo fa di andare all’estero in caso di sconfitta. Forse è già troppo tardi. «Non ho mai pensato di lasciare il Paese. Consegnerò il passaporto e mi difenderò da questa aberrazione», ha detto il senatore, che a breve perderà anche la carica in Congresso.