Corriere della Sera, 26 ottobre 2026
In uscita il memoir di Michael Douglas
Il figlio di Spartacus ha messo nero su bianco l’autobiografia «non convenzionale», «Una vita pazzesca», e lo è davvero. Michael Douglas l’ha scritta con Shane Salerno e Michael Fleming Jr. (dal 3 novembre per La nave di Teseo). Rivolto al lettore, quest’americano imperfetto di 82 anni, così sincero nel mettersi a nudo, dice: «Se guardaste alla mia vita e diceste, Michael, ne hai passate davvero tante, avreste ragione». Un padre ingombrante, due mogli e il primo matrimonio molto difficile, l’abuso di droghe e alcol, il primogenito Cameron per sette anni in prigione, e un’altra battaglia, vinta, contro il cancro alla lingua. Nel mezzo oltre cento film e serie tv.
L’irraggiungibile Kirk
Suo padre era Kirk Douglas, figlio di un venditore di stracci, immigrato ebreo russo, un eroe di Hollywood, ma per Michael, «una figura irraggiungibile che rimaneva fuori fuoco». Temperamento feroce, «costruì la sua vita sulla pura forza di volontà»; traditore seriale, imprevedibile e rabbioso, «apparteneva alla generazione che alzava le mani». Michael era un bambino timido e circospetto. Kirk, che lo voleva avvocato, scoraggiò il figlio dal fare l’attore: «Il cinema è la professione più triste del mondo, troppe cose possono andare storte. E una volta che ci sei dentro, non puoi più uscirne». Ma un giorno gli dirà: «Se avessi saputo che saresti diventato così importante, sarei stato più gentile con te quando eri un ragazzino».
Hippy indisciplinato
Alla prima prova teatrale, Kirk gli disse: «Figlio mio, sei stato terribile». Da ragazzo, Michael era «un hippy indisciplinato». Capelli lunghi, disegni psichedelici sulle t-shirt, viveva in una specie di comune, fumava erba e alla fine degli Anni 60 ne imbarcò su un aereo 22 chili per rivenderla: «Per fortuna non esistevano ancora i cani antidroga». Tutto, fuorché studiare. Infatti fu bocciato. «I miei primi cinque film furono cinque fallimenti». Passarono sei anni prima che gli offrissero un ruolo degno di questo nome, per il telefilm «Le strade di San Francisco».
Produttore vincente
La svolta fu come produttore di «Qualcuno volò sul nido del cuculo»: «Papà mi ha dato una sola cosa che conta. I diritti di quel romanzo che aveva acquistato, di cui avrei fatto un film. Fu puro istinto. Avevo 29 anni e nessuna idea di cosa stessi facendo». Era il 1975, ed era la Hollywood di Scorsese, Coppola e Spielberg, «non ancora invasa da miliardari e amanti dei fumetti capaci solo di sfornare sequel di supereroi». Il padre Kirk voleva la parte che poi andò a Jack Nicholson, ma era troppo vecchio, dirgli di no «fu uno dei momenti più difficili della mia vita. Mi disse che lo avevo tradito».
Il colosso indiano
Il ruolo del capo che si finge sordomuto, nell’ospedale psichiatrico, andò a Will Sampson, colosso indiano di 2 metri e dieci: «Sembrava un fuorilegge del West, stivali in pelle di serpente, cappello da cowboy, capelli sulla schiena». Quel film fu «magia pura. Incoraggiò chi era alle prese con una malattia mentale a uscire allo scoperto, a essere visti come esseri umani». Vinse cinque Oscar. Michael diventò un produttore di successo e non solo un figlio privilegiato, attore di telefilm.
L’affaire con Kathleen
In questa veste, la riscossa avvenne con «All’inseguimento della pietra verde», «anche se onestamente non ero adatto a quel ruolo». Azione, avventura, commedia. Partner, Kathleen Turner. Entrambi negarono una relazione. La verità è che «ci innamorammo perdutamente l’uno dell’altra». Lei, uno straordinario mix di «intelligenza e sensualità». Sulla scia venne «Il gioiello del Nilo», «il mio film più difficile». Girato in Marocco, fu segnato da disavventure: la tragedia di un incidente aereo, le mazzette alla dogana per far passare le armi di scena, i timbri rubati per scappare. Dopo, Michael realizzò che voleva personaggi «più complessi e ambigui».
Il coltello di Glenn
Aveva sempre voluto fare un film sull’ossessione sessuale. In «Attrazione fatale» «mi affascinava capire quanto velocemente si potesse buttare via la propria vita con una decisione sbagliata». Un thriller alla Hitchcock molto sexy. Le attrici lo ritennero «uno sguardo maschile e misogino sull’infedeltà e rifiutarono la parte. È una donna borderline, per essere stata usata e gettata via troppe volte». La sirena tentatrice traumatizzata fu Glenn Close. «Fu in cima al box office, più a lungo di “Top Gun”. La gente ne parlava ovunque. Glenn appese il coltello del finale nella sua cucina. Grazie al mio film, le avventure di una notte diventarono ingestibili».
Stone semisconosciuta
Ecco «Basic Instinct»: «Julia Roberts, Michelle Pfeiffer, Demi Moore, Kathleen Turner. Rifiutarono tutte». Apparve la semisconosciuta Sharon Stone: «Da donna sexy in un attimo era vamp manipolatrice. Non potevi staccarle gli occhi di dosso. Indossava una specie di cerotto tra le gambe. Decise di farne a meno, dicendo, smettiamola di fingere, tanto sappiamo che sono nuda, no?». A fine riprese dichiarò: «Siamo i Fred Astaire e Ginger Rogers degli Anni 90».
Cara moglie...
Le ultime pagine sono per la moglie Catherine Zeta-Jones. Lungo corteggiamento, lei gli disse: credo nella monogamia. Lui chiuse i flirt con 5 donne contemporaneamente. Dopo aver visto un incontro di boxe, Catherine gli scrisse: «Mi hai conquistato al 1° round». Con lei voleva una vita il più normale possibile.