corriere.it, 26 ottobre 2026
Cos’è il «tri prsta», il saluto a tre dita con cui gli studenti serbi festeggiano
Tre dita alzate verso il cielo, pollice, indice e medio. È il gesto con cui gli studenti serbi hanno festeggiato la vittoria elettorale che domenica 25 ottobre ha messo fine a quattordici anni di dominio politico di Aleksandar Vucic. Nelle strade di Belgrado, tra bandiere, clacson e cori, migliaia di persone hanno salutato la vittoria della Lista degli studenti che secondo i risultati provvisori della Commissione elettorale ha ottenuto il 52,65 per cento dei voti contro il 39,22 per cento della coalizione dell’ex presidente. Un risultato che corona quasi due anni di proteste cominciate dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, il primo novembre 2024, costato la vita a 16 persone.
Ma quel saluto, diventato uno dei simboli della campagna elettorale, porta con sé una storia controversa. Le stesse tre dita sono state utilizzate dai nazionalisti serbi durante le guerre che hanno accompagnato la dissoluzione della Jugoslavia negli anni Novanta. E se oggi per molti giovani rappresentano la vittoria contro la corruzione e l’autoritarismo, per una parte dei bosniaci, dei croati e degli albanesi continuano a evocare persecuzioni e violenze.
Il gesto, conosciuto come tri prsta, affonda le sue radici nella tradizione cristiano-ortodossa: le tre dita richiamano la Santissima Trinità. Lo storico serbo Miloš Vojinović ha recentemente ricostruito le sue origini, individuandone una delle più antiche raffigurazioni in un dipinto del 1750 del pittore Joakim Markovic. La scena rappresenta un giuramento di fedeltà all’imperatore asburgico. Un’altra testimonianza compare in una fotografia del comitato insurrezionale di Nis, risalente alla seconda metà dell’Ottocento, nella quale alcuni uomini alzano le tre dita, questa volta unite, durante un giuramento.
Il saluto nella forma attuale, con le dita separate, fu rilanciato nel gennaio 1990 da Vuk Draskovic, allora leader dell’opposizione a Slobodan Milosevic. Negli anni successivi divenne un segno di identità nazionale, diffondendosi nelle manifestazioni politiche, negli stadi e nelle celebrazioni sportive. Ma fu adottato anche da combattenti e formazioni nazionaliste serbe durante le guerre jugoslave.
Il rapporto di Human Rights Watch sulla caduta di Srebrenica, pubblicato nell’ottobre 1995, contiene una testimonianza particolarmente significativa. Una donna bosniaca raccontò di aver visto i miliziani serbo-bosniaci mostrare le tre dita mentre insultavano i profughi musulmani. Riferì anche di prigionieri costretti a ripetere il gesto sotto la minaccia delle armi. Un’immagine che restituisce il peso assunto da quel simbolo nella memoria delle vittime.
Come è possibile, allora, che oggi venga utilizzato da un movimento che si batte per la democrazia?
La spiegazione immediata è elettorale. Alla Lista degli studenti è stato assegnato il numero tre sulla scheda. I giovani hanno trasformato quel numero in un segno di riconoscimento, accompagnandolo con una vecchia canzone popolare, Tri poljupca, «Tre baci», interpretata da Snezana Savic, diventata l’inno non ufficiale della campagna.
Secondo Vojinovic, quello che sta accadendo è un esempio di come i simboli possano cambiare significato. Persone che fino a pochi mesi fa si sarebbero rifiutate di alzare tre dita perché le associavano al nazionalismo oggi le mostrano per sostenere gli studenti. Al contrario, sostenitori del governo che rivendicavano quel gesto come espressione del patriottismo hanno smesso di utilizzarlo.
Il problema, però, non riguarda soltanto il saluto. Fin dall’inizio delle proteste, il movimento studentesco ha cercato di evitare le divisioni ideologiche, rifiutando l’identificazione con i partiti tradizionali e concentrando le rivendicazioni sulla lotta alla corruzione, sulla trasparenza e sul rispetto delle istituzioni.
Una ricerca pubblicata nel 2025 sulla rivista accademica Cogent Social Sciences, firmata da Aleksandra Jerkov, Milivoj Bešlin e Branislav Radeljic, ha messo in luce le contraddizioni di questa scelta. Nelle manifestazioni erano presenti croci ortodosse, bandiere nazionali e slogan come «Il Kosovo è Serbia», mentre in alcune occasioni simboli europeisti e progressisti venivano contestati o allontanati. Gli autori parlano di una tolleranza selettiva: i richiami nazionalisti erano generalmente accettati, quelli considerati divisivi venivano scoraggiati.
Non si tratta necessariamente, osservano i ricercatori, di un’adesione all’ideologia nazionalista. Piuttosto di una scelta pragmatica per mantenere unito un movimento capace di raccogliere consensi molto diversi, dai liberali ai conservatori, dagli europeisti ai nazionalisti, intorno a un obiettivo comune: la fine del sistema di potere di Vučić.
Un altro studio, pubblicato nell’aprile 2026 dalla ricercatrice Anna Seliverstova sul Journal of Common Market Studies, offre una lettura complementare. Sulla base di 18 interviste, mostra come la rinuncia ai simboli dell’Unione europea rispondesse anche alla necessità di evitare le accuse di essere manovrati dall’estero, frequentemente utilizzate dal governo contro i manifestanti.
Questa strategia ha funzionato. Gli studenti hanno saputo trasformare una protesta nata dalla richiesta di giustizia per le vittime di Novi Sad in una mobilitazione nazionale e infine in una maggioranza elettorale.
Ma la vittoria apre interrogativi che durante la protesta era stato possibile lasciare in secondo piano. Quale posizione assumerà la nuova maggioranza sul Kosovo, sui rapporti con la Bosnia e la Croazia, sull’integrazione europea e sulla memoria delle guerre jugoslave? E fino a che punto riuscirà a mantenere unito un fronte costruito soprattutto sull’opposizione a Vučić?
Le tre dita alzate nelle piazze raccontano così due storie diverse: quella di una generazione che ha sconfitto un sistema politico consolidato e quella di un Paese che non ha ancora risolto il proprio rapporto con il passato. Il significato che assumerà quel gesto dipenderà anche dalle scelte della nuova Serbia.