Corriere della Sera, 26 ottobre 2026
Laterza, cronache di un’impresa
Tra gli «uomini che fecero l’Italia», come li chiamava Giovanni Spadolini, un posto va riservato a un pugliese emigrato nel 1891 a Milano, dove aveva fatto anche il barbiere, che poi tornò a Bari cinque anni dopo per fondare quindi nel 1901, tra lo scetticismo dei parenti, una piccola casa editrice destinata a diventare un marchio di prestigio, protagonista della cultura novecentesca italiana e tuttora molto attiva sul mercato. L’intraprendente meridionale si chiamava Giovanni Laterza: il suo prezioso e sempre ascoltato consigliere fu Benedetto Croce, di cui pubblicò le opere anche quando, sotto il fascismo, il filosofo viveva una stagione di scomodo isolamento.
La vicenda è ora ricostruita da Alessandra Tarquini nel ricco e vivace saggio Laterza, pubblicato dalla stessa casa editrice di cui tratta. Il libro peraltro prosegue ben oltre la morte del fondatore, scomparso nel 1943, e giunge fino alle soglie del Ventunesimo secolo. Il protagonista principale diventa allora Vito Laterza, il cui padre Giuseppe era figlio di uno dei fratelli di Giovanni. L’autrice ne riconosce le doti quanto a fiuto editoriale, spirito innovativo, capacità di tenere rapporti complicati con intellettuali spesso d’indole bizzarra. Si deve a lui se l’impresa ha mantenuto la sua indipendenza e, malgrado il rischio corso nel 1989 per circostanze famigliari e societarie, non è stata fagocitata da un grande gruppo.
Il bilancio che ne esce è positivo da molti punti di vista, non ultimo il cospicuo contributo offerto dalla casa editrice alla vita culturale del Mezzogiorno, nonostante le condizioni di partenza svantaggiate di un’area per tanti versi arretrata rispetto al resto dell’Italia. È stata «una scommessa vinta contro ogni previsione», si legge nelle pagine finali. Tuttavia gli editori Laterza, in una nota posta all’inizio del volume, hanno specificato che Alessandra Tarquini, pur ringraziata «per l’impegno e la passione profusi», ha talora espresso giudizi da loro non condivisi. E allora sorge spontaneo l’interrogativo circa i punti controversi che hanno causato una presa di posizione così insolita da parte di un’azienda su un suo prodotto.
Il primo riguarda il rapporto con il fascismo, rispetto al quale, si è detto spesso, Laterza avrebbe svolto un ruolo di «resistenza politico-culturale». Alessandra Tarquini non è d’accordo: ricorda che l’editore pugliese era di idee conservatrici, non aveva affatto disapprovato la marcia su Roma, aveva pubblicato libri di autori nazionalisti (e antisemiti) come Maffeo Pantaleoni e Giovanni Preziosi.
Quando Giovanni Gentile s’infuriò per un giudizio contenuto nella Storia d’Italia dal 1871 al 1915 di Croce, che ne aveva definito il pensiero attualista «un complesso di equivoche generalità e un non limpido consigliere pratico», Giovanni Laterza, editore del libro, scelse di stare dalla parte del filosofo liberale, rinunciando al rapporto fruttuoso che aveva con quello fascista. Ma lo fece soprattutto per gratitudine personale verso colui che aveva dato tanto lustro alla sua impresa. Non per ragioni politiche.
Durante il Ventennio uscirono da Laterza testi di Croce assai sgraditi a Benito Mussolini, che li fece stroncare dai giornali, ma preferì non censurarli per evitare contraccolpi negativi presso l’opinione pubblica dei maggiori Paesi europei, dove il pensatore napoletano era noto e stimato. Ma per il resto la linea editoriale dell’azienda fu necessariamente molto cauta, rispettosa dei limiti imposti dal regime. Secondo Alessandra Tarquini individuare tracce di opposizione al Duce nelle sue pubblicazioni, a parte gli scritti crociani, è «una forzatura dettata dall’esigenza di reperire i segni della cultura antifascista già negli anni Trenta».
Qui veniamo a un altro punto su cui l’autrice insiste. La critica al comportamento degli intellettuali – Luigi Russo, Carlo Muscetta, altri collaboratori della rivista «Primato» diretta dal gerarca Giuseppe Bottai – che avevano aderito al regime e poi, passati a sinistra dopo la Liberazione, cercarono di confondere le acque retrodatando il proprio antifascismo e magari criticando il conservatorismo di Croce. A loro il libro addebita la «volontà di ricostruire una realtà compatibile con il proprio presente, anche a prezzo della verità storica, con l’obiettivo di garantire a sé stessi la continuità di un ruolo pubblico».
Neppure l’operato di Vito Laterza si salva del tutto. Alessandra Tarquini nota che la sua impostazione alla guida dell’editrice non solo si staccò dall’eredità crociana, sostanzialmente accantonata dall’intera cultura italiana nel dopoguerra, ma prese le distanze anche dall’originaria matrice liberale, spostandosi sul versante marxista. Si pensi alla collaborazione con lo storico comunista Rosario Villari, autore di un diffusissimo manuale scolastico, o alla pubblicazione di un libro ad alta tiratura come La fine dell’utopia di Herbert Marcuse.
Fu così che Eugenio Garin, protagonista del rilancio di Laterza nel dopoguerra in una chiave non più crociana, si sentì in dovere di esprimere a Vito, in una lettera del 5 agosto 1968, il suo netto dissenso «nell’apprezzamento di atteggiamenti di pensiero e nella presa di posizione circa gli orientamenti politici». Il filosofo ce l’aveva soprattutto con i «colpevoli spropositi» della contestazione giovanile sessantottina, che i suoi colleghi professori «per libidine demagogica» andavano «approvando a gara con gli studenti».
Insomma, Laterza si era decisamente spostato a sinistra, anche se bisogna riconoscere l’intuito che in seguito l’avrebbe condotto a pubblicare testi di autori come Lucio Colletti, Paolo Sylos Labini, Renzo De Felice, tutt’altro che allineati sulla vulgata marxista. Per semplificare al massimo con il «gioco delle etichette», Alessandra Tarquini registra quindi un’oscillazione che vede la casa editrice, gestita da Vito dopo la stagione crociana, caratterizzarsi come «socialista di sinistra, fino alla metà degli anni Settanta, e, da allora, liberale di sinistra». Probabilmente è anche su questa valutazione che gli editori non si sono trovati d’accordo. Forse sull’argomento si può aprire un dibattito.