la Repubblica, 26 ottobre 2026
La tentazione dell’Alaska di far deragliare Trump
Le montagne che incorniciano Anchorage sono già coperte di neve, parvenza di normalità da queste parti a ottobre. Sotto quel manto bianco però, nei mesi più caldi il cambiamento climatico scioglie il permafrost, esponendo le comunità rurali dell’Alaska ad allagamenti e catastrofi naturali che minacciano la sopravvivenza. Cose che spingono Faye Ewan, delegata della tribù del Copper River al congresso annuale dell’Alaska Federation of Natives, a parlare così: «Ci trattano come i tedeschi con gli ebrei, vogliono spingerci all’estinzione, affamandoci e distruggendo l’ambiente. È una strategia premeditata per mettere le mani su petrolio, gas e minerali rari nelle nostre terre». Vogliono chi? «Volete i nomi? E io li faccio, tanto li conoscono tutti: il presidente Trump, il senatore repubblicano Dan Sullivan e il deputato Begich».
Benvenuti nell’Alaska che si ribella alla propria storia di fedeltà al Gop, rimettendosi in gioco nelle midterm per preservare il futuro e diventare l’ago della bilancia politica. Tutti i seggi che contano sono competitivi. La candidata democratica al Senato Mary Peltola fa tremare Sullivan, al punto che Trump ha presentato una causa preventiva per non riconoscere il risultato se l’incumbent repubblicano non sarà rieletto, perché c’è un altro candidato di nome Sullivan che genera confusione. Jonathan Kreiss-Tomkins, l’uomo scelto dal Partito dell’asinello per la poltrona di governatore, sta mettendo in fila i tre repubblicani che si litigano il posto, David Bronson, Treg Taylor e Bernadette Wilson, creando le condizioni per un clamoroso suicidio politico. Parlando con Repubblica spiega: «Succede perché i nostri cittadini vogliono il cambiamento. Non mi riferisco solo alla rabbia per la guerra, l’inflazione, la crudeltà sull’immigrazione e i temi sociali: parlo della nostra stessa sopravvivenza».
L’Alaska è lo stato più grande degli Usa, una superficie superiore a California, Texas e Montana messe insieme, ma con 740.000 abitanti è anche il meno densamente popolato. L’82% delle sue comunità rurali è raggiungibile solo per via aerea, ha il livello più alto di omicidi e sparizioni tra i nativi, e di violenza contro le donne. Però elegge 2 senatori come New York e se cambiasse colore potrebbe decidere la maggioranza.
La Federation of Natives riunisce gli inuit, che sono il 20% della popolazione e potrebbero rimproverare anche a Trump di essere un immigrato illegale. Richard Zigler si aggira col suo cane Miko tra gli stand e guarda le informazioni sull’Iditarod, tradizionale corsa di 1.049 miglia sulle slitte. Distribuisce adesivi con lo slogan “Solo tu puoi prevenire il fascismo” e li difende così: «Lo so, direte che è una parola abusata. Però il fascismo inizia sempre dalla privazione dei diritti, che in America è già cominciata per donne e minoranze. Non chiudete gli occhi».
Nikki Navio racconta i programmi della Denali Commission, agenzia federale che finanzia infrastrutture pubbliche per oltre 3 miliardi di dollari e continua a chiamarsi col nome originale del monte McKinley, nonostante Trump abbia deciso di cancellarlo: «Siamo davvero in emergenza». Il motivo lo spiega Casey Peterson: «Sono un’elettrice indipendente, ma faccio campagna per Peltola, perché è una di noi e ci capisce. Vengo da Fort Yukon, Circolo polare artico. Abbiamo famiglie che vivono in 18 nella stessa casa e fanno i turni per dormire, perché non hanno abbastanza letti. Un gallone di diesel costa 11 dollari. Le grandi compagnie ittiche fanno pesca a strascico per prendere il merluzzo nero, ma così distruggono i fondali e prendono anche i salmoni e altri pesci che da sempre garantiscono la sussistenza. Trump ci ha danneggiati, è ora di fermarlo. Peltola mette i nostri interessi prima di tutto, perciò abbiamo bisogno che ci difenda al Senato».
Mary sale sul palco con i vestiti tradizionali dei nativi e poi si ferma a parlare con i giornalisti, partendo dalla causa intentata da Trump: «È interferenza elettorale. Viola la legge e usa il sistema giudiziario come arma perché teme di perdere. Dimostra la corruzione del suo governo, che gli americani non sopportano più». I motivi? Il costo della vita, insostenibile in Alaska, ma non solo: «Cinesi e russi fanno esercitazioni militari nelle nostre acque territoriali, la Guardia Costiera li vede ogni settimana, e noi come rispondiamo? Invece di proteggere le coste buttiamo soldi e svuotiamo gli arsenali per bombardare l’Iran, guerra di scelta e inutile che fa esplodere l’inflazione. Guardia Nazionale e Fema servirebbero a proteggerci dalle catastrofi naturali, moltiplicate dai cambiamenti climatici, ma il governo non le finanzia». Eppure anche lei era favorevole alla ripresa delle perforazioni petrolifere nell’Arctic National Wildlife Refuge, prima di cambiare idea perché danneggiano la pesca. Magari il motivo è che ogni cittadino dell’Alaska riceve un dividendo dal petrolio, e nessun politico, nemmeno democratico, può candidarsi qui contro l’industria dell’energia: «Il problema delle rinnovabili – si giustifica Peltola – è la difficoltà di conservarle. Finché non sarà risolto, avremo bisogno di petrolio e gas. Questo però non significa rinunciarci, servono entrambe le risorse. L’Alaska potrebbe generare l’85% del suo fabbisogno elettrico con le rinnovabili, dobbiamo realizzare queste potenzialità. Il primo passo però è fermare Trump».