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 2026  ottobre 25 Domenica calendario

Intervista a Paolo Ruffini

La partenza, con il botto, dice parecchio del personaggio e, forse, anche un po’ della persona. «Chi sono oggi? La frase che mi sento dire più spesso dalle persone che incontro è: “Pensavo fossi un coglione”.
E pensavano bene?
«Ahahahaha... (ride, ndr). Io sono semplicemente un artista che ha mille idee, lavora tanto e vive di teatri pieni grazie ai biglietti comprati dal pubblico. Forse non frequentare certi salotti e tappeti rossi è una fortuna».
Sembra proprio di sì. Il livornese Paolo Ruffini è praticamente il golden boy – si fa per dire, il 26 novembre compie 48 anni – del teatro italiano. Nel 2025 con tutti gli spettacoli che l’hanno visto in scena per 240 sere ha venduto circa mezzo milione di biglietti (dati confermati da lui stesso), praticamente un record. Per capire come faccia, continuate a leggere: dall’8 ottobre è in tour con lo spettacolo Il badante, in cui dialoga di vita, morte e memoria con tre anziani di 88, 89 e 90 anni; dal 12 ottobre con Le donne non fanno ridere, dal 13 ottobre con Il babysitter, in cui si parla di libertà, sogni e fantasia attraverso le lettere spedite a Babbo Natale da alcuni bambini; dal 28 ottobre con Din, Don Down, sul mondo dei disabili; e dal 29 ottobre con Il piccolo principe. Per ora, cento date confermate. Poi dal 23 novembre condurrà su Italia 1 Zelig On, programma dedicato ai nuovi comici (con lui anche Lodovica Comello e Ale & Franz), fra pochi giorni il 10 novembre uscirà per La Nave di Teseo il suo nuovo romanzo Sono io e ogni settimana conduce su Radio 24, il programma Up&Down. Stakanov, a confronto, era un pivello.
È faticoso da digerire fare questi numeri ed essere meno visibile di altri che possono solo sognarli?
«Sono tempi in cui bisogna capire che cosa si fa e come, perché a volte il percepito si confonde con il reale. Certi fenomeni si vedono ovunque per un po’ e poi puff! – spariscono all’improvviso. Io adesso, conoscendo quel meccanismo, vado per conto mio e cerco di fare cose che restino e raccontino sempre la stessa cosa».
E quale sarebbe?
«La fede. Mi sono messo a ragionare sull’algoritmo e penso che la più grande tecnologia in circolazione sia la spiritualità. Dio».
È diventato religioso? È cattolico praticante?
«No. Più che cattolico mi considero cristiano. Mi sono avvicinato anche al buddismo, ma certe cose non mi hanno convinto. Diciamo che io con il Teatro dell’Umano, come chiamo quello che faccio in scena ispirandomi un po’ al neorealismo, cerco di ragionare proprio sull’umanità delle persone – bambini, anziani e disabili e metterla al centro di tutto».
Perché nei suoi spettacoli non racconta i suoi coetanei?
«Mi sembrano banali. Da una conversazione con un quarantasettenne eterosessuale livornese come il sottoscritto – che cosa potrebbe venire fuori? Mi interessa dialogare con i giovani di oggi, per esempio. Credo che stia crescendo una generazione bellissima, con un’attenzione su temi come ecologia, diversità e bullismo che la mia di sicuro non aveva».
E che ne pensa di quei ragazzi sempre più violenti, come si è visto negli ultimi giorni a Milano e altrove?
«Non dimentichiamoci che un albero, cadendo, fa più rumore di una foresta che cresce. Vedere le devastazioni di Milano è stato orribile, ma io ho fiducia nei giovani. Quelli che sono entrati in azione bisogna chiamarli per nome: criminali. Adesso facciamo attenzione al fatto che con i social rischiamo di perdere la fantasia e la speranza, senza le quali è molto più facile dominare un popolo».
Oddio, non starà mica diventando un life coach, una specie di guru?
«Mai. Li detesto. Quando mi chiamano nelle aziende per fare spettacoli per i manager, porto bambini o ragazzi con disabilità. Bambini di otto anni o persone con problemi cognitivi danno informazioni sulla vita molto più interessanti di tanti motivatori e guru del benessere. Io al massimo voglio ispirare qualcuno a fare meglio di me».
Allora perché fra le tante cose che fa, dopo tanti cinepanettoni, non torna a fare un film, magari con una storia tutta sua?
«Se potessi, l’avrei già fatto. Ho romanzi che faccio prima a pubblicare che a trasformare in film. Il teatro è molto più semplice: basta una sala, tre fari e un microfono, il pubblico compra i biglietti, ed è fatta. Il cinema è una macchina produttiva completamente diversa, richiede investimenti e altri tempi. Insomma, per ora non ci sono le condizioni».
Storie ne ha o no?
«Ne ho di urgentissime. A novembre esce Sono io, un romanzo che racconta di due influencer bellissimi che programmano tutta la loro vita: vendono il matrimonio, la gravidanza, l’ecografia».
Sembra che parli di Luì e Sofì (Luigi Calagna e Sofia Scalia) dei Me contro TeMe contro Te, che il 16 settembre hanno fatto un matrimonio show a uso e consumo dei fan...
«Esatto. La realtà a volte va oltre la fantasia. Per un film avrei anche il mio libro Benito, Presente, storia di un maestro elementare di oggi che fa un viaggio nel tempo e diventa il maestro di Mussolini. E poi l’ultimo Io sono perfetto, che ha venduto 40 mila copie e ha vinto il Premio Selezione Bancarella, che racconta di un uomo con sindrome di Down che si candida a presidente del Consiglio e tutti si scandalizzano dicendo che potrebbe fare danni. Perché tanti di quelli che ci sono oggi che hanno fatto?».
Da animatore a vj, da attore di cinepanettoni a scrittore, produttore e attore del Teatro dell’Umano, come lo chiama lei: non fa troppe cose?
«Non lo so. Di sicuro mi sento un artista. E ciò che mi rende tale non è tanto la bellezza o la bruttezza di quello che faccio – chi lo decide poi non l’ho mai capito – ma la libertà con cui mi esprimo. Me ne fotto del fatto che si deve stare sempre attenti a non offendere qualcuno. Detesto il politically correct».
Non farà mica politica?
«No. Io mi intendo di spettacolo».
Non ha paura di essere frainteso?
«Sì, è una delle cose su cui ho lavorato di più. Mi chiedo spesso: “E se non mi capiscono?”. Poi mi rispondo: “E ’sti cazzi!”. Non si può piacere a tutti, anzi, sono felicissimo di non andar bene a certe persone. Se tutti sono d’accordo con te, forse stai scontentando qualcuno nel modo sbagliato».
Lei, raccontando storie di e con bambini, anziani e disabili, mette in scena la vulnerabilità: lei dove si sente più esposto?
«Ho la sindrome dell’abbandono. Una paura che mi porto dietro senza avere subito traumi particolari. Forse viene dalle delusioni d’amore, forse dall’infanzia: ci sto lavorando con l’analista. E poi ho paura della noia. Per questo faccio tante cose, forse troppe. Dovrei avere il coraggio di fermarmi e guardare qualche film che non vedo da tempo».
Il successo l’ha mai condizionata?
«Mi chiedo ancora quante parolacce metto quando so che potrebbero esserci bambini. Ma non mi sono mai censurato. Il 14 agosto scorso, per esempio, mentre tutti parlavano delle bibite sotto l’ombrellone, io a Radio 24 parlavo di suicidio e benessere mentale. Non è trasgressione: è libertà. Se oggi mandassimo in onda una puntata di un talk show di Gianfranco Funari di trent’anni fa, sembrerebbe avanguardia».
La trasgressione più grande fatta finora?
«Mi ricordo la cazzata. A diciassette anni nel giro di qualche ora bevvi sedici litri d’acqua in un bar, per dimostrare che non facendo male come la birra o il vino, se ne poteva bere in quantità. Finì in ospedale e rischiai grosso. Da allora ho imparato che troppo è troppo. Troppo amore, troppo successo, troppa cacio e pepe...».
Si pente di qualcosa?
«Di niente. Con Fuga di cervelli del 2013 feci un exploit incredibile e forse avrei dovuto fare un secondo film sulla stessa linea demenziale, ma già allora volevo suonare altre corde. Oggi mi godo il successo con maggiore consapevolezza. So che ci sono alti e bassi e che, ogni tanto, stare defilati fa benissimo, anche alla salute».
Dopo la sua battutaccia a Sophia Loren durante la cerimonia di consegna dei David di Donatello 2014 – «Lei è sempre una topa meravigliosa» – Valerio Mastandrea su quel palco la umiliò dicendole di tutto, dopo vi siete mai parlati?
«Sì, ci siamo risentiti. Diceva di esserepiù ferito di me. È un attore straordinario, alla Mastroianni».
Se un giorno dovesse tornare su quel palco, magari per ricevere un David, come se la giocherebbe?
«Ringrazierei. Mi riguardo spesso il discorso di Charlie Chaplin quando ricevette l’Oscar alla carriera nel 1972, dopo essere stato perseguitato e cacciato dall’America maccartista».
Addirittura?
«Sì. Avrebbe potuto mandare tutti a quel paese, invece disse grazie e se ne andò. Il rancore non serve a un cazzo: fa perdere tempo e fa male soprattutto a chi lo prova. La parola “perdono”, se ci pensa, contiene “perdo” e “no”. Quindi alla fine vuol dire “vinco"».