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 2026  ottobre 26 Lunedì calendario

Intervista a Gioele Dix

Gioele Dix, 70 anni festeggiati a gennaio con una pizza in famiglia, è tournée con Arrivato a questo punto, uno spettacolo che commuove, fa ridere e sorridere mescolando pubblico e privato con leggerezza e profondità.
Che cosa ha imparato, arrivato a questo punto?
«Un sacco di cose. Per esempio, ho cambiato idea sulla speranza. Quando ero più giovane e più atletico, la speranza mi sembrava una sorta di freno, o di alibi. Pensavo fosse il rifugio di quelli che non ce la fanno. Sono sempre stato meno pessimista di mia madre e più di mio padre: oggi credo che la faccenda del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto si risolva prendendo un bicchiere più piccolo».
Cos’altro ha imparato?
«Che alcune cose non si possono cambiare».
Per esempio, quali?
«Vorrei essere meno inquieto. Ma soprattutto meno pigro: la mattina, per me, è come se dovessi scalare una montagna; il pomeriggio mi sento in piano; la sera scendo con gli sci sulla pista nera».
La spaventa di più non ricordare le battute o il teatro vuoto?
«Il teatro vuoto, assolutamente! Mi è capitato più di una volta di non ricordare le battute, ma poi l’esperienza mi ha sempre aiutato, soprattutto quella del comico».
Occasioni memorabili?
«Una volta durante uno spettacolo che avevo costruito con Hubert Westkemper, l’ingegnere del suono, per errore fu mandato un rumore assordante al posto di quello previsto di una Vespa messa in moto. Allora improvvisai mettendomi le mani sulla testa. Dopo, un critico teatrale mi riempì di complimenti dicendo che il momento più alto era stato la drammatizzazione con le mani in testa».
Fu mai salvato da qualcun altro?
«Da Ottavia Piccolo durante Il libertino. Scordai completamente una battuta e lei se ne uscì con: “Massì, quello che doveva dirmi me lo dirà la prossima volta”».
In quel famoso Libertino del 2001 lei si esibì con il primo nudo integrale a teatro. Oggi, se glielo proponessero, lo rifarebbe?
«Intanto il nudo si riduceva a mostrare le chiappe mentre tiravo su i pantaloni, e alcune ammiratrici prenotavano nei palchi laterali per vedermi meglio. Oggi declinerei l’invito con gentilezza».

Nel nuovo spettacolo viene evocata una ex fidanzata, Roberta, che la piantò in asso per ben due volte. L’ha più rivista?
«Mai. In compenso vedo ancora i miei compagni di classe del liceo Parini di Milano. I miei spettacoli ci danno l’occasione per ritrovarci. Una volta abbiamo fatto un pranzo al sacco al Parco di Monza per ricordare quando avevamo bigiato tutti e 29, compresa la più secchiona, procurandoci una bella sospensione».
Adesso ha 70 anni, le faccio una prova di memoria: in che giorno si è sposato?
«Ma io mi sono sposato tre volte!».
Intendo l’ultima, con la consorte reggente.
«Con Mara mi sono sposato il 13 di settembre del 2012».
E sua moglie quando è nata?
«Il 31 maggio del 1980».
È riuscito nella missione davvero impossibile, ai tempi dei social, di non far mai trapelare una vostra foto insieme. Come mai?
«Mara condivide il mio desiderio di riservatezza. Tempo fa è successa una cosa emozionante. Ho ricevuto una mail con una foto fatta assieme a un gruppo di studenti di San Donato. Ero molto giovane, li avevo aiutati a mettere in scena l’Amleto. Sulla foto c’era la data della nascita di Mara. E così, mentre io debuttavo nell’aula magna di un liceo, lei nasceva all’ospedale di Savona: non tutti i mariti possono dire di sapere cosa stessero facendo il giorno in cui è nata la moglie».
Avete 25 anni di differenza. Dove vi siete conosciuti?
«L’occasione ce l’ha data la sua tesi di laurea in Lettere, che comparava l’Edipo Re andato in scena in Polonia, con un altro allestimento non ricordo se di Strehler o di Missiroli, e con il mio Edipo.com, per la regia di Sergio Fantoni. Così mi raggiunse ad Alba per parlarne. Ricordo che la sua docente, Margherita Rubino, che mi conosceva, mi redarguì: “Trattala bene e non fare lo scemo”. Dopo le propose di aiutarci per una serie di incontri nelle università, anche con Eva Cantarella».
Dunque, ha mescolato il lavoro con il privato?
«Mai fatto. È successo dopo, quando chiusi una telefonata con Mara dicendole: “Ci vediamo presto”. Lei rilanciò: “Lo dici sempre, ma non lo fai mai”. Così ci incontrammo a metà strada ad Acqui Terme, dove io andai in moto».
La chiama Gioele o David? Al secolo lei è David Ottolenghi.
«David, come i parenti e gli amici stretti. Gli altri mi chiamano Gioele. Non amo quelli che per fare gli amiconi, senza conoscermi, mi chiamano Davide».

Le piacerebbe tornare al GialappaShow?
«Moltissimo. Mi avevano contattato lo scorso anno, ma poi non se ne è fatto nulla. Però ho preso parte al docufilm di Walter Veltroni che racconta la loro storia».
Oggi tornerebbe nel programma con Alberto Tomba o con l’Automobilista incazzato?
«Ah, Tomba senza alcun dubbio! Curiosamente, pur essendo lui un personaggio all’apparenza molto spavaldo, è riservatissimo, e infatti dopo che smise di sciare non fece altro. Una volta gli chiesi il perché e lui rispose che aveva dedicato la vita allo sci e che non voleva fare lo scemo in giro con cose che non gli competevano. A lui devo i miei fortunati Giovedix letterari al Franco Parenti».
Perché?
«Perché quando un mercoledì andai a trovarlo a casa sua sulle colline di Bologna, dove peraltro i fan hanno scritto sull’asfalto “Viva la gnocca”, che era il tormentone con cui lo imitavo a Mai dire Gol, lui mi accolse dicendo: “Pensavo che venissi di giovedix”. Da lì ho rubato il nome».
È interista. È andato al funerale di Mazzola?
«No, perché non ero a Milano quel giorno. Ma a quello di Facchetti andai. E anche al funerale di Mario Corso, un calciatore meraviglioso. Facchetti, invece, lo conobbi in montagna: mi chiese di parlare al figlio, Gianfelice, per dissuaderlo dal fare l’attore. Ma io lo trovai molto motivato e tranquillizzai il padre».
Dal 7 ottobre del 2023 non è mai intervenuto sulla guerra israelo-palestinese. Non è mai stato interpellato o non vuole esporsi?
«È una faccenda complicata: è una storia che ha una genesi lontanissima, con torti e ragioni da entrambe le parti. E a me non piace la semplificazione. Però non considero di dovermi giustificare, in quanto ebreo, per quello che fa Netanyahu».
Però ormai più fonti sostengono che lui sapesse dell’imminente attacco del 7 ottobre.
«Questo è ancora tutto da dimostrare. Il 7 ottobre è una di quelle cose che non posso cambiare e resta una ferita aperta. Io sono per due Popoli e due Stati, ma temo che non vedrò la pace finché sarò in vita».
Chiudiamo con il giorno più bello. Qual è stato, finora?
«Beh, quelli in cui sono nati i miei figli».
Non valgono, sono scontati.
«Allora direi l’ultimo giorno del servizio militare. Era giugno del ’76. Uscii dalla caserma alle 6 del mattino e andai al Parco Lambro, dove era in corso il mitico Festival di Re Nudo, per sentire il concerto di Eugenio Finardi».